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sabato 10 maggio 2008

Danilo Dolci

Alberto L'Abate ci consegna un " ottalogo" DOLCIANO che andrebbe sperimentato in una comunità che si ritenga realmente legata intimamente alla figura del Maestro Danilo Dolci.Certo occorre un atto di umiltà..Di azzeramento di ruoli e presunzioni..Di capacità di confrontarsi con coscienza liberata da tutti quei detriti che le storie personali hanno accantonatonelle stive dei personalismi ...per guardare la necessità della sopravvivenza, di una "struttura maieutica"Credo che Danilo "meriti" il nostro sforzo..Credo che..... dodicenni che si fanno le canne, filmini hard da mettere subito in rete....stupri, abusi e violenze massmediatiche reiterate alle coscienze dei "piccoi"...possano essere , un motivo sufficiente per azzerare la nostra vanagloriosa storia individuale e fare un passo reale verso la composizione del PATRIMONIO DOLCIANO...che non sta solo nei MATERIALI che come tante api laboriose ...stiamo producendo qui e là...ma consiste più propriamente nella convinzione che il suo vero unico patrimonio indiviso e indivisibile si può comporre solo nella nostra "coscienza colettiva " e in una "affidabile" volontà di coevolvere..
http://www.edscuola.com/archivio/interlinea/bozza_di_manifesto.htm........ un po' come il vedere di Galileo al nuovo telescopio.
Sarebbe ora di uscire dalle chiesuole...e correrre , chi vuole, nel grande anfiteatro naturale di Mirto, scalzi e leggeri, a "cantare , danzare , recitare, testimoniare...la troppo bella "musica dolciana" .Dell'ottalogo di Alberto per Danilo io ho sperimentato i numeri: 4, 5, 7 e devo dire che i risultati sono eccellenti.. (*)Agli amici siciliani...la chance di unificare gli stati generali di aspiranti rivouzionari: come appellarli? La prima cosa che mi viene in mente: .. " I sandali di Danilo"..Un abbraccio Nadia Scardeonihttp://www.edscuola.com/archivio/interlinea/interpro.html
http://www.fondodanilodolci.it/risorse/L_Abate_04072006.pdfstracio da : ALBERTO L'ABATE - LA MAIEUTICA RECIPROCA.
...........nasce, in Dolci, l'idea della "maieutica reciproca", per sottolineare appunto che nonesiste un solo maieuta, il docente, ma che la verita', e la soluzione deiproblemi, va ricercata insieme, soprattutto con le persone che di quel problema stesso soffrono.*Ma per comprendere meglio l'impostazione di Dolci e' bene far riferimento adun suo saggio pubblicato nel 1968: "Cosa e' pace?". In esso Dolci prende inesame vari dizionari della lingua italiana, ed alcuni anche di altri paesi,e nota come in tutti la pace e' vista come un concetto negativo, comeassenza di guerra. E sottolinea la necessita' di vederla invece come unconcetto positivo, e per far questo da' alcune indicazioni metodologiche:1. "Voler sapere, voler capire", che comporta una osservazione sistematica,un lavoro di ricerca e di scoperta per documentarsi, per superarel'ignoranza ed i pregiudizi, ecc.2. "Avere il coraggio di chiarire il fronte delle difficolta' da vincere", ecioe' la necessita' di vedere le collusioni tra la mafia locale e gli organidello Stato, e di capire che una vera democrazia deve garantire a ciascunola possibilita' di lavorare, di sapere, di esprimersi, e che il lavoro perla pace non e' facile.3. "Essere rivoluzionari", e cioe' cercare di superare i comportamenti, siaindividuali che di gruppo, che cercano di mantenere la situazione come e'attualmente, o di modificarla solo in modo quasi impercettibile. ScriveDanilo: "L'azione nonviolenta e' rivoluzionaria anche in quanto, con la suaprofonda capacita' di animare le coscienze, mette in moto altre forze purediverse nei metodi. Ciascuno che aspira al nuovo fa la rivoluzione che sa...Chi pensa che la guerra sia la forma suprema di lotta, il modo di risolverei contrasti, ha una visione ancora molto limitata dell'uomo e dell'umanita'.Chi ha effettiva esperienza rivoluzionaria sa come, per riuscire a cambiareuna situazione, deve fare appello, esplicitamente o meno, ad un livellomorale, oltre che materiale, superiore a quello imperante; sa comel'appellarsi a principi piu' esatti, ad una morale superiore, divengaelemento di forza effettiva: e in questo modo la sua azione e'rivoluzionaria anche in quanto contribuisce a creare nuova capacita', nuovacultura, nuovi istinti: nuova natura dell'uomo. Personalmente, sono persuasoche la pace si identifica con l'azione rivoluzionaria nonviolenta" (pp. 229-230).4. "Saper sperimentare". Per Dolci la sperimentazione e' indispensabileperche' senza una esperienza diretta l'individuo ed i gruppi piccoli e vastinon sanno cercare, operare, vivere insieme, combattere in modo nuovo.5. "Non vendersi". Danilo sottolinea come il vendersi, soprattutto da partedegli intellettuali, il prostituirsi ai potenti, agli sfruttatori, a quelliche lui definisce "i veri fuorilegge", non solo fa male a chi lo fa ("cilimita, ci disfa") ma permette a questi ultimi di resistere nelle loroposizioni di prepotenza. "Scegliere secondo necessita' e coscienza - certo,non e' facile -, rifiutarsi ad ogni professione o occasione che ci impegniin sfruttamenti ed assassinii di ogni genere, e' un contributo fondamentaleper rompere il sistema delle clientele, dal livello di strada a quellointernazionale" (p. 234).6. "Saper mettere fuori legge i veri fuorilegge". Per questo e' necessariofar leva su leggi morali e giuridiche piu' elevate, o anche su leggi solodemocratiche, perche' questo permette di far venire alla luce chi e'veramente fuorilegge, chi tortura ingiustamente, chi sfrutta il lavorolasciandolo insicuro, chi fa brogli elettorali, chi spreca denaro pubblico,chi impedisce le liberta' di espressione, di riunione, di informazione. Maper far questo bisogna raccogliere dati precisi, documentati, sistematici,anche eventualmente con fotografie, in modo da avere prove schiaccianti chenon possano essere negate. Ma soprattutto e' necessario "mettersi incondizione di far le nuove leggi e le strutture nuove necessarie" (p. 235).7. "Saper muovere fronti nuovi". Secondo Danilo le armi sono nate per ladifesa dei nostri antenati per far loro procurare cibo tra belve feroci, epercio' come utili strumenti per la loro sopravvivenza. Ma attualmentequeste armi sono "anacronismi assurdi", sono dei mostri che sputano fuoco edistruggono in un attimo citta' costruite dall'opera di milioni di personein migliaia di anni. "Non solo dobbiamo sgonfiare questi mostri - scriveDanilo - non alimentandoli e non lasciandoli nutrirsi di noi: dobbiamosapere chiaramente in ogni nostra fibra che questi mostri noi li abbiamocostruiti, e noi li possiamo distruggere creando altro... Nella misura incui si riesce a interpretare e ad esprimere le profonde esigenze dimigliaia, di milioni, di centinaia di milioni, di miliardi di uomini, e lisi aiuta a prendere coscienza di se' e dei propri problemi, ad avviareiniziative alternative di ogni tipo, dal minimo al piu' alto livello, apremere con efficacia, in quella misura si riesce a mettere in moto unaforza concretamente rivoluzionaria" (p. 236).8. "Saper pianificare organicamente". Scrive Danilo, a proposito di questopasso che per lui e' la conclusione fondamentale di tutto il percorso:"L'opposto dello scontrarsi-incontrarsi del caos, del lasciare tuttoaccadere a caso, della furbizia delle lotterie, e' pianificare; l'opposto diessere mostri, e' svilupparsi organicamente. All'umanita' necessitaraggiungere la sua unita' organica: la pace non viene a caso, e' inventareil futuro. Se e' piu' facile che una pianificazione risulti efficacedisponendo del potere, non si devono sottovalutare le possibilita' dellapianificazione d'opposizione. Una delle insufficienze di certi movimentirivoluzionari e' la debolezza del loro fronte costruttivo rispetto alla lorocapacita' di coscientizzare, o al peso che riescono a raggiungere nellaprotesta, nella pressione. La costruzione di nuovi gruppi organici e lademolizione dei vecchi sistemi devono procedere coordinate, potenziandosi avicenda: il crescere di una alternativa persuasiva incoraggia la denuncia el'attacco ai vecchi gruppi; d'altra parte la perdita di autorita' dellevecchie strutture facilita lo sviluppo delle nuove" (p. 237). Ma per questo,sottolinea Danilo, e' necessaria una assunzione di responsabilita' sia degliindividui che dei gruppi, in particolare non collaborando a quanto vi e' diinsano e di superato nella societa' attuale, ed inventando un futurodiverso. "Nuovi rapporti nell'umanita' - scrive Dolci - possono si'realizzarsi in quanto si costruiscono nuove visioni d'insieme, nuovequalita' di rapporto, nuovi centri mondiali, nuove strutture nazionali edinternazionali, nuovi metodi di rapporto, ma nella misura in cui a livelloindividuale, di gruppi, di popoli, tutto questo viene maturato: il processoe' interdipendente. E' necessario passare da un mondo autoritario eframmentato ad un mondo pluricentrico e coordinato" (ibid.). E Daniloconclude il saggio con un paragrafo intitolato: "Pace e' un modo diverso diesistere", nel quale scrive: "La pace che amiamo e dobbiamo realizzare none' dunque tranquillita', quiete, assenza di sensibilita', evitare iconflitti necessari, assenza di impegno, paura del nuovo, ma capacita' dirinnovarsi, costruire, lottare e vincere in modo nuovo: e' salute, pienezzadi vita (anche se nell'impegno ci si lascia la pelle), modo diverso diesistere" (ibid).
(*)Didattica: Corsi prototipali , metodo maieutico - Palermo CNR-ITD - http://strumenti.splinder.com
prerequisiti :Il valore del'opera d'arte
http://www.edscuola.com/archivio/interlinea/per_un_concetto_di_restauro.pdf
dedico a Danilo l'introduzione
Ciascuno di noi è erede , se vuole, di un inestimabile patrimonio.
Questa eredità non é del tutto evidente ma dipende dalla nostra volontà di conoscere , capire , amare ciò che gli uomini, che hanno vissuto prima di noi, hanno pensato, ideato , formato e costruito anche per noi.
Ogni popolo infatti ha prodotto e depositato nel tempo il proprio "patrimonio" composto da tutto ciò che gli è servito per vivere, per vivere bene, per vivere meglio.
Dagli oggetti più semplici, necessari alla sopravvivenza, fino alle opere più complesse realizzate per il proprio benessere materiale e spirituale , frutto di intelligenza e creatività stupefacenti.
In tutti questi oggetti c'é una porzione di storia umana, della nostra storia: ognuno di essi ha tessuto un frammento di civiltà per ciascuno di noi.
Il loro valore si può misurare in tanti modi diversi ma il più autentico è quello assegnato da noi stessi con la nostra gratitudine verso chi ci ha preceduto.
Commento critico , ai corsi prototipali
"Sento l'idea del restauro virtuale .... ancora come un prototipo in me .come un metodo da acquisire, da far mio, ma con un enorme potenziale, che potrebbe avere un impatto sconvolgente nel rigido impostato mondo accademico.
Il corso ha riacceso in me la consapevolezza del perché tanti anni fa mi sono innamorata dell'arte e ho deciso di studiarne la storia, ricordi sopiti dopo tanti anni di università, di studio sterile, nozionistico.
Mi è piaciuta molto la stimolazione di prerequisiti, per riappropriarsi del dialogo con l'opera d'arte attraverso l'ascolto, che poi porta alla conoscenza di sé, dell'autore.porta ad un'intimità istintiva. motivo per cui l'arte è nata con l'uomo e con la sua esigenza di comunicare.
Trovo il bisogno di democraticità dell'arte niente di più bello e naturale, niente di più necessario per ristabilire la dignità ed il ruolo che l'arte dovrebbe avere nella società.
Mi piace la semplicità con cui vengono affrontati dalla metodologia di restauro virtuale della Scardeoni nodi cruciali e controversi della critica d'arte risolti ponendo in evidenza, palesando in concreto vari prototipi di risoluzione. È evidente che il mondo dell'arte ha bisogno solo dell'arte stessa e di ciò che insegna, ovvero la necessità di mostrare, di comunicare. Gli organi atti e preposti alla conservazione e salvaguardia dell'arte hanno bisogno solo di questo: di capirsi, di fondersi in una collaborazione che impedisca di incappare in irrecuperabili errori d'ignoranza, dovuti ad una mancanza di dialogo tra ruoli e figure professionali che potrebbero collaborare, intersecarsi.
Il restauro virtuale della professoressa Scardeoni potrebbe permettere questo, perché schiettamente, semplicemente approfondisce, studia, riumanizza, sino alla più profonda conoscenza dell'opera che si ha davanti, senza sperimentazioni, senza inventare nulla torna all'originale significato dell'unicum artistico.permettendo con la conoscenza di salvaguardare l'opera prima dentro noi stessi che ne possiamo fruire e godere, cullando l'idea di salvaguardia come la cosa più preziosa e l'unica possibile, con la sacralità con cui una madre protegge i suoi figli.
C'è un limite sottile dovuto alla sensibilità di ognuno di noi che ci accingiamo ad utilizzare questo metodo per far sì che il supporto tecnologico non rimanga una sterile e fredda esplorazione, ma che si innalzi al servizio dell'arte, a noi che abbiamo avuto la fortuna di seguire questo corso è stato chiaro questo limite perché il metodo ci è stato esposto con energia vitale, sana e positiva, mi rimane un'unica paura che l'energia potenziale che si intuisce da questo metodo abbia un senso solo se tramandata come e da chi l'ha presentato a noi."
Nadia Scardeoni
Verona 9 maggio 2008

venerdì 9 maggio 2008

MARTIN BUBER

Oggi, e nei prossimi giorni, verranno pubblicate pagine dedicate ai filosofi dell'accoglienza (come è già accaduto in precedenza sporadicamente)

MARTIN BUBER


A cura di Diego Fusaro

Martin Buber nasce a Vienna e studia in svariate università europee, annoverando fra i suoi maestri pensatori del calibro di Simmel e Dilthey, che molto incideranno sulla sua formazione. Dopo un periodo di "dispersione", egli tornò nel seno dell’ebraismo, aderendo al movimento sionista. Docente a Francoforte, dopo l’avvento del nazismo perse la sua cattedra e nel 1938 si trasferì a Gerusalemme, dove ricoprì la cattedra di Filosofia sociale e difese l’ideale di una pacifica convivenza fra Arabi ed Ebrei. La morte lo colse nel 1965. Nel 1923 pubblicò una delle opere più famose, Io e Tu, proprio nell’anno in cui cominciò ad insegnare a Francoforte. Nel 1925 incontrò Franz Rosenzweig, con il quale tradurrà la Bibbia (impresa che porterà a termine nel 1962). Fra gli scritti successivi, meritano senz’altro di esser ricordati: Il problema dell’uomo (1943) ed Eclissi di Dio (1952), oltrechè i suoi interessantissimi studi sullo hassidismo, ovvero su quel movimento dell’ebraismo europeo orientale sorto nel XVIII secolo e caratterizzato dall’importanza attribuita all’azione. Buber elabora innanzitutto una prospettiva di pensiero il cui cardine sono i temi del dialogo e della relazione: infatti, a partire dall’idea secondo cui l’uomo non è una sostanza, ma una fitta trama di rapporti e di relazioni, egli è pervenuto a quella che si potrebbe definire una sorta di relazionismo personalista. Ad avviso di Buber, il mondo è duplice, giacchè l’uomo può porsi dinanzi all’essere in due modi distinti, richiamati dalle due parole-base (Grundworte) che può pronunciare al suo cospetto: Io-Tu e Io-Esso. Di primo acchito, si potrebbe essere indotti a pensare che la parola Io-Tu alluda ai rapporti con gli altri uomini e la parola Io-Esso si riferisca invece a quelli con le cose inanimate. In realtà la questione è più complessa, in quanto l’Esso può comprendere anche Lui o Lei. L’Io-Esso, allora, finisce piuttosto per coincidere con l’esperienza, concepita come l’ambito dei rapporti impersonali, strumentali e superficiali con l’alterità – sia umana sia extraumana -; tale schema dualistico – corrispondente almeno in parte a quello propsettato da Marcel tra essere e avere – presuppone che l’Io dell’Io-Esso sia l’individuo, mentre l’Io dell’Io-Tu sia la persona: con la precisazione, però, che "nessun uomo è pura persona, nessuno è pura individualità. […] Ognuno vive nell’Io dal duplice volto" (Io e Tu). Agli occhi di Buber, l’Ioa utentico (la persona) si costituisce unicamente rapportandosi con le altre persone – sullo sfondo vi è la lezione hegeliana (Fenomenologia dello Spirito) dell’autocoscienza che si relaziona ad altre autocoscienze -, giacchè l’Io "si fa Io solo nel Tu". Ma asserire che la realtà umana è costitutivamente relazione equivale a dire che essa è costitutivamente dialogo, per cui, se la dimensione dell’Io-Esso è la superficiale dimensione del possesso e dell’avere, la dimensione dell’Io-Tu, di contro, è la profonda ed intima dimensione del dialogo e dell’essere: Io-Tu corrisponde all’essere, Io-Esso all’avere. Tale dialogo trova la sua compiuta manifestazione nel rapporto teandrico, ovvero nel Rapporto instaurantesi fra l’Io e Dio stesso: "ogni singolo Tu è un canale di osservazione verso il Tu eterno. Attraverso ogni singolo Tu la parola-base si indirizza all’eterno" (Io e Tu). Un Tu eterno – precisa Buber – che non può esser ridotto in nessun caso all’Esso, ossia ad oggetto di possesso e di conoscenza: "guai a colui che è invasato a tal punto da credere di possedere Dio", ammonisce Buber. Di conseguenza, il Dio-oggetto della teologia è un falso Dio: il vero Dio, quello vivente della Bibbia, è un Tu con cui si parla e non un Tu di cui si parla, è un Dio a cui l’uomo rende testimonianza non già con la scienza, bensì con il suo impegno nel mondo a favore del prossimo:
"Quando io ero bambino, lessi una vecchia leggenda ebraica che allora non potevo capire. Raccontava nient’altro che questo: ‘dinanzi alle porte di Roma sta seduto un mendicante lebbroso ed aspetta. E’ il messia’. Mi recai allora da un vecchio e gli chiesi: ‘che cosa aspetta?’ e il vecchio mi dette la risposta ch’io allora non capii e che ho imparato a capire molto più tardi. Egli mi disse: ‘Te’". (Sette discorsi sull’ebraismo)
Nel suo scritto Eclissi di Dio. Considerazioni sul rapporto tra religione e filosofia, Buber nota come attraverso i tempi si sia eccessivamente abusato della parola "Dio", a tal punto che il suo significato è diventato opaco e vuoto; ciò non toglie, tuttavia, che tutte le volte che qualcuno la impiega per riferirsi al Tu assoluto, allora essa acquista un insostituibile valore esistenziale:
"‘Sì’, risposi, è la parola più sovraccarica di tutto il linguaggio umano. Nessun’altra è stata tanto insudiciata e lacerata. Proprio per questo non devo rinunciare ad essa. Generazioni di uomini hanno lacerato questo nome con la loro divisione in partiti religiosi; hanno ucciso e sono morti per questa idea e il nome di Dio porta tutte le loro impronte digitali e il loro sangue. Dove potrei trovare una parola che gli assomigliasse per indicare l'Altissimo? Se prendessi il concetto più puro e più splendido dalla tesoreria più riposta dei filosofi, vi potrei trovare soltanto una pallida idea ma non la presenza di colui che intendo, di colui che generazioni di uomini con le loro innumerevoli vite e morti hanno onorato e denigrato. Intendo parlare di quell’Essere a cui si rivolge l’umanità straziata ed esultante. Certamente essi designano caricature e scrivono sotto ‘Dio’; si uccidono a vicenda e lo fanno ‘in nome di Dio’. Ma quando scompare ogni illusione e ogni inganno, quando gli stanno di fronte nell’oscurità più profonda e non dicono più ‘Egli, Egli’, ma sospirano ‘Tu, Tu’ e implorano ‘Tu’, intendono lo stesso essere; e quando vi aggiungono ‘Dio’, non invocano forse il vero Dio, l’unico vivente, il Dio delle creature umane?" (L’eclissi di Dio).
Ciò non toglie, però, che proprio il Dio vivente appaia, oggigiorno, irrimediabilmente perduto, quasi come se si fosse eclissato: e questo in virtù del prevalere della relazione Io-Esso e dell’esaltazione soggettivistica della filosofia moderna: l'essere è stato scalzato dall'avere, Dio dall’uomo. A proposito del primo punto, Buber così si esprime:
"Nel nostro tempo la relazione Io-Esso si è molto gonfiata e, quasi incontrastata, ha assunto la direzione e il comando. Signore di quest’ora è l’Io di tale relazione, un Io che tutto possiede, tutto fa e a tutto si adatta, incapace di pronunciare il Tu e di andare incontro a un’esistenza con autenticità. Questo Ego (Ichheit) ormai onnipotente, con tutto quell’Esso intorno a sé, non può naturalmente riconoscere né Dio, né un reale Assoluto, che manifesta la sua origine non-umana all’uomo. L’Ego si inserisce in mezzo, oscurandoci la luce del cielo" (L’eclissi di Dio).
A proposito del secondo punto, poi, Buber nota:
"il soggetto, che sempre apparve annesso all’essere per prestargli il servigio della contemplazione, dichiara di aver generato e di generare esso stesso l’essere […] lo spirito umano dice di essere il signore delle sue opere e annichila concettualmente l'’ssolutezza e l'Assoluto"(L'eclissi di Dio).
Contrapponendosi con forza a Nietzsche e al nichilismo moderno, sfociante nell’ateismo, Buber dichiara che Dio non è definitivamente morto, ma si è solo temporaneamente eclissato (non del tutto diversamente, Horkheimer – di fronte alle atrocità del nazismo – aveva parlato di "eclissi della ragione"): da ciò nasce la fiducia nel Suo ritorno. "L’eclissi della luce di Dio non è l’estinguersi, già domani ciò che si è frapposto potrebbe ritirarsi" (L’eclissi di Dio): in particolare, ciò che si è temporaneamente frapposto tra noi e Dio, eclissandolo, è – per così dire – la nube dell’Esso e dell’Ego, nube che fa sì che il profondo rapporto Io-Tu sia oscurato da quello superficiale Io-Esso. Buber ha riproposto inoltre, con grande attenzione, la questione dell'identità ebraica. Quali sono le caratteristiche dell'ebraismo? Una prima caratteristica è la coscienza della scissione e l'anelito all'unità; una seconda è la ricerca di una relazione tra morale e religione, intendendo la religiosità come azione e come spinta messianica verso il futuro. Questi princìpi - unità, azione e futuro - sono i princìpi validi anche per l'umanità: un autentico ritorno all'ebraismo coincide per lui ad un ritorno verso la vera umanità.
SUL DIALOGO: "L’autentico dialogo e quindi ogni reale compimento della relazione interumana significa accettazione dell’alterità. […] L’umanità e il genere umano divengono in incontri autentici. Qui l’uomo si apprende non semplicemente limitato dagli uomini, rimandato alla propria finitezza, parzialità, bisogno di integrazione, ma viene esaudito il proprio rapporto alla verità attraverso quello distinto, secondo l’individuazione, dell’altro, distinto per far sorgere e sviluppare un rapporto determinato alla stessa verità. Agli uomini è necessario e a essi concesso di attestarsi reciprocamente in autentici incontri nel loro essere individuale". (Separazione e relazione)
IO, TU E ESSO: "Lo scopo della relazione è la sua stessa essenza, ovvero il contatto con il Tu; poiché attraverso il contatto ogni Tu coglie un alito del Tu, cioè della vita eterna. Chi sta nella relazione partecipa a una realtà, cioè a un essere, che non è puramente in lui né puramente fuori di lui. Tutta la realtà è un agire cui io partecipo senza potermi adattare a essa. Dove non v’è partecipazione non v’è nemmeno realtà. Dove v’è egoismo non v’è realtà. La partecipazione è tanto piú completa quanto piú immediato è il contatto del Tu. È la partecipazione alla realtà che fa l’Io reale; ed esso è tanto piú reale quanto piú completa è la partecipazione" (Io e tu).

tratto da www.filosofico.net/