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giovedì 10 giugno 2010

1013 Resistenza e pace

L’altro Israele

Sull’aggressione degli incursori israeliani alla flottiglia pacifista dinnanzi alle coste di Gaza è stato detto tutto quello che si poteva dire sul piano politico. È stato un atto di pirateria, però compiuto da uno Stato sovrano: la distinzione di Sant’Agostino tra l’Imperatore e il pirata, l’uno, imperatore perché corre il mare con una grande flotta, l’altro pirata perché lo fa con un piccolo vascello, è venuta a cadere. È stato un atto violento, tecnicamente fallimentare, perché conclusosi con un gran numero di morti tra gli aggrediti inermi, che secondo Israele nemmeno si sarebbero dovuti difendere a mani nude. È stato un abuso di sovranità, perché esercitato per impedire l’accesso alle coste di Gaza, che non sono le coste d’Israele. È stata la prova del fatto che Israele considera ormai acquisiti come propri tutti i territori della Palestina e di Canaan, dal mare al Giordano, occupati e no, e quindi che per quanto lo riguarda la partita è chiusa, il processo di pace è finito e mai si potranno avere due Stati per due popoli.

Ma c’è qualcosa che ancora non è stato detto: sarebbe possibile che pur all’interno della fede ebraica lo Stato d’Israele presentasse un volto diverso, praticasse una politica tollerante e pacifica e non configurasse la propria identità sul modello dell’antico condottiero Giosuè, che secondo l’autore biblico votò allo sterminio Gerico e tutte le città della Palestina, da Gaza ad Hebron alla valle del Libano, alla Transgiordania?

Sì, è possibile una lettura della fede d’Israele che conduca a tutt’altri esiti. Lasciamo stare quella fattane da Gesù e da Paolo; ma nella stessa tradizione ebraica c’è una lettura del giudaismo realizzato che sarebbe una meraviglia per il mondo intero.

Se ne trova l’ultima espressione in una relazione fatta all’assemblea plenaria dell’Unione Internazionale delle Superiori generali delle religiose cattoliche dal rabbino Arthur Green di Boston, un "maestro di maestri" per aver dedicato la sua vita alla formazione di rabbini; di ispirazione neo-hassidica egli si rifà alla tradizione mistica ebraica secondo cui "Dio si può incontrare in qualsiasi luogo e in ogni istante". In forza di una teologia che gli chiama dell’ "empatia", dichiara che "non esiste una fede in Dio che sia autentica, che non stimoli a prendere cura e a fare qualcosa per le creature di Dio più bisognose".

Ma il fondamento di questa affermazione non è etico, è ontologico. Green lo dice raccontando una famosa controversia tra il rabbino Akiva e il rabbino Ben Azzai su quale fosse il principio fondamentale della Torah su cui si regge tutto il giudaismo. Diceva Rabbi Akiva che è il precetto di amare il prossimo come se stessi. Per Rabbi Ben Azzai sta invece nel fatto che Dio creò gli esseri umani a somiglianza sua. L’amore è un piedistallo troppo instabile per fondarci sopra tutta la Torah. Alcuni li ami di più, altri di meno. Però tutti devono essere trattati come immagini di Dio. Forse, dice il rabbino Green, Ben Azzai vedeva che il principio di Akiva poteva essere ristretto, concepito solo in relazione alla propria comunità. Dopo tutto "il vostro prossimo" potrebbe designare semplicemente il vostro correligionario ebreo, o quello cattolico. E lo sconosciuto, il peccatore, il vostro nemico? Il principio di Ben Azzai invece non ammetteva eccezioni, poiché risale alla creazione stessa. Non solo "la tua gente", ma tutti gli esseri umani sono stati creati a immagine di Dio.

Dunque questo è il principio su cui tutto deve essere misurato, e ogni forma di giudaismo che se ne allontani "è una deformazione della religione".

Se la Torah proibisce le immagini è perché, come dice il maestro Abraham Heschel, l’immagine di Dio siete voi, il resto è idolatria. "Voi non potete fabbricare un’immagine di Dio, solamente potete essere questa immagine".

Nel cristianesimo, dice il rabbino Green, c’è l’immagine potente del "Corpo di Cristo". Ma questa espressione include solo gli appartenenti alla Chiesa, o abbraccia il mondo intero? Quanto a noi ebrei – aggiunge – siamo una entità etnica, ma anche una comunità di fede. E allora in che misura siamo esclusivi? Quando preghiamo per "tutto il popolo d’Israele" preghiamo solo per noi? E il resto dell’umanità? Noi non vogliamo che tutti diventino ebrei, ma crediamo che ogni persona sulla terra porta in sé l’immagine di Dio. La lotta contro l’esclusivismo è "la grande sfida del giudaismo oggi".

E l’Olocausto? La sua memoria, si chiede Green, come intercetta questa sfida? Molti ebrei pensano che il messaggio è chiaro: Mai più! Non permetteremo mai più che gli ebrei siano vittime. Ma i migliori dei sopravvissuti, come Heschel, come Wiesel, hanno capito che "mai più" significa "che non permetteremo mai un altro genocidio nella nostra unica famiglia umana, che prenderemo la difesa di tutti quelli che soffrono".

Rabbi Green non l’ha detto, ma "tutti" vuol dire anche i palestinesi.

Raniero La Valle

Vi invio l'articolo per il n. 13 di Rocca.

Cordiali saluti

Raniero La Valle (trasmesso da Enrico Peyretti)

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Da un'altra mail di Enrico:

 

07/06/2010

LA "NAVE DEGLI EBREI" (JEWISH BOAT) PER GAZA PARTIRÀ PRESTO

In un porto del mediterraneo (e non diciamo per ora quale) un piccolo vascello aspetta una missione speciale: partirà per Gaza. Per evitare sabotaggi, data e nome esatto del porto di partenza verranno annunciati solo poco prima della partenza.

"Il nostro obiettivo è chiedere la fine dell'assedio di Gaza, di questa illegale punizione collettiva della intera popolazione civile. La nostra barca è piccola, per questo quello che portiamo può solo essere simbolico: portiamo borse per la scuola, piene di regali degli studenti delle scuole in Germania, strumenti musicali e materiali artistici. Per i servizi medici portiamo medicine essenziali e piccole attrezzature mediche e per i pescatori portiamo reti e attrezzature. Siamo in collegamento con i servizi medici, educativi e mentali a Gaza."

''Attaccando la flotta della libertà Israele ha dimostrato, ancora una volta, a tutto il mondo la sua odiosa brutalità. Ma io so che ci sono moltissimi israeliani impegnati nella campagna per una pace giusta con passione e coraggio. Dal momento che sulla nostra barca ci saranno importanti giornalisti dei canali radiotelevisivi, Israele avrà una grande occasione per mostrare al mondo che c'è un'altra strada, una strada di coraggio e non di paura, una strada di speranza e non di odio'',dice Edith Lutz, una degli organizzatori e passeggeri della "nave degli ebrei".

La ''Jüdische Stimme'' (Voce ebraica per una pace giusta in medio oriente), insieme ai suoi amici della rete "Ebrei europei per una pace giusta in Medio oriente" e "Ebrei per la giustizia per i palestinesi (UK)" inviano un appello ai leaders del mondo perché aiutino Israele a tornare alla ragione, al senso di umanità, alla vita senza paura.

Le "voci ebraiche" si aspettano che i leader di Israele e del mondo garantiscano un passaggio sicuro verso Gaza per la piccola nave e in tal modo aiutino a realizzare un ponte verso la pace.

Edith Lutz

, Ejjp-Germany

Kate Leiterer

, Ejjp-Germany

Glyn Secker

, Jews for Justice For Palestinians (UK)


 

Meta Edizioni Corso Trieste 36, 00198 Roma tel. 0685262371 - fax. 0685262380

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