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lunedì 12 maggio 2008

ildialogo.org, aggiornamenti

Pubblico la mail degli amici del sito www.ildialogo.org:


Aggiornamenti sito www.ildialogo.org
Lista articoli inseriti dal 5/05/2008 al 11/05/2008

Segnaliamo i seguenti appelli urgenti:

Appello contro il razzismo e la discriminazione ( http://www.ildialogo.org/forum/norazzismo21012008.htm )

Dead women walking (http://www.ildialogo.org/donna/dead02012008.htm )

Appello contro la cosiddetta "moratoria degli aborti" proposta da Guliano Ferrara e dal cardinale Ruini, per affermare il diritto delle donne a non vedere stravolta la legge 194

A proposito della «preghiera per gli ebrei» (http://www.ildialogo.org/Ratzinger/apro06032008.htm )
Segnaliamo nella sezione Ambiente (http://www.ildialogo.org/ambiente/index.htm ) alcuni importanti contributi da Caserta sulla questione rifiuti
Segnaliamo l'appello per la raccolta di fondi della Federazione evangelica per il Myanmar (http://www.ildialogo.org/appelli/myam11052008.htm )

Segnaliamo che l'elenco completo di tutti gli aggiornamenti e' disponibile direttamente sul nostro sito in modo da facilitare l'invio della newsletter.

Per leggere l'elenco completo degli aggiornamenti (91 articoli) dal 5/5 al 11/5 2008 clicca sui seguenti due link (uno in formato testo e l'altro in formato html)Formato testo: http://www.ildialogo.org/news/news11_05_2008.txtF
ormto HTML: http://www.ildialogo.org/news/news11_05_2008.htm
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Buona Lettura
La Redazione

domenica 11 maggio 2008

APPELLO IN DIFESA DELLA COSTITUZIONE

Pubblico la mail di dw.intercultura che mi è arrivata oggi:

vi giro (sotto) dal Comitato di Firenze per la difesa della Costituzione

contiene una proposta di appello per l'introduzione dello studio della
costituzione nella scuola secondaria come insegnamento autonomo

ci abbiamo ragionato ultimamente anche nella mia scuola
lo spunto e' venuto de un ragazzo spagnolo che ha fatto una parte del suo
Erasmus nelle nostre classi (eda stranieri adulti)
io gli spiegavo della scelta italiana di mantenere trasversali a tutti
gli insegnamenti gli assi di riferimento sulla cittadinanza come pure
sull'intercultura
e lui ci ha raccontato della sua esperienza, positiva, nella realta' spagnola
dove l'educazione alla cittadinanza come materia autonoma, inserita a
pieno titolo nel curricolo, con insegnanti regolarmente in organico, ha
animato e anima, anche polemicamente, il mondo della scuola e la societa'

nell'offerta formativa specifica degli eda il riferimento all'educazione
alla cittadinanza attiva generalmemte e' presente, la stessa denominazione
ministeriale per l'L2 italiano lascia uno spazio ampio quando parla di
''corsi in favore dei cittadini stranieri per l’integrazione linguistica e
sociale''

noi abbiamo due moduli autonomi
A Conoscere, nel confronto interculturale, caratteristiche della
società italiana e del contesto territoriale di residenza
B Conoscere ed utilizzare servizi e strumenti di cittadinanza attiva
rispettivamente di 70 e 60 ore

http://www.prenderelaparola.splinder.com/tag/il_progetto

ma comunque e' naturalmente mantenuto anche l'aspetto trasversale e ne
teniamo conto nella scelta dei contenuti e delle situazioni comunicative
legate all'apprendimento dell'italiano
quest'anno abbiamo poi avuto dalla provincia una pubblicazione multilingue
della costituzione (non tutta) che ci ha aiutato a superare difficolta' di
lessico e linguistiche generali e ... ce ne ha create parecchie sugli
aspetti disattesi (sull'articolo 11 ... e non solo)

per quello che ho sperimentato quindi posso dire che una cosa non
contraddice l'altra e sarei orientata ad aderire anche se penso avremmo
bisogno di definire ugualmente con chiarezza figure di facilitazione
linguistica per L2 italiano che siano fuori dalla precarieta' ed interni
alla progettazione didattica: insegnamento/insegnanti di L2 italiano

sto raccogliendo alcuni link sulla realta' spagnola per ''risorse didaweb''
che vi girero', ma in italiano non trovo nulla

saluti
luisa

>
>
> Comitato di Firenze per la difesa della Costituzione
> La Costituzione a scuola.
>
> In occasione dell'incontro svoltosi qui a Firenze il 28 marzo per
> iniziativa del Comitato per la difesa della Costituzione fu, tra l'altro,
> stabilito di promuovere un'iniziativa per l'insegnamento della
> Costituzione nelle scuole italiane.
>
> Il Comitato di Firenze ha già rivolto un appello in tale senso al
> Presidente della Repubblica in occasione della Sua visita a Firenze;
> riteniamo però che tale iniziativa debba essere portata avanti da tutti i
> Comitati impegnati per la difesa della Costituzione e coinvolgere tutti i
> cittadini, le associazioni ed organizzazioni democratiche, ma anche le
> istituzioni democratiche (Enti Locali e Regioni) e soprattutto il mondo
> della scuola.
>
> Vi inviamo in allegato una bozza di appello con preghiera di farci avere
> le vostre osservazioni, la vostra adesione e soprattutto la vostra
> disponibilità a portare avanti l'iniziativa.
>
> Noi vorremmo lanciare l'iniziativa in occasione della marcia di Barbiana
> del 18 maggio; in tale occasione vorremmo non solo essere presenti a
> Vicchio (FI) dove ha inizio la marcia e fare il volantinaggio, ma se
> possibile illustrare l'iniziativa.
>
> I tempi sono quindi molto stretti; restiamo quindi in attesa di un vostro
> sollecito riscontro, tenendo presente che ogni osservazione e proposta
> deve pervenirci entro il 16 maggio p.v.
>
> In attesa vi salutiamo cordialmente. p. il Comitato Corrado Mauceri
>
> "Per la democrazia"

Per la scuola della Costituzione: la Costituzione a scuola.

La Costituzione è la legge fondamentale del nostro Paese; essa afferma i
valori fondanti della nostra democrazia ed i principi fondamentali della
nostra vita sociale; da più parti si afferma che la scuola deve anzitutto
formare il cittadino; ma una tale formazione presuppone anzitutto la
conoscenza della Costituzione, dei suoi valori e delle sue origini
storiche; un cittadino non può ignorare la legge fondamentale che regola
la vita democratica del Paese; nelle scuole italiane però la Costituzione
non si studia; la Costituzione deve essere però introdotta nella scuola
secondaria come insegnamento autonomo che tutti i giovani devono conoscere e studiare.

Da più parti è stato già rivolto in tale senso un appello al Presidente
della Repubblica nella consapevolezza che Egli si farà certamente
interprete di tale esigenza presso le competenti sedi istituzionali.

Ci associamo a tale richiesta affinchè nel sessantesimo della sua nascita
la Costituzione Repubblicana possa concorrere nelle scuole italiane alla
formazione culturale e democratica delle nuove generazioni.

EVANGELO DAL BASSO: UN PORTALE INTERESSANTE

"Evangelo dal Basso" (EdB) è il portale che raccoglie in rete, segnala e collega i siti internet di gruppi e movimenti indipendenti dalle gerarchie ecclesiastiche che, aspirando a un profondo rinnovamento della riflessione e della vita delle chiese a partire dall’ispirazione e dalle acquisizioni del Concilio Vaticano II e del movimento ecumenico, propongono la lettura della Parola di Dio alla luce delle proprie esperienze di fede.
In questo senso è anche veicolo per la diffusione di informazioni e documenti che trovano poca o nessuna eco sui mass-media sia religiosi che laici.

Consiglio ai lettori di cliccare su www.evangelodalbasso.net: vi si trova moltissimo materiale interessante…

Capitini, seconda parte

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
==============================
Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile:
Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac@tin.it
Numero 163 dell'11 maggio 2008

In questo numero:
Aldo Capitini: Teoria della nonviolenza (parte seconda e conclusiva)

Carattere della nonviolenza
Della nonviolenza si puo' dare una definizione molto semplice: essa e' la
scelta di un modo di pensare e di agire che non sia oppressione o
distruzione di qualsiasi essere vivente, e particolarmente di esseri umani.
Perche' questa scelta? Per amore: ecco, vediamo subito che si tratta di una cosa positiva, appassionata. Ma e' l'amore che non si ferma a due, tre
esseri, dieci, mille (i propri genitori, i figli, il cane di casa, i concittadini, ecc.); e' amore aperto, cioe' pronto ad amare altri e nuovi esseri, o ad amare meglio e piu' profondamente gli esseri gia' conosciuti. E
qui si capisce uno dei caratteri essenziali della nonviolenza bene intesa:
essa non e' mai perfetta e non finisce mai, appunto perche' e' una cosa
dell'anima; e' un valore, e' come la musica, la poesia, e si puo' sempre
fare nuova musica, nuova poesia; e la vecchia musica, la vecchia poesia,
possono essere vissute piu' profondamente.
Il paragone con la musica ci fa comprendere anche un'altra cosa: come
nessuno puo' desiderare di ascoltare e comporre la "musica ", tutta la
Musica; ma desidera ascoltare e comporre "delle musiche particolari e
concrete"; cosi nessuno abbraccia l'astratta "Nonviolenza", ma compie atti
particolari di nonviolenza, in situazioni concrete. La nonviolenza e',
dunque, dire un tu ad un essere concreto e individuato; e' avere
interessamento, attenzione, rispetto, affetto per lui; e' avere gioia che
esso esista, che sia nato, e se non fosse nato, noi gli daremmo la nascita:
assumiamo su di noi l'atto del suo trovarsi nel mondo, siamo come madri.
Nell'agire secondo la nonviolenza ha grande rilievo non uccidere, non dare la morte. Si potrebbe obbiettare: quella persona morra' ugualmente, prima o poi. Rispondiamo che anzitutto c'e' una grande differenza; e noi stiamo parlando con serieta', per cui l'atto nostro ha il suo valore non nel fatto, ma nel proposito. E' ben diverso che io uccida mia madre e che essa muoia assistita amorevolmente da me. Sono non solo due modi di vivere diversi, ma due mondi. Inoltre: chi ci dice che la morte sia un fatto costante, ineliminabile? Abbiamo tentato di non dare la morte ne' col pensiero ne' con l'atto, per vedere se la realta' ci seguisse? Che ragione abbiamo noi di rimproverare la realta' che da' dolore e morte, se diamo dolore e morte?
Sicche' chi non da' la morte, produce due cose: in se', tanto e'
l'appassionamento all'esistenza delle persone, il senso della loro presenza
anche se muoiono; e nella realta' introduce un'iniziativa che la puo'
trasformare.
Proprio l'amore per le persone, fino al rispetto della loro esistenza e fin
sull'orlo della morte, prende su di se' la presenza di quelle persone,
quando e' amore non per uno, due, dieci, ma aperto a tutti. Il nostro agire
innocente sente che quelle persone, se muoiono, restano unite all'intima
presenza; mentre l'omicida, soltanto se si pente amorevolmente, ritrova in se' la presenza della persona uccisa; altrimenti sente il vuoto intorno a
se'.
Con la nonviolenza, dunque, s'impara concretamente che i modi di
manifestarsi attuali della realta' (tra cui la separazione, il dolore, la
morte) non sono permanenti, ma possono trasformarsi in meglio; e' una prova che vale la pena di tentare, e percio' la nonviolenza e' appello al mondo per una grande mobilitazione dell'unita' amore, con la fede nella
trasformazione della realta' stessa.
E' percio' un errore credere che la nonviolenza si collochi nel mondo
lasciandolo com'e'; piu' si pensa alla nonviolenza e si cerca di attuarla,
piu' si vede che essa ha un dinamismo tale che non puo' accettare il mondo com'e', ma essa porta tutto verso una trasformazione: l'umanita', la societa', la realta'. Come strumento di conservazione del mondo, la
nonviolenza e' discutibile; come strumento di trasformazione in meglio, essa ha un valore inesauribile, appunto perche' non fa modificazioni e
spostamenti in superficie, ma va nel profondo, al punto centrale.
E un altro e simile errore e' credere che la nonviolenza sia contro le
violenze attuali, ma accetti quelle passate, dell'umanita', della societa',
della realta'. Se fosse cosi' la nonviolenza sarebbe conservatrice e
accetterebbe il fatto compiuto, le prepotenze avvenute, le oppressioni, le
monarchie, gli sfruttamenti. La vera nonviolenza non accetta nemmeno le violenze passate, e percio' non approva l'umanita', la societa', la realta',
come sono ora. Non accetta la realta' dove il pesce grande mangia il pesce piccolo; e percio' cerca di stabilire unita' amore anche verso gli animali, appunto per iniziare il bene; non accetta che i viventi prendano il posto dei morti, e percio' tende a soccorrere i deboli, gli stroncati; non accetta il potere e la ricchezza privata, e percio' tende a costituire forme di federalismo nonviolento dal basso e forme di aiuto e reciprocita' sociale e fruizione comune di beni sempre piu' larghe. Essa ha come guida instancabile la presenza di tutti, e il principio che ogni singolo essere e' insostituibile.
Percio' essa tende a ridurre ed eliminare gli schemi generici e impersonali.
Noi viviamo troppo di questi schemi, e molte volte non ci curiamo d'altro;
ma non esistono gli schemi (gli amici, i nemici, i malati, gl'italiani, i
religiosi, gli autisti, ecc.); esistono i singoli individui, e la vita
fondamentale e' quella che li considera nella loro singolarita'
insostituibile. Noi usiamo lo schema, per esempio se cerchiamo un autista, e poi un altro autista, un librario ecc. Ma il progresso e' proprio nel ridurre questo uso di schemi. La guerra invece e' il mostro piu' immane di questo uso di schemi, che divora le singole individualita': non ci sono che i nostri e i nemici; e' percio' sommamente diseducatrice.
Ci avviciniamo cosi ad alcuni punti problematici della nonviolenza. Che cosa succede nella societa' cosi' com'e' ora costituita? La risposta deve
richiamare a quello che gia' si e' detto: la nonviolenza non puo' mettersi
nel mondo com'e', e lasciarlo tale e quale; la nonviolenza e' lotta (contro
se stessi, le proprie tendenze. i propri sogni di quiete), e' dramma
tormentoso, e' spinta a scegliere cio' a cui uno tiene di piu', a fare una
prospettiva; e se uno continua a vedere la vita come la vedono tutti, trova
assurda la nonviolenza; poi vengono le disgrazie e la morte, e uno non ci
capisce nulla. Invece la nonviolenza fa una prospettiva che da' una
preparazione religiosa per tutte le disgrazie e la morte: l'unita' amore con
le persone, come singole e come eternamente presenti, l'unita' amore che si perde di sentirla se noi compiamo atti di violenza e di distruzione delle
persone. Tenuto fermo questo senso di eterno, esso si allarga a comprendere tutto cio' che di bello, di buono viene creato, ed uno si sente in un mondo piu' vero di quello apparente nel tempo e transeunte. Ora, in una societa' se io sto inerte, sono colpevole. Ma se io, pur essendo per la nonviolenza, sono attivissimo, e con quella scelta e quella fede la vivo e la concreto e la diffondo con il mio costume, sono a posto verso la societa'. Nella quale percio' saranno due gruppi di persone: quelle che useranno eventualmente la violenza, e quelle che non la useranno, ma esplicheranno una intensa attivita'.
Ci siamo cosi preparati per affrontare una delle obbiezioni piu' insistenti;
se usiamo la nonviolenza, trionfano i cattivi. Rispondiamo che, anzitutto,
l'uso della violenza non ci da' sufficiente garanzia che trionfino i buoni,
perche' l'uso della violenza con efficacia richiede che si facciano tanti
compromessi e tanti addestramenti che si perde una parte di quella bonta', di quella elevatezza; e questo si vede dopo le guerre, quando c'e' un diffuso trionfo di violenti, e ci vuole l'azione di nuclei puri per cercare
di guarire (ecco la fortuna di idee religiose in ogni dopoguerra). Ora, gli
uomini non hanno bisogno soltanto di ordine nella societa', ma che ci siano vette alte e pure. Se per tener testa ai cattivi, bisogna prendere tanti dei loro modi, all'ultimo e' realmente la cattiveria che vince. La cosa e' piu' evidente se i cattivi posseggono armi potentissime, e noi per avere armi piu' potenti ancora, mettiamo tutta la nostra forza: alla fine scompare la differenza tra noi e loro, e c'e' bisogno che sorga una differenza netta tra chi usa le armi potenti, e chi usa altri modi, con fede che essi trasformano il mondo.
Gia' queste poche considerazioni mostrano quali modi spirituali piu' ricchi scaturiscono dalla nonviolenza. E anche in questo essa ha un grande ufficio nel mondo d'oggi, nel quale sembra che tutto si risolva nell'organizzazione sociale. C'e' il pericolo di restringere l'orizzonte dello spirito.
L'organizzazione sociale non e' che un aspetto, e se noi piegassimo tutto ad essa, perderemmo cose anche piu' importanti. E' certo che Gesu' Cristo porto' scompiglio, divisioni, altri modi nell'organizzazione sociale; eppure siamo convinti che egli era ben degno di nascere. Forse col Settecento si e' accentuata questa tendenza politico-sociologica; ma non bisogna dimenticare che la civilta' vuol dire essenzialmente non ripetizione, ma creazione. Per di piu' lo sviluppo tecnico ha portato il beneficio di tali comodi e servizi, che uno si e' affezionato troppo ad essi; e allora la civilta' perde in serieta' confrontata con civilta' passate, che saranno state devote a miti, ma erano piu' evolute. Bisogna quindi tornare ad una gerarchla o prospettiva di valori; e allora si vedra' che i valori che si difendono o acquistano con la violenza sono inferiori a quelli che si difendono o acquistano con l'attivita' nonviolenta.
Insieme con questa prospettiva, che si diffondera' a poco a poco negli
uomini, specialmente se dovranno subire una nuova guerra, c'e' un fatto che appare nuovo. Fino ad ora chi ha attuato la nonviolenza in una parte, per esempio in India, non si e' sentito perfettamente unito a chi ha usato la nonviolenza in un'altra parte, perche' uno diceva di farlo per una ragione, uno per un'altra; e ci rientravano miti, dogmi diversi. Oggi c'e'
un'unificazione e noi lavoriamo per questo. E l'unificazione delle ragioni
della nonviolenza porta, tra l'altro, che consideriamo violenza e
nonviolenza non come un fatto privato e personale, ma internazionale. E
percio' puntiamo prima di tutto sul fatto guerra, ci opponiamo alla violenza internazionale.
Una volta c'e' stato un pacifismo molto blando, tanto e' vero che davanti
alla prima guerra mondiale e alla seconda vacillo'. Esso credeva di arrivare alla pace molto facilmente attraverso la cultura, la scienza, l'interesse al benessere, il cosmopolitismo delle classi dirigenti. Si e' visto poi che non bastavano, e si capisce perche'. Non era stato affrontato il lato religioso del rifiuto della violenza, che cioe' la violenza si rifiuta in nome dell'amore (e non dello star bene), di una realta' liberata dagli attuali limiti (e non della continuazione di una realta' insufficiente), e con una disposizione al sacrificio, ad essere come il seme del Vangelo che muore per far sorgere la nuova pianta. Il vecchio pacifismo era ottimista e di corta vista, il nuovo e' drammatico e di fede nella liberazione
dell'uomo-societa'-realta' dagli attuali limiti.
Percio' anche a proposito dell'attuale mondialismo la nonviolenza da'
un'ottima guida. Non si oppone, sia perche' c'e' tanta gente che in quella
forma esprime per ora quello che vuole la nonviolenza, sia perche' c'e'
sempre qualche cosa di educativo in questo dirsi "cittadini del mondo",
tanto piu' in presenza a tanti persistenti nazionalismi, e alquanto torbidi:
una prima purificazione puo' esser quella di dire, "conveniamo insieme tutti nel mondo", vediamo di intenderci, ascoltiamo e parliamo. La' dove la nonviolenza interviene e' nei primato da dare; il mondialismo dice: facciamo un'assemblea mondiale e un governo, e un codice, e una polizia mondiale; la nonviolenza dice: persuadiamoci dell'interna ragione dell'unita' umana attraverso l'impegno nonviolento, poi vedremo le forme sociali che ne conseguono. Il mondialismo sembra piu' concreto, ma corre il rischio di mantenere la violenza e di appoggiarsi a un impero vincente, e tutto resta quasi come prima; diminuira' qualche guerra, perche' il diritto di farla
rimane al centro dell'impero, ma e' grave l'inconveniente che se questo
governo mondiale fa ingiustizie, non c'e' scampo (mentre ora, almeno, si
puo' mutare Stato). Il mondialismo sembra troppo facile accettarlo (e questa
facilita' dovrebbe rendere attenti). La nonviolenza pone impegni precisi,
chiede fede; e' difficile, ma va in profondo, si occupa della radice: ha
fiducia di trarre da se' e dalla trasformazione che porta nuovi modi anche
sociali, diversi dai vecchi del codice, dello Stato, della polizia, della
distruzione repressiva.
La nonviolenza, per quello che vede finora, considera ogni rapporto non in
senso di autorita', potere, repressione, ma in senso federativo,
orizzontale, aperto. Per questo nella societa' circostante porta un modo
diverso che agisce sia direttamente per le persone che coltivano in se'
questo senso orizzontale, fraterno (e che ne sono trasformate), sia
indirettamente per le persone che ricevono questo nuovo agire nonviolento,
purche' costante e convinto. Bisogna tener presente questa trasformazione
dell'uomo, e allora se si dice che la nonviolenza tende ad un "federalismo
nonviolento dal basso", si capisce che non si tratta di un federalismo in
cui ognuno resta tale e quale, ma di un federalismo nel quale opera un
elemento dinamico, che e' la nonviolenza intesa in quel senso aperto.
Da quello che si e' detto risulta chiaramente che la nonviolenza tende anche
a trasformare le strutture delle comunita', e stabilire rapporti diversi da
quelli repressivi. Tuttavia si puo' osservare che l'azione dell'organo di
"polizia" in una comunita' e' lontana da quegli eccessi di distruzione e di
eccitazione psichica e di impersonalita' che ci sono per gli eserciti e le
guerre: quell'azione e' circoscritta, diretta specificamente contro chi
porta violenza e con lo scopo piu' di distogliere dalla tentazione che
altro. Naturalmente il nonviolento tende ad altro, e a smobilitare polizie e
prigioni, ed ha fiducia che questo sia possibile, perche' crede alla
superabilita' del male e alla attuabilita' di migliori rapporti umani; e per
intanto compie un'opera instancabile perche' la repressione sia umana, non
torturatrice, educatrice, non vendicatrice, ma cooperante al bene anche del
criminale stesso. Ma si rende anche conto che quello della polizia e della
coercizione giudiziaria e' l'ultimo strumento a cui una comunita' rinuncia,
e solo quando ci sia un ampio sviluppo di modi nonviolenti di convivenza. Il
nonviolento si dedica a questo, specialmente con l'apertura verso il
probabile violento, rimovendo le cause, rafforzando l'unita' sociale gia'
nell'intimo.
(Da La nonviolenza, oggi, 1962)
*
La nonviolenza nei casi personali
Nei rapporti personali (che e' il campo dei "casi" e delle critiche nelle
discussioni sulla nonviolenza) la persuasione della nonviolenza si manifesta
come tendenza generale, come una direttiva che va applicata pazientemente, e
con la buona volonta' di cercare di evitare l'uso della violenza, e con la
lealta' di correggersi se si devia, e di affrontare il dolore conseguente.
Chi si mette su questa linea puo' errare mille volte, ma fa uno sforzo, apre
una via, incide nella realta' abituale e fuga l'inerzia: non merita il
rimprovero di chi sta inerte a non tentare nulla. Si', e' vero, e' difficile
essere nonviolenti integralmente: e' piu' facile rifiutarsi agli eserciti e
alle guerre; ma nell'ambito personale e immediato e' piu' difficile
purificare dalla violenza i nostri atti, e ci possiamo trovare in situazioni
nelle quali spingiamo la difesa fino alla violenza. L'importante e' non
stancarsi di tendere ad attuarla, vivendola nelle sue profonde ragioni; che
cosa fa il musicista, se non tendere a realizzare musica meglio che puo'?
eppure puo' riuscirgli anche musica non sempre di valore, pura, alta.
Se uno mi assale per colpirmi, che cosa debbo fare? E' chiaro che dal punto
di vista della nonviolenza io debbo evitare di colpirlo, e tanto piu' se il
mio colpo sarebbe per lui la morte. Se sono capace di tenerlo nella
incapacita' di colpirmi, cerchero': lo faro' con il dolore di esser tirato
ad un contrasto con una persona ma posso tentare di farlo, e sappiamo che
sono costruibili arnesi con i quali si puo' senza uccidere e senza ferire,
impedire ad uno di colpire. E' probabile anche che io possa fare dei
tentativi di parlare e di distogliere l'avversario. Certo e' che, nel punto
estremo, nel quale o muore lui o muoio io, la nonviolenza mi dice quale e'
la scelta da fare. E tuttavia le circostanze, le ragioni, significano molto
se io decidessi diversamente; e con molto dolore dopo, per la tristezza del
caso.
Cosi e' nelle altre ipotesi tormentose. Per esempio: se uno volesse uccidere
un bambino? E' molto probabile che vi siano mezzi per immobilizzare chi vuoi
compiere quell'atto, e che sia alquanto raro il caso che egli lo possa
compiere senza che lo si cerchi di tener fermo e disarmato. In ogni modo,
nel caso estremo, si puo' arrischiare anche la propria vita davanti a quella
del bambino. Sara' stimabile chi, in omaggio alla nonviolenza e per tutto
cio' che essa significa e produce, non compie la violenza di uccidere
l'aggressore. Sara' stimabile anche chi compia questa violenza, con il puro
scopo di difesa del bambino. Sarebbe un'impostazione errata del problema
dire che non c'e' che un modo d'agire; e ogni altro e' delittuoso e
traditore. L'atto vale per tutta la sua sostanza, e la sostanza della
nonviolenza e' rispettabile tanto quanto quella della difesa, purche' siano
entrambe serie e profonde. Del resto, non e' detto che tutte le volte che si
opera con violenza si riesca ad impedire il misfatto; mentre se ci si desse
a diffondere un'educazione alla nonviolenza si agirebbe anche sul sorgere di
atti di violenza dove che siano, perche' nell'intimo siamo tutti un'unita'.
Del resto, la nonviolenza oggi si presenta con un accento straordinario.
Appunto perche' la violenza, in atto o potenziale, e' salita a un culmine
straordinario, la nonviolenza interviene per coordinare i tentativi di
decongestione, e la cosa vale bene il sacrificio di qualcuno di noi se sara'
offeso ed egli non reagira' con la violenza. Non che il sacrificio di noi,
di altri o di cose, sia cercato di proposito; ma il fatto e' che si sta non
salvando la bianchezza delle proprie mani, ma intervenendo perche'
l'umanita'-societa'-realta' prendano un nuovo corso, si trasformino. E la
trasformazione essenziale, da cui mille altre, e' quella di aprirsi ai
singoli esseri, elevandoli coralmente, infinitamente, eternamente, ai valori
puri. Il non usare violenza verso singole persone e', insieme, simbolo e
realta': volere che i singoli siano presenti e partecipi in eterno; iniziare
la realizzazione paradisiaca in terra, che richiede (naturalmente)
iniziativa e sacrificio. Quest'aria eccezionale di ora religiosa, di fine di
una realta' e di inizio di una realta' migliore, questa luce festiva tocca i
sacrifici che la nonviolenza richiede.
Viene talvolta obbiettato che e' bene arrestare il violento con altrettanta
violenza, proprio per il suo bene, per amore di lui, perche' conosca cio'
che e' giusto, e trovi, fuori di se', un aiuto di forza per costringere la
propria bestialita' e cattiveria. Rispondiamo che se fosse sempre cosi,
sarebbe realmente gia' miglior cosa della violenza che trascura la
situazione della persona che la riceve. Tuttavia e' da notare che
l'efficacia di un tal metodo per migliorare gli altri e' ben discutibile, e
nella realta' il violento si vede vinto da una violenza maggiore, e non
impara a trasferirsi su un altro piano. Anzi vede che non c'e' che il piano
della forza, e che vince chi ne ha di piu'. E' molto male che agli uomini
non si porga l'esempio, l'ipotesi, l'insegnamento di tutto un altro modo di
comportarsi. E fanno male i sacerdoti ad abdicare, quando abdicano, su
questo punto. Inoltre chi usa questa "violenza pedagogico-giuridica", si
cristallizza in essa: i romani la usarono, risparmiando i sottomessi e
debellando i superbi; ma solo il cristianesimo porto' liberta' e autentica
cittadinanza mondiale, e al posto dell'intenzione pedagogico-giuridica, mise
la costruttiva e reale apertura dell'anima. In quel modo, opponendo violenza
al violento, si ottiene, se mai, un risultato nel momento; mentre opponendo
la nonviolenza e i suoi modi si otterra' un risultato piu' lontano, ma
veramente di qualita' migliore.
Non si puo' sperare che poco dalla persuasione! viene obbiettato.
Ammettiamolo, ma rispondendo: che se non si tenta, non si puo' dire, e
bisogna dunque tentare con cuore intrepido; e poi, il valore della
nonviolenza non sta nel persuadere subito di colpo: essa afferma se stessa e
stabilisce unita' amore, apre una migiore realta'; questo atto viene deposto
nell'unita' che lega tutti gli esseri; prima o poi dara' il suo effetto,
anzi esso ha cominciato gia' a darlo se c'e' stato chi ha iniziato.
Ma voi persuaderete i buoni, i gia' persuasi; mentre i cattivi non vi
daranno ascolto; ci vien detto. Noi non crediamo, invece, che le persone
siano divisibili in due gruppi netti, ma se, col parlare di nonviolenza, si
riuscisse a ritagliare un gruppo di persuasi, meglio cosi, che non, tacendo
sulla nonviolenza, avere tutte persone violente. E poi: tante volte si parla
di cattivi, e dei peggiori, che si volgono energicamente al bene; ed e' vero
che spesso i fortemente buoni sono dei mancati briganti: che vuol dir
questo? che non dobbiamo guardare a nature fisse, precostituite,
predeterminate; ma piuttosto a impulsi, esempi, forze spirituali pure che
entrano nel campo della vita delle persone; ed e' qui che la nonviolenza
puo' fare piu' che puo'.
(Da La nonviolenza, oggi, 1962)
*
Ragioni della nonviolenza
1. La nonviolenza prende in considerazione il nostro rapporto con gli altri
esseri viventi, con la fiducia di renderlo sempre piu' reciprocamente
amichevole, comprensivo, soccorrente, lieto, malgrado le difficolta' che gli
altri stessi possono metterci. Questa fiducia non cessa di colpo al confine
degli esseri umani e spera anche per gli esseri viventi non umani; ma si
rende conto che la storia con la sua spinta vitale ha separato da noi finora
questi esseri (animali e piante) in forme di piu' difficile educazione,
trasformazione, liberazione.
2. La nonviolenza e' aperta all'esistenza, alla liberta', allo sviluppo di
ogni essere. Quando nel Settecento sono stati banditi i principi di
liberta', eguaglianza, fratellanza, non e' stato fatto tutto. La liberta'
era piu' la liberta' propria come diritto che la liberta' degli altri come
dovere; l'eguaglianza era un bel principio, ma si fermava a meta' perche'
restavano i miseri e gli sfruttati; la fratellanza era piu' quella generica
con i lontani che quella difficile, nonviolenta e perdonante verso i vicini.
3. La bellezza della nonviolenza e' che essa preferisce non di distruggere
gli avversari, ma di lottare con loro in modo nobile e dignitoso, con il
metodo nonviolento, che fa bene, prima o poi, a chi lo applica e a chi lo
riceve. In fondo e' piu' coraggioso volere vivi e ragionanti gli avversar!,
che farli a pezzi.
4. Ma sarebbe errore credere che la nonviolenza consista nel non far nulla,
nell'incassare i colpi, le cattiverie e le stupidaggini degli altri. La
nonviolenza e' sveglia e attiva, e protesta apertamente, anzi cerca i modi
non solo per convincere gli autori delle ingiustizie, ma per informare
l'opinione pubblica, di cui ha la massima considerazione: la nonviolenza per
nessuna ragione crede che si possa sospendere la liberta' e la possibilita'
abbondante di informazione e di critica per tutti, fino all'ultimo essere
umano. Anche qui la nonviolenza attua al massimo un principio del
Settecento, che la borghesia ha poi alterato a proprio vantaggio: la
formazione libera dell'opinione pubblica, comprendente tutti.
5. La nonviolenza puo' rinnovare veramente la vita interna di un paese,
perche' nell'insieme di un'opinione pubblica, tutta sveglia e
obbiettivamente informata, porta eventuali piani di non collaborazione e
perfino, in casi estremi, di disobbedienza civile, che servono a bloccare
iniziative autoritarie dall'alto. In Italia un popolo privo di esatta
informazione e critica responsabilita' fu portato ad uccidere e a morire, e
poi al popolo privo del metodo di opposizione nonviolenta fu imposta una
dittatura. L'uso del metodo nonviolento avrebbe salvato e trasformato
l'Europa, a cominciare dall'Italia e dalla Germania.
6. Trasformare la situazione interna dei paesi vuoi dire anche avere un
continuo promovimento di campagne giuste e rinnovatrici, in cose piccole e
in cose grandi, e senza portare il terrorismo della guerra civile nelle
strade e nelle case. E' un metodo nuovo, il tenere attiva una societa' con
il metodo nonviolento, controllando e smascherando, protestando e agitando,
sacrificandosi e cosi educando i giovanissimi a cercare coraggiosamente di
migliorare le societa' dal di dentro. Anche qui la nonviolenza salva i
giovani, occupandoli bene (rivoluzione permanente).
7. La nonviolenza e' strettamente congiunta col punto a cui e' giunta la
guerra, con la sua attrezzatura tecnica e le armi nucleari. L'esasperazione
della ferocia e della vastita' distruttiva della guerra, specialmente dopo
Hiroshima, ha posto il problema di arrivare a un altro modo di condurre le
lotte e la stessa difesa. Come ci si difende alle frontiere da missili che
varcano i continenti e in pochi minuti distruggono citta', specialmente le
industrie, i civili? Si puo' arrischiare una tale strage e un tale
avvelenamento dell'educazione delle generazioni? Dietro e dopo le soluzioni
provvisorie dell'equilibrio del terrore, mentre e' enorme nel mondo la
fabbricazione di armi di tutte le specie e la loro distribuzione anche ai
popoli sottosviluppati, la nonviolenza prepara la svolta storica del
possesso in tutto il mondo di un metodo di lotta che esclude la distruzione
dei nemici, attraverso la non collaborazione con il male, la solidarieta'
aperta dei giusti. Questo metodo non ha bisogno di armi e percio' di
appoggiarsi ad una nazione con industrie capaci di darle, come sono
costretti a fare i guerriglieri violenti, che usano anche i vecchi modi del
terrorismo tra gli avversari e della tortura dei prigionieri.
8. Il metodo nonviolento esige prima di tutto qualita' di coraggio, tenacia,
sacrificio, e di non perdere mai l'amore; poi esige un addestramento fisico
e psicologico, ma possibile anche per persone di forze modeste. Un metodo in
cui un cieco puo' essere piu' utile di un gigante. Cosi il metodo
nonviolento si rivela come la possibilita' di partecipazione attiva,
appassionata ed eroica, di persone che non hanno altro che il loro animo e
le loro giuste esigenze: la nonviolenza le valorizza, illumina, e rende
presenti anche moltitudini di donne, di giovinetti, folle del Terzo Mondo,
che entrano nel meglio della civilta', che e' l'apertura amorevole alla
liberazione di tutti. E allora perche' essere cosi' esclusivi (razzisti)
verso altre genti? Oramai non e' meglio insegnare, si', l'affetto per la
terra dove si nasce, ma anche tener pronte strutture e mezzi per accogliere
fraternamente altri, se si presenta questo fatto? La nonviolenza e' un'altra
atmosfera per tutte le cose e un'altra attenzione per le persone, e per cio'
che possono diventare.
9. Davanti a questa svolta storica in anni e decenni, il prevalere di gruppi
violenti per un certo periodo rimane un episodio. L'unica forza che scava
loro il terreno e' la nonviolenza, ma ci puo' volere pazienza, tempo,
costanza. E' vero che un atto di violenza puo' fronteggiare un altro atto di
violenza, ma poi? Nel quadro generale e' meglio attuare un altro metodo. Si
possono conservare ancora forze coercitive per piccoli fatti, di ordine
quotidiano, ma nel piu' e nell'insieme e' il metodo del rapporto nonviolento
che va risolto e articolato sempre piu'. In esso, nel fatto che esso e'
amorevolezza, approfondimento dell'unita', festa della vicinanza, inizio di
una storia nuova con nuovi modi di realizzarsi, sta il compenso per i
sacrifici della lotta nonviolenta e per il ritardo delle vittorie.
10. La nonviolenza e' la porta da aprire per non sentirsi soli. La
nonviolenza cerca sempre di essere con gli altri. E questo e' molto
importante oggi, perche' sta dilagando il bisogno di una democrazia diretta,
dal basso, con il controllo di tutti su tutto. Contro i poteri imperiali dei
capi degli eserciti e delle industrie che li servono (private o statali), la
democrazia diretta costituira' i suoi strumenti con la continua guida della
nonviolenza, per smontare la varia violenza dei potenti (violenza
burocratica, giudiziaria, nella scuola, nel lavoro, negli enti di
assistenza, nella stampa e nella radio), non con assalti sanguinari che non
trasformerebbero, ma con la preparazione al controllo serio e aperto.
11. Dire nonviolenza e' come dire apertura in tutti i campi, occuparsi degli
esseri viventi in modo concreto e aiutarli (che e' anche un modo per avere
forza in se stessi); tenersi pronti per sostenere cause giuste e meritare il
nome di essere perfettamente leale; riconoscere che negli errori degli altri
c'e' sempre una qualche responsabilita' e possibilita' attiva per noi;
perdonare facilmente al passato nella serieta' di impegni migliori per il
futuro; invidiare Dio che puo' conoscere piu' da vicino tutti gli esseri e
aiutarli infinitamente; tendere a costituire comunita' di vita con piu'
persone e famiglie in modo che ci sia uno scambio piu' attivo e
un'educazione comune dei piccoli; essere piu' sensibili ad ogni altro valore
pratico e contemplativo (l'onesta', l'umilta', la musica, ecc.); essere piu'
fermi nella serieta' e severita' quando occorra (per esempio contro le
ingiuste e molli raccomandazioni); cercare di estendere il rispetto della
vita quando e' possibile (per esempio col vegetarianesimo, ma facendolo bene
perche' non sia dannoso) e assecondare dalla fanciullezza la zoofilia;
utilizzare l'appassionamento universale per la massima valorizzazione degli
esseri per arricchire l'attenzione nel tu rivolto a un singolo essere,
perche' non sia isolato e stagnante; attuare quotidianamente la gentilezza
costante, senza ipocrisia e con franchezza; portare in ogni situazione
un'aggiunta di ragionevolezza umana e di comprensione reciproca; garantire
una riserva di serenita' per il fatto che la nonviolenza e' qualche cosa di
piu' rispetto alla semplice amministrazione della vita.
12. La nonviolenza non sta in un individuo astratto, ma e' da individui a
individui in situazioni, strutture, grandi problematiche e urgenti
realizzazioni. Un modo in cui si fa presente e', come abbiamo visto, quello
del pacifismo integrale. Il che vuol dire non solo il rifiuto di collaborare
alla guerra e guerriglia, e a cio' che inevitabilmente le accompagna, il
terrorismo contro i civili e la tortura sui prigionieri; ma anche la scelta
del disarmo unilaterale, unito all'addestramento all'azione del metodo
nonviolento. Percio' la nonviolenza indica il pericolo dell'equilibrio del
terrore, durante il quale eserciti e industria alimentano di armi tutto il
mondo, da cui conflitti grandi e piccoli; indica gli spegnimenti della
democrazia che vengono fatti per allinearsi in grandi blocchi
politico-militari; mostra l'immenso consumo di denari nelle spese militari
invece che nello sviluppo civile. Le Nazioni Unite, come insieme di sforzi
per dominare razionalmente le situazioni difficili e per provocare
continuamente la cooperazione, sono sostenibili, anche perche' tutte le
trasformazioni rivoluzionarie che la nonviolenza porta, sono sempre il
fondamento e l'integrazione di quelle decisioni razionali e giuridiche che
gli uomini prendono, quando esse sono un bene per tutti. Certo, il
nonviolento non si scalda per il governo mondiale, che potrebbe diventare
arbitrario e oppressivo, ma per il suscitamento di consapevoli e bene
orientate moltitudini nonviolente dal basso.
13. La nonviolenza vuole la liberazione di tutti, e non cessa mai di portare
l'eguaglianza a tutti i livelli. Ora un problema molto importante e' che
l'uomo non subisca la violenza mediante il lavoro. Il lavoro e' uno dei modi
che l'uomo ha (non il solo) per esprimere la sua personalita', ed e' percio'
positivo, un diritto-dovere, una partecipazione alla comunita'. Ma va sempre
piu' realizzato il fatto che ogni lavoro e' verso tutti, e in certo senso
pubblico, non privato e sottoposto a condizioni di servitu' e di
sfruttamento. Difendere e sviluppare la posizione di tutti i lavoratori vuol
dire renderli sempre piu' capaci di eguaglianza di fruizione della vita
comune, nei beni materiali e nei beni culturali, mediante la formazione
nell'adolescenza e mediante il tempo libero, e capaci di partecipazione
attiva, civica, critica, costruttiva. Percio' i provvedimenti per cui la
proprieta' viene resa pubblica e controllata, cioe' aperta e non chiusa
(socialismo) snidano la violenza sostanziale di chi si vale della proprieta'
per alienare gli uomini staccandoli dal loro pieno sviluppo nonviolento e
creativo sul piano orizzontale di tutti.
14. Il grande fatto della meta' di questo secolo e' il discorso sul potere.
La nonviolenza, meglio di ogni altro atteggiamento, puo' indicare quanta
violenza si annidi nel vecchio potere. Si e' constatato che la
statalizzazione della proprieta' non toglie la durezza del potere. Non basta
far cadere le posizioni della proprieta' privata perche "il potere operaio"
abbia il diritto di tutto costruire. Il problema non e' che nuova gente
arrivi, in un modo o in un altro, al potere; ma che il potere sia esercitato
in modo nuovo; altrimenti e' meglio continuare a lottare e formare un
terreno piu' favorevole per arrivare ad un "potere nuovo", magari
cominciando da forme di potere locale, dove e' meglio possibile attuare tipi
di "potere aperto", che conta sulla costante collaborazione degli altri e
possibilmente di tutti.
15. Che fa la nonviolenza davanti alla legge? La scruta per intenderla, per
integrarla con l'animo, per migliorarla, per ridurre la violenza. La legge,
come decisione razionale, che riguarda azioni da comandare o da impedire,
non puo' essere respinta senz'altro per sostituirla con la naturale
istintivita' individualistica umana. La legge e' una conquista della
ragione, e spesso merita di essere aiutata. Ma il nonviolento l'aiuta a modo
suo. L'accetta quando e' molto buona. Consiglia di sostituire
progressivamente alla esclusiva fiducia nei mezzi coercitivi, lo sviluppo di
mezzi educativi e di controllo cooperante di tutti. Fa campagne per
sostituire leggi migliori, quando le attuali sono insoddisfacenti e
sbagliate. Errato e' insegnare a ubbidire sempre alle leggi e a non volerle
riformare, come se non esistesse la coscienza e la ragione. La nonviolenza
aiuta a capire che non basta dire: "Noi siamo autonomi e ci diamo percio' le
nostre leggi". Bisogna aggiungere: "E le nostre leggi hanno l'orientamento
di realizzare la nonviolenza come apertura all'esistenza, alla liberta',
allo sviluppo di tutti".
16. In questo tempo in cui la nonviolenza allarga e approfondisce le sue
responsabilita', essa si trova davanti il potere delle autorita' religiose,
e l'urto e' inevitabile. Tali autorita' pretendono di decidere su violenza e
nonviolenza. La nonviolenza porta una sua prospettiva, di un sacro aperto e
non chiuso, del valore di raggiungere l'orizzonte di tutti come superiore al
cerchio dei credenti. Il credente nonviolento finisce col trovarsi piu'
volentieri a fianco del nonviolento di un'altra fede che con l'"autorita'"
della propria fede. Lo spirito di autoritarismo che pervade tutto il corpo
ecclesiastico cerca di scacciare proprio quello spirito della nonviolenza
aperto all'interesse per ogni singolo nel suo contributo e nel suo sviluppo,
e impone una assenza di violenza che e' passiva obbedienza. Ben altro e' la
nonviolenza aperta, che non ha paura di nessuna autorita', ed e' sicura di
farsi valere prima o poi.
17. La nonviolenza non e' soltanto una cosa della vita e nella vita. Nel suo
sforzo continuo di migliorare il rapporto tra gli esseri, e di congiungere
piu' saldamente la vita del singolo con la vita di tutti, avviene
effettivamente un'influenza sulla cosi' detta "natura", che e' la vitalita',
la volonta' di forza, di vita come vita, come piacere, come guadagno e
profitto, come potenza, come riposo utile, come schiacciante energia dal
seno stesso della realta' fisica. Il Vesuvio sterminatore osservato dal
Leopardi e che uccise tanta gente; l'acqua di un'inondazione, che copre
indifferente un sasso e il volto di un bambino, sono aspetti della natura.
Ma natura e' anche la vitalita' che spinge il bambino a nascere e a
crescere; la forza che ci affluisce ogni giorno mediante il cibo, il riposo,
l'aria. Non si puo' tagliare da noi tutta la natura; ma si puo' scegliere: o
svilupparci come bruta natura, o svilupparci come crescente nonviolenza
verso gli esseri, rimediando la crudelta' della natura e proseguendola nel
buono, nel vivo, trasformandola progressivamente. Perche' al limite estremo
c'e' la sua trasformazione e il suo portarsi al servizio di tutti gli esseri
affratellati. Un atto di nonviolenza e' percio' anche un atto di speranza in
questa trasformazione della cruda forza della natura.
18. Ma la nonviolenza non soltanto progredisce come rapporto. Essa qualche
volta ha a che fare direttamente con la morte: e' rifiuto di dare quella
morte determinata, e' constatazione dell'impotenza davanti ad una morte, e'
l'improvviso trovarsi a dire un tu ad un essere che ci sembra non lo riceva
piu' perche' e' morto. Il nonviolento, che fonda molto della sua decisione
sul rispetto della vita, puo' anche semplicemente confermare, davanti alla
morte, il proposito di non darla, e accomunare i morti in una cara memoria
dei singoli e in una generale pieta'. Ma puo' anche considerare ogni morte
come una crocifissione che la natura fa di ogni essere, come l'impero di
Roma la faceva per i ribelli; e se ogni morte e' una crocifissione, il morto
non e' spento ma risorge nella compresenza di tutti. Cosi la nonviolenza
puo' condurre a vivere questo grande mistero della compresenza di tutti,
viventi e morti.
19. Vista ora nell'insieme di queste possibili attuazioni e prese di
influenza e di azione su una realta' che oggi parrebbe cosi' contraria ad
essere penetrata dalla nonviolenza, essa mostra il suo posto, l'aggiunta che
fa al mondo presente. E' facile la profezia che ancora gli imperi
militari-industriali del mondo concentreranno forze immani. Ma la
nonviolenza ha cominciato ad aprire in ogni paese un conto, in cui ognuno
puo' depositare via via impegni e iniziative. Se si pensa alla creativita'
teorica e pratica di pochi decenni, si sente la crescita potenziale di una
Internazionale della nonviolenza. Bisogna riconoscere che, indipendentemente
dalle altre sue teorie, Gandhi, con la formazione del metodo di azione
nonviolenta, ha dato il piu' grande contributo all'era della nonviolenza; e
cosi ogni altro grande attuatore del metodo nonviolento, e suo testimone, ci
e' fratello e padre. Nessuna paura e nessuna fretta, nessuna gelosia e
nessuna presunzione, per l'organizzazione: possono sorgere innumerevoli
centri per l'addestramento alle tecniche del metodo nonviolento.
20. E se da questo largo quadro torniamo al semplice e singolo individuo che
prende interesse per la nonviolenza, che prova a sceglierla, che vede di
poter resistere al pensiero della violenza come soluzione, che non
s'impiglia nella casistica dello schiaffo e del non schiaffo, del bambino
ucciso e non ucciso, perche' non tutto sta li', e bisogna rifarsi al quadro
generale, vediamo che Io stesso processo di sviluppo c'e' in grande come
c'e' in piccolo, nel mondo e nel singolo individuo. Noi abbiamo ancora molta
violenza addosso, come ce l'ha il mondo. Se uno per togliersela si isolasse
da eremita, sbaglierebbe, perche' si priverebbe di tutte le occasioni per
far progredire in se' e nel mondo la nonviolenza, che e' amore concreto, e
per riprenderla, se l'avesse trascurata.
(Dalla rivista "Azione nonviolenta", agosto-settembre 1968)
*
Tanto dilagheranno violenza e materialismo che ne verra' stanchezza e
disgusto; e dalle gocce di sangue che colano dai ceppi della decapitazione
salira' l'ansia appassionata di sottrarre l'anima ad ogni collaborazione con quell'errore, e di instaurare subito, a cominciare dal proprio animo (che e' il primo progresso), un nuovo modo di sentire la vita: il sentimento che il mondo ci e' estraneo se ci si deve stare senza amore, senza una apertura infinita dell'uno verso l'altro, senza una unione di sopra a tante differenze e tanto soffrire. Questo e' il varco attuale della storia.
(Da Elementi di un'esperienza religiosa, 1936)

sabato 10 maggio 2008

Danilo Dolci

Alberto L'Abate ci consegna un " ottalogo" DOLCIANO che andrebbe sperimentato in una comunità che si ritenga realmente legata intimamente alla figura del Maestro Danilo Dolci.Certo occorre un atto di umiltà..Di azzeramento di ruoli e presunzioni..Di capacità di confrontarsi con coscienza liberata da tutti quei detriti che le storie personali hanno accantonatonelle stive dei personalismi ...per guardare la necessità della sopravvivenza, di una "struttura maieutica"Credo che Danilo "meriti" il nostro sforzo..Credo che..... dodicenni che si fanno le canne, filmini hard da mettere subito in rete....stupri, abusi e violenze massmediatiche reiterate alle coscienze dei "piccoi"...possano essere , un motivo sufficiente per azzerare la nostra vanagloriosa storia individuale e fare un passo reale verso la composizione del PATRIMONIO DOLCIANO...che non sta solo nei MATERIALI che come tante api laboriose ...stiamo producendo qui e là...ma consiste più propriamente nella convinzione che il suo vero unico patrimonio indiviso e indivisibile si può comporre solo nella nostra "coscienza colettiva " e in una "affidabile" volontà di coevolvere..
http://www.edscuola.com/archivio/interlinea/bozza_di_manifesto.htm........ un po' come il vedere di Galileo al nuovo telescopio.
Sarebbe ora di uscire dalle chiesuole...e correrre , chi vuole, nel grande anfiteatro naturale di Mirto, scalzi e leggeri, a "cantare , danzare , recitare, testimoniare...la troppo bella "musica dolciana" .Dell'ottalogo di Alberto per Danilo io ho sperimentato i numeri: 4, 5, 7 e devo dire che i risultati sono eccellenti.. (*)Agli amici siciliani...la chance di unificare gli stati generali di aspiranti rivouzionari: come appellarli? La prima cosa che mi viene in mente: .. " I sandali di Danilo"..Un abbraccio Nadia Scardeonihttp://www.edscuola.com/archivio/interlinea/interpro.html
http://www.fondodanilodolci.it/risorse/L_Abate_04072006.pdfstracio da : ALBERTO L'ABATE - LA MAIEUTICA RECIPROCA.
...........nasce, in Dolci, l'idea della "maieutica reciproca", per sottolineare appunto che nonesiste un solo maieuta, il docente, ma che la verita', e la soluzione deiproblemi, va ricercata insieme, soprattutto con le persone che di quel problema stesso soffrono.*Ma per comprendere meglio l'impostazione di Dolci e' bene far riferimento adun suo saggio pubblicato nel 1968: "Cosa e' pace?". In esso Dolci prende inesame vari dizionari della lingua italiana, ed alcuni anche di altri paesi,e nota come in tutti la pace e' vista come un concetto negativo, comeassenza di guerra. E sottolinea la necessita' di vederla invece come unconcetto positivo, e per far questo da' alcune indicazioni metodologiche:1. "Voler sapere, voler capire", che comporta una osservazione sistematica,un lavoro di ricerca e di scoperta per documentarsi, per superarel'ignoranza ed i pregiudizi, ecc.2. "Avere il coraggio di chiarire il fronte delle difficolta' da vincere", ecioe' la necessita' di vedere le collusioni tra la mafia locale e gli organidello Stato, e di capire che una vera democrazia deve garantire a ciascunola possibilita' di lavorare, di sapere, di esprimersi, e che il lavoro perla pace non e' facile.3. "Essere rivoluzionari", e cioe' cercare di superare i comportamenti, siaindividuali che di gruppo, che cercano di mantenere la situazione come e'attualmente, o di modificarla solo in modo quasi impercettibile. ScriveDanilo: "L'azione nonviolenta e' rivoluzionaria anche in quanto, con la suaprofonda capacita' di animare le coscienze, mette in moto altre forze purediverse nei metodi. Ciascuno che aspira al nuovo fa la rivoluzione che sa...Chi pensa che la guerra sia la forma suprema di lotta, il modo di risolverei contrasti, ha una visione ancora molto limitata dell'uomo e dell'umanita'.Chi ha effettiva esperienza rivoluzionaria sa come, per riuscire a cambiareuna situazione, deve fare appello, esplicitamente o meno, ad un livellomorale, oltre che materiale, superiore a quello imperante; sa comel'appellarsi a principi piu' esatti, ad una morale superiore, divengaelemento di forza effettiva: e in questo modo la sua azione e'rivoluzionaria anche in quanto contribuisce a creare nuova capacita', nuovacultura, nuovi istinti: nuova natura dell'uomo. Personalmente, sono persuasoche la pace si identifica con l'azione rivoluzionaria nonviolenta" (pp. 229-230).4. "Saper sperimentare". Per Dolci la sperimentazione e' indispensabileperche' senza una esperienza diretta l'individuo ed i gruppi piccoli e vastinon sanno cercare, operare, vivere insieme, combattere in modo nuovo.5. "Non vendersi". Danilo sottolinea come il vendersi, soprattutto da partedegli intellettuali, il prostituirsi ai potenti, agli sfruttatori, a quelliche lui definisce "i veri fuorilegge", non solo fa male a chi lo fa ("cilimita, ci disfa") ma permette a questi ultimi di resistere nelle loroposizioni di prepotenza. "Scegliere secondo necessita' e coscienza - certo,non e' facile -, rifiutarsi ad ogni professione o occasione che ci impegniin sfruttamenti ed assassinii di ogni genere, e' un contributo fondamentaleper rompere il sistema delle clientele, dal livello di strada a quellointernazionale" (p. 234).6. "Saper mettere fuori legge i veri fuorilegge". Per questo e' necessariofar leva su leggi morali e giuridiche piu' elevate, o anche su leggi solodemocratiche, perche' questo permette di far venire alla luce chi e'veramente fuorilegge, chi tortura ingiustamente, chi sfrutta il lavorolasciandolo insicuro, chi fa brogli elettorali, chi spreca denaro pubblico,chi impedisce le liberta' di espressione, di riunione, di informazione. Maper far questo bisogna raccogliere dati precisi, documentati, sistematici,anche eventualmente con fotografie, in modo da avere prove schiaccianti chenon possano essere negate. Ma soprattutto e' necessario "mettersi incondizione di far le nuove leggi e le strutture nuove necessarie" (p. 235).7. "Saper muovere fronti nuovi". Secondo Danilo le armi sono nate per ladifesa dei nostri antenati per far loro procurare cibo tra belve feroci, epercio' come utili strumenti per la loro sopravvivenza. Ma attualmentequeste armi sono "anacronismi assurdi", sono dei mostri che sputano fuoco edistruggono in un attimo citta' costruite dall'opera di milioni di personein migliaia di anni. "Non solo dobbiamo sgonfiare questi mostri - scriveDanilo - non alimentandoli e non lasciandoli nutrirsi di noi: dobbiamosapere chiaramente in ogni nostra fibra che questi mostri noi li abbiamocostruiti, e noi li possiamo distruggere creando altro... Nella misura incui si riesce a interpretare e ad esprimere le profonde esigenze dimigliaia, di milioni, di centinaia di milioni, di miliardi di uomini, e lisi aiuta a prendere coscienza di se' e dei propri problemi, ad avviareiniziative alternative di ogni tipo, dal minimo al piu' alto livello, apremere con efficacia, in quella misura si riesce a mettere in moto unaforza concretamente rivoluzionaria" (p. 236).8. "Saper pianificare organicamente". Scrive Danilo, a proposito di questopasso che per lui e' la conclusione fondamentale di tutto il percorso:"L'opposto dello scontrarsi-incontrarsi del caos, del lasciare tuttoaccadere a caso, della furbizia delle lotterie, e' pianificare; l'opposto diessere mostri, e' svilupparsi organicamente. All'umanita' necessitaraggiungere la sua unita' organica: la pace non viene a caso, e' inventareil futuro. Se e' piu' facile che una pianificazione risulti efficacedisponendo del potere, non si devono sottovalutare le possibilita' dellapianificazione d'opposizione. Una delle insufficienze di certi movimentirivoluzionari e' la debolezza del loro fronte costruttivo rispetto alla lorocapacita' di coscientizzare, o al peso che riescono a raggiungere nellaprotesta, nella pressione. La costruzione di nuovi gruppi organici e lademolizione dei vecchi sistemi devono procedere coordinate, potenziandosi avicenda: il crescere di una alternativa persuasiva incoraggia la denuncia el'attacco ai vecchi gruppi; d'altra parte la perdita di autorita' dellevecchie strutture facilita lo sviluppo delle nuove" (p. 237). Ma per questo,sottolinea Danilo, e' necessaria una assunzione di responsabilita' sia degliindividui che dei gruppi, in particolare non collaborando a quanto vi e' diinsano e di superato nella societa' attuale, ed inventando un futurodiverso. "Nuovi rapporti nell'umanita' - scrive Dolci - possono si'realizzarsi in quanto si costruiscono nuove visioni d'insieme, nuovequalita' di rapporto, nuovi centri mondiali, nuove strutture nazionali edinternazionali, nuovi metodi di rapporto, ma nella misura in cui a livelloindividuale, di gruppi, di popoli, tutto questo viene maturato: il processoe' interdipendente. E' necessario passare da un mondo autoritario eframmentato ad un mondo pluricentrico e coordinato" (ibid.). E Daniloconclude il saggio con un paragrafo intitolato: "Pace e' un modo diverso diesistere", nel quale scrive: "La pace che amiamo e dobbiamo realizzare none' dunque tranquillita', quiete, assenza di sensibilita', evitare iconflitti necessari, assenza di impegno, paura del nuovo, ma capacita' dirinnovarsi, costruire, lottare e vincere in modo nuovo: e' salute, pienezzadi vita (anche se nell'impegno ci si lascia la pelle), modo diverso diesistere" (ibid).
(*)Didattica: Corsi prototipali , metodo maieutico - Palermo CNR-ITD - http://strumenti.splinder.com
prerequisiti :Il valore del'opera d'arte
http://www.edscuola.com/archivio/interlinea/per_un_concetto_di_restauro.pdf
dedico a Danilo l'introduzione
Ciascuno di noi è erede , se vuole, di un inestimabile patrimonio.
Questa eredità non é del tutto evidente ma dipende dalla nostra volontà di conoscere , capire , amare ciò che gli uomini, che hanno vissuto prima di noi, hanno pensato, ideato , formato e costruito anche per noi.
Ogni popolo infatti ha prodotto e depositato nel tempo il proprio "patrimonio" composto da tutto ciò che gli è servito per vivere, per vivere bene, per vivere meglio.
Dagli oggetti più semplici, necessari alla sopravvivenza, fino alle opere più complesse realizzate per il proprio benessere materiale e spirituale , frutto di intelligenza e creatività stupefacenti.
In tutti questi oggetti c'é una porzione di storia umana, della nostra storia: ognuno di essi ha tessuto un frammento di civiltà per ciascuno di noi.
Il loro valore si può misurare in tanti modi diversi ma il più autentico è quello assegnato da noi stessi con la nostra gratitudine verso chi ci ha preceduto.
Commento critico , ai corsi prototipali
"Sento l'idea del restauro virtuale .... ancora come un prototipo in me .come un metodo da acquisire, da far mio, ma con un enorme potenziale, che potrebbe avere un impatto sconvolgente nel rigido impostato mondo accademico.
Il corso ha riacceso in me la consapevolezza del perché tanti anni fa mi sono innamorata dell'arte e ho deciso di studiarne la storia, ricordi sopiti dopo tanti anni di università, di studio sterile, nozionistico.
Mi è piaciuta molto la stimolazione di prerequisiti, per riappropriarsi del dialogo con l'opera d'arte attraverso l'ascolto, che poi porta alla conoscenza di sé, dell'autore.porta ad un'intimità istintiva. motivo per cui l'arte è nata con l'uomo e con la sua esigenza di comunicare.
Trovo il bisogno di democraticità dell'arte niente di più bello e naturale, niente di più necessario per ristabilire la dignità ed il ruolo che l'arte dovrebbe avere nella società.
Mi piace la semplicità con cui vengono affrontati dalla metodologia di restauro virtuale della Scardeoni nodi cruciali e controversi della critica d'arte risolti ponendo in evidenza, palesando in concreto vari prototipi di risoluzione. È evidente che il mondo dell'arte ha bisogno solo dell'arte stessa e di ciò che insegna, ovvero la necessità di mostrare, di comunicare. Gli organi atti e preposti alla conservazione e salvaguardia dell'arte hanno bisogno solo di questo: di capirsi, di fondersi in una collaborazione che impedisca di incappare in irrecuperabili errori d'ignoranza, dovuti ad una mancanza di dialogo tra ruoli e figure professionali che potrebbero collaborare, intersecarsi.
Il restauro virtuale della professoressa Scardeoni potrebbe permettere questo, perché schiettamente, semplicemente approfondisce, studia, riumanizza, sino alla più profonda conoscenza dell'opera che si ha davanti, senza sperimentazioni, senza inventare nulla torna all'originale significato dell'unicum artistico.permettendo con la conoscenza di salvaguardare l'opera prima dentro noi stessi che ne possiamo fruire e godere, cullando l'idea di salvaguardia come la cosa più preziosa e l'unica possibile, con la sacralità con cui una madre protegge i suoi figli.
C'è un limite sottile dovuto alla sensibilità di ognuno di noi che ci accingiamo ad utilizzare questo metodo per far sì che il supporto tecnologico non rimanga una sterile e fredda esplorazione, ma che si innalzi al servizio dell'arte, a noi che abbiamo avuto la fortuna di seguire questo corso è stato chiaro questo limite perché il metodo ci è stato esposto con energia vitale, sana e positiva, mi rimane un'unica paura che l'energia potenziale che si intuisce da questo metodo abbia un senso solo se tramandata come e da chi l'ha presentato a noi."
Nadia Scardeoni
Verona 9 maggio 2008

venerdì 9 maggio 2008

TRE GIORNI CONTRO LA MAFIA


Italia - 09.5.2008
Orgoglio siciliano

A Cinisi tre giorni di Forum sociale antimafia in nome di Peppino Impastato, nel trentennale della morte per mano mafiosa

"Sono tre giorni importanti quelli che stiamo vivendo a Cinisi, in questo Forum sociale contro la mafia riproponiamo parole, azioni, lotte e pensieri che Peppino perseguiva quarant'anni fa. Quello che mio fratello andava dicendo negli anni Settanta, quello che gridava dai microfoni della sua radio decenni orsono è quanto di più attuale si possa dire oggi. E' sorprendente per quanto è attuale". Giovanni Impastato, fratello minore di Giuseppe, ucciso dalla Mafia siciliana trent'anni fa per le sue temerarie denuncie lanciate da Radio Aut, ha un tono deciso e gentile. Lo raggiungiamo telefonicamente a Cinisi dove si sta svolgendo il Forum sociale antimafia (9-11 maggio), organizzato dalla Fondazione intitolata all'eroe siciliano per eccellenza, a colui che, figlio e nipote di mafiosi, ha sentito dentro di sé il fuoco della ribellione ed è vissuto e morto per il suo no alla Mafia.
"Il 9 maggio di trenta anni fa - spiega Giovanni - ce lo ammazzarono come un cane, ma il suo pensiero vive ancora ed è più forte e più deciso che mai. In questi tre decenni troppo poco è cambiato in questa regione, in questo stato. Sì, fra i siciliani si è mosso qualcosa a livello di costume, di coscienza, di conoscenza, di consapevolezza e, d'accordo, ci sono stati cambiamenti anche a livello di Giustizia: l'istituzione del reato di associazione mafiosa, i tanti processi finiti con l'ergastolo, il tramonto, dunque, di quell'assoluzione per insufficienza di prove che prima era la garanzia di impunità per tutti i boss... passi avanti innegabili, certo, ma è ancora troppo poco!". Secondo Impastato si tratta di passi troppo piccoli per cambiare le cose, per questo la fondazione e tutta la gente che le gravita attorno continua a denunciare, organizzare, raccontare. "Abbiamo ideato i percorsi sulla legalità nelle scuole, in modo da costruire dal basso una cultura antimafiosa. Abbiamo lavorato molto nel sociale, ottenendo risultato ottimi. Ma è ancora roba piccola, perché non mi tiro indietro nel dire che la nostra classe politica era e resta collusa con la Mafia. Per cambiare davvero le cose c'è bisogno di una mobilitazione differente. Il movimento antimafia deve diventare capillare, penetrare nei meandri della società e rinnovarla dall'interno. Ma ora come ora questo processo stenta".

Giovanni Impastato prende l'esempio del movimento dei Senza casa di Palermo, gruppo forte e determinato, in cui la fondazione è molto radicata, in cui è penetrata per aiutare questa gente a restare fuori da gangli mafiosi e anzi approfittare delle leggi anti-mafia per ottenere quanto spetta loro. In base alla legge 109 sui beni confiscati ai mafiosi, infatti, una volta diventata definitiva la confisca, gli immobili dovrebbero passare a quei siciliani bisognosi. "Ma questo avviene troppo di rado ancora! Purtroppo questa legge viene soffocata dai tentacoli della burocrazia, tanto che per una confisca definitiva ci vogliono anche 15 anni. E' assurdo e ingiusto - incalza il fratello di Peppino - ma questa è la Sicilia del 2008, questa l'Italia". Eppure secondo il movimento antimafia di Cinisi e anche secondo l'associazione che fa capo a Don Ciotti, Libera, è solo muovendo un'economia sana, equo-solidale, che si combatte il marciume mafioso. E lavorare e produrre nei terreni dei boss è un ottimo primo passo.
"Molte cose devono ancora cambiare e da questo appuntamento di Cinisi in occasione del trentennale noi cominceremo con la vera svolta - incalza - Basta con la lotta alla Mafia. Da troppi anni in troppi si sciacquano la bocca con il concetto di lotta ai mafiosi. Mi sto stancando, ci stiamo stancando. Da oggi il nostro obiettivo è ben diverso: superare la lotta per arrivare a sconfiggerla questa Mafia. Sconfiggiamola, punto e basta". Impastato è convinto che sia arrivato il momento di iniziare un progetto rivoluzionario antimafia, che parta dal basso, dalle esigenze e dai bisogni urgenti della gente comune, la gente semplice. "Coltivare la memoria è importante, denunciare lo è altrettanto, ma non basta più. Occorre mettere su un progetto sociale, civile, economico serio, pulito, costruttivo, sano e vincente da opporre a quello mafioso, altrimenti non vinciamo. Dobbiamo agire sul medesimo piano dei mafiosi, che sguazzano nella privatizzazione neoliberista, nella globalizzazione. Rendiamoci conto che il volume d'affari della Mafia è salito a cento milioni di euro all'anno. E' dunque un problema globale, che sconfina le coste siciliane e i confini italiani. Per annientarla occorre creare reti di solidarietà, di economia onesta, di gente che sceglie la legalità e la giustizia, creando alla Mafia terra bruciata intorno.

Questa è la nostra idea e in questo lungo fine settimana siciliano lo comunicheremo al mondo, con orgoglio".
Stella Spinelli
tratto da www.peacereporter.net 9 maggio 2008

I problemi della scuola, a parte la Gelmini, s'intende...

Cari lettori,
un anonimo, dopo aver letto uno dei miei post dedicati all'Avvocato Gelmini, Ministro della Pubblica Istruzione del IV Governo Berlusconi, ha lasciato il seguente commento:
"A scuola occore (sic) risolvere problemi ben più gravi".
A parte l'errore di battitura che può sfuggire a chiunque: chissà quanti ne commetto io (quelli che vedo, li correggo, gli altri, ahimè restano a futura memoria...).
Ognuno è, come si sa, libero di pensarla come meglio crede, però ritengo che il fatto di vietare a minori l'iscrizione a scuole pubbliche, sia un fatto gravissimo, che violi non solo il dettato costituzionale e il diritto internazionale, ma anche il buon senso.
Che poi la scuola italiana sia afflitta anche da altri problemi, questo è fuori discussione. Anche perchè lavorando da venticinque anni in quest'ambito, conosco bene la situazione...
Già che ci sono, pongo un'altra questione. Come diceva il Presidente Luigi Einaudi, le teste è meglio contarle che romperle (e lo spazio dedicato, su questo blog, alla nonviolenza mi sembra sia notevole): con le ultime elezioni, il popolo italiano ha scelto il partito delle libertà, con quello che segue. Potevamo noi sperare che all'istruzione Silvio IV ci mettesse che so io, Umberto Eco? Carlo Maria Martini? Personalmente, mi sarei accontentato anche di Franco Cardini, che sarà pure di centrodestra, ma almeno è uno studioso, serio e preparato...
Prepariamoci a far scuola...all'oratorio...

MARTIN BUBER

Oggi, e nei prossimi giorni, verranno pubblicate pagine dedicate ai filosofi dell'accoglienza (come è già accaduto in precedenza sporadicamente)

MARTIN BUBER


A cura di Diego Fusaro

Martin Buber nasce a Vienna e studia in svariate università europee, annoverando fra i suoi maestri pensatori del calibro di Simmel e Dilthey, che molto incideranno sulla sua formazione. Dopo un periodo di "dispersione", egli tornò nel seno dell’ebraismo, aderendo al movimento sionista. Docente a Francoforte, dopo l’avvento del nazismo perse la sua cattedra e nel 1938 si trasferì a Gerusalemme, dove ricoprì la cattedra di Filosofia sociale e difese l’ideale di una pacifica convivenza fra Arabi ed Ebrei. La morte lo colse nel 1965. Nel 1923 pubblicò una delle opere più famose, Io e Tu, proprio nell’anno in cui cominciò ad insegnare a Francoforte. Nel 1925 incontrò Franz Rosenzweig, con il quale tradurrà la Bibbia (impresa che porterà a termine nel 1962). Fra gli scritti successivi, meritano senz’altro di esser ricordati: Il problema dell’uomo (1943) ed Eclissi di Dio (1952), oltrechè i suoi interessantissimi studi sullo hassidismo, ovvero su quel movimento dell’ebraismo europeo orientale sorto nel XVIII secolo e caratterizzato dall’importanza attribuita all’azione. Buber elabora innanzitutto una prospettiva di pensiero il cui cardine sono i temi del dialogo e della relazione: infatti, a partire dall’idea secondo cui l’uomo non è una sostanza, ma una fitta trama di rapporti e di relazioni, egli è pervenuto a quella che si potrebbe definire una sorta di relazionismo personalista. Ad avviso di Buber, il mondo è duplice, giacchè l’uomo può porsi dinanzi all’essere in due modi distinti, richiamati dalle due parole-base (Grundworte) che può pronunciare al suo cospetto: Io-Tu e Io-Esso. Di primo acchito, si potrebbe essere indotti a pensare che la parola Io-Tu alluda ai rapporti con gli altri uomini e la parola Io-Esso si riferisca invece a quelli con le cose inanimate. In realtà la questione è più complessa, in quanto l’Esso può comprendere anche Lui o Lei. L’Io-Esso, allora, finisce piuttosto per coincidere con l’esperienza, concepita come l’ambito dei rapporti impersonali, strumentali e superficiali con l’alterità – sia umana sia extraumana -; tale schema dualistico – corrispondente almeno in parte a quello propsettato da Marcel tra essere e avere – presuppone che l’Io dell’Io-Esso sia l’individuo, mentre l’Io dell’Io-Tu sia la persona: con la precisazione, però, che "nessun uomo è pura persona, nessuno è pura individualità. […] Ognuno vive nell’Io dal duplice volto" (Io e Tu). Agli occhi di Buber, l’Ioa utentico (la persona) si costituisce unicamente rapportandosi con le altre persone – sullo sfondo vi è la lezione hegeliana (Fenomenologia dello Spirito) dell’autocoscienza che si relaziona ad altre autocoscienze -, giacchè l’Io "si fa Io solo nel Tu". Ma asserire che la realtà umana è costitutivamente relazione equivale a dire che essa è costitutivamente dialogo, per cui, se la dimensione dell’Io-Esso è la superficiale dimensione del possesso e dell’avere, la dimensione dell’Io-Tu, di contro, è la profonda ed intima dimensione del dialogo e dell’essere: Io-Tu corrisponde all’essere, Io-Esso all’avere. Tale dialogo trova la sua compiuta manifestazione nel rapporto teandrico, ovvero nel Rapporto instaurantesi fra l’Io e Dio stesso: "ogni singolo Tu è un canale di osservazione verso il Tu eterno. Attraverso ogni singolo Tu la parola-base si indirizza all’eterno" (Io e Tu). Un Tu eterno – precisa Buber – che non può esser ridotto in nessun caso all’Esso, ossia ad oggetto di possesso e di conoscenza: "guai a colui che è invasato a tal punto da credere di possedere Dio", ammonisce Buber. Di conseguenza, il Dio-oggetto della teologia è un falso Dio: il vero Dio, quello vivente della Bibbia, è un Tu con cui si parla e non un Tu di cui si parla, è un Dio a cui l’uomo rende testimonianza non già con la scienza, bensì con il suo impegno nel mondo a favore del prossimo:
"Quando io ero bambino, lessi una vecchia leggenda ebraica che allora non potevo capire. Raccontava nient’altro che questo: ‘dinanzi alle porte di Roma sta seduto un mendicante lebbroso ed aspetta. E’ il messia’. Mi recai allora da un vecchio e gli chiesi: ‘che cosa aspetta?’ e il vecchio mi dette la risposta ch’io allora non capii e che ho imparato a capire molto più tardi. Egli mi disse: ‘Te’". (Sette discorsi sull’ebraismo)
Nel suo scritto Eclissi di Dio. Considerazioni sul rapporto tra religione e filosofia, Buber nota come attraverso i tempi si sia eccessivamente abusato della parola "Dio", a tal punto che il suo significato è diventato opaco e vuoto; ciò non toglie, tuttavia, che tutte le volte che qualcuno la impiega per riferirsi al Tu assoluto, allora essa acquista un insostituibile valore esistenziale:
"‘Sì’, risposi, è la parola più sovraccarica di tutto il linguaggio umano. Nessun’altra è stata tanto insudiciata e lacerata. Proprio per questo non devo rinunciare ad essa. Generazioni di uomini hanno lacerato questo nome con la loro divisione in partiti religiosi; hanno ucciso e sono morti per questa idea e il nome di Dio porta tutte le loro impronte digitali e il loro sangue. Dove potrei trovare una parola che gli assomigliasse per indicare l'Altissimo? Se prendessi il concetto più puro e più splendido dalla tesoreria più riposta dei filosofi, vi potrei trovare soltanto una pallida idea ma non la presenza di colui che intendo, di colui che generazioni di uomini con le loro innumerevoli vite e morti hanno onorato e denigrato. Intendo parlare di quell’Essere a cui si rivolge l’umanità straziata ed esultante. Certamente essi designano caricature e scrivono sotto ‘Dio’; si uccidono a vicenda e lo fanno ‘in nome di Dio’. Ma quando scompare ogni illusione e ogni inganno, quando gli stanno di fronte nell’oscurità più profonda e non dicono più ‘Egli, Egli’, ma sospirano ‘Tu, Tu’ e implorano ‘Tu’, intendono lo stesso essere; e quando vi aggiungono ‘Dio’, non invocano forse il vero Dio, l’unico vivente, il Dio delle creature umane?" (L’eclissi di Dio).
Ciò non toglie, però, che proprio il Dio vivente appaia, oggigiorno, irrimediabilmente perduto, quasi come se si fosse eclissato: e questo in virtù del prevalere della relazione Io-Esso e dell’esaltazione soggettivistica della filosofia moderna: l'essere è stato scalzato dall'avere, Dio dall’uomo. A proposito del primo punto, Buber così si esprime:
"Nel nostro tempo la relazione Io-Esso si è molto gonfiata e, quasi incontrastata, ha assunto la direzione e il comando. Signore di quest’ora è l’Io di tale relazione, un Io che tutto possiede, tutto fa e a tutto si adatta, incapace di pronunciare il Tu e di andare incontro a un’esistenza con autenticità. Questo Ego (Ichheit) ormai onnipotente, con tutto quell’Esso intorno a sé, non può naturalmente riconoscere né Dio, né un reale Assoluto, che manifesta la sua origine non-umana all’uomo. L’Ego si inserisce in mezzo, oscurandoci la luce del cielo" (L’eclissi di Dio).
A proposito del secondo punto, poi, Buber nota:
"il soggetto, che sempre apparve annesso all’essere per prestargli il servigio della contemplazione, dichiara di aver generato e di generare esso stesso l’essere […] lo spirito umano dice di essere il signore delle sue opere e annichila concettualmente l'’ssolutezza e l'Assoluto"(L'eclissi di Dio).
Contrapponendosi con forza a Nietzsche e al nichilismo moderno, sfociante nell’ateismo, Buber dichiara che Dio non è definitivamente morto, ma si è solo temporaneamente eclissato (non del tutto diversamente, Horkheimer – di fronte alle atrocità del nazismo – aveva parlato di "eclissi della ragione"): da ciò nasce la fiducia nel Suo ritorno. "L’eclissi della luce di Dio non è l’estinguersi, già domani ciò che si è frapposto potrebbe ritirarsi" (L’eclissi di Dio): in particolare, ciò che si è temporaneamente frapposto tra noi e Dio, eclissandolo, è – per così dire – la nube dell’Esso e dell’Ego, nube che fa sì che il profondo rapporto Io-Tu sia oscurato da quello superficiale Io-Esso. Buber ha riproposto inoltre, con grande attenzione, la questione dell'identità ebraica. Quali sono le caratteristiche dell'ebraismo? Una prima caratteristica è la coscienza della scissione e l'anelito all'unità; una seconda è la ricerca di una relazione tra morale e religione, intendendo la religiosità come azione e come spinta messianica verso il futuro. Questi princìpi - unità, azione e futuro - sono i princìpi validi anche per l'umanità: un autentico ritorno all'ebraismo coincide per lui ad un ritorno verso la vera umanità.
SUL DIALOGO: "L’autentico dialogo e quindi ogni reale compimento della relazione interumana significa accettazione dell’alterità. […] L’umanità e il genere umano divengono in incontri autentici. Qui l’uomo si apprende non semplicemente limitato dagli uomini, rimandato alla propria finitezza, parzialità, bisogno di integrazione, ma viene esaudito il proprio rapporto alla verità attraverso quello distinto, secondo l’individuazione, dell’altro, distinto per far sorgere e sviluppare un rapporto determinato alla stessa verità. Agli uomini è necessario e a essi concesso di attestarsi reciprocamente in autentici incontri nel loro essere individuale". (Separazione e relazione)
IO, TU E ESSO: "Lo scopo della relazione è la sua stessa essenza, ovvero il contatto con il Tu; poiché attraverso il contatto ogni Tu coglie un alito del Tu, cioè della vita eterna. Chi sta nella relazione partecipa a una realtà, cioè a un essere, che non è puramente in lui né puramente fuori di lui. Tutta la realtà è un agire cui io partecipo senza potermi adattare a essa. Dove non v’è partecipazione non v’è nemmeno realtà. Dove v’è egoismo non v’è realtà. La partecipazione è tanto piú completa quanto piú immediato è il contatto del Tu. È la partecipazione alla realtà che fa l’Io reale; ed esso è tanto piú reale quanto piú completa è la partecipazione" (Io e tu).

tratto da www.filosofico.net/