Ancora una volta chiediamo che cessino immediatamente i massacri e le distruzioni, si presti immediato soccorso a tutte le persone le cui vite possono ancora essere salvate, si rispettino i diritti umani di tutti gli esseri umani - in primo luogo il diritto a non essere uccisi.
Ed ancora una volta proponiamo alcune considerazioni a nostro avviso ineludibili.
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Dopo mesi di bombardamenti stragisti della Nato sembra essere giunto a un punto di svolta il sanguinario colpo di stato (con annessa guerra civile) con cui i poteri imperialisti, neocoloniali e razzisti intendono sostituire parte del ceto politico libico, parte del suo ordinamento istituzionale e forse parte della sua organizzazione sociale, per assicurarsi l'assoluto asservimento di quel paese e di quel popolo, e cosi' potersi impadronire a poco prezzo delle risorse del sottosuolo e - per quel che riguarda specificamente il governo italiano - anche edificarvi nuovi lager per migranti.
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Che il regime cosiddetto "di Gheddafi" fosse criminale e violatore dei diritti umani, e meritasse di essere abbattuto, non vi e' dubbio alcuno. Sebbene a onor del vero ben pochi paesi del mondo hanno governi che non siano tali, a cominciare dal governo Usa i cui crimini contro l'umanita' non hanno eguali, ed il cui attuale presidente con tutta evidenza sta oggi effettualmente eseguendo una politica internazionale ancor piu' irresponsabile e sanguinaria di quella del suo predecessore Bush junior.
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Che la guerra Usa-Ue contro la Libia non sia stata determinata dal fatto che il regime cosiddetto "di Gheddafi" fosse criminale e violatore dei diritti umani, ma solo dal fatto che esso non era asservito al potere imperiale del capitale globale, ebbene, neanche su questo vi e' dubbio alcuno.
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La guerra stragista della coalizione terrorista Usa-Ue contro la Libia non e' stata solo distruttiva di umane esistenze, ma anche dei fondamenti stessi del diritto internazionale. Dopo questa guerra nessun potere violento riconoscera' piu' alcun patto e alcun trattato, alcuna regola e alcun impegno; dal comando imperiale Usa-Ue e' infatti giunto al mondo intero questo messaggio: conta solo la forza, chi puo' uccidere uccida. Un messaggio hitleriano che ogni sera dalle televisioni i capi di stato e di governo di Usa, Francia, Gran Bretagna e Italia vomitano sui loro sudditi senza vergogna alcuna.
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Cio' che sta sostituendo il regime cosiddetto "di Gheddafi", per le modalita' della sua formazione ed imposizione, per il ceto politico di cui si compone, per gli interessi, le politiche e le ideologie di cui e' espressione, non sembra essere molto diverso da esso, se non in questo: che la sua esistenza essendo surdeterminata dalla forza militare terrorista e stragista del potere imperiale Usa-Ue, di esso potere imperiale sara' probabilmente nell'immediato ossequiente servitore e feroce discepolo. Ma probabilmente solo nell'immediato; non si dimentichi l'esperienza afgana: con quanta dovizia gli Usa armarono e finanziarono Osama Bin Laden e la guerriglia contro il governo di Najibullah, e con quali esiti.
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La guerra della Nato, ovvero dell'alleanza Usa-Ue, ovvero dell'imperialismo fase suprema del capitalismo (se ci e' concessa la memoria lunga) contro la Libia, piu' ancora di quella afgana, piu' ancora di quella irachena, apre uno scenario nuovo: lo scenario in cui i terroristi piu' forti e meglio organizzati esplicitamente si arrogano il potere di aggredire qualunque area della Terra per impadronirsi delle risorse strategiche che vanno facendosi scarse.
Questa politica Usa-Ue, di cui la guerra e' lo strumento privilegiato, e' una politica neocoloniale: e non a caso usa l'equivalente odierno della "politica delle cannoniere". Ed e' una politica onnirapinatrice ed onnidistruttrice: e non a caso ove passa lascia solo macerie, cadaveri, sofferenza, odio e nuova barbarie.
Questa politica Usa-Ue, cosi' come si attua nelle nuove guerre della Nato, inesorabilmente distrugge non solo il diritto internazionale, ma la stessa civilta' umana.
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Questa, in alcuni dei suoi elementi sostanziali, e' la situazione. E dunque, che fare?
Solo la lotta nonviolenta dei popoli e delle classi oppresse puo' adeguatamente contrastare la violenza onnicida dell'eversione dall'alto scatenata dai poteri dominanti.
Solo la solidarieta' nonviolenta delle popolazioni e delle classi sfruttate puo' salvare la civilta' umana dalla catastrofe.
Solo la politica della nonviolenza puo' opporsi efficacemente e coerentemente alla barbarie che aggredisce ad un tempo la famiglia umana e la biosfera.
Solo la scelta nitida e intransigente della nonviolenza puo' inverare i diritti umani di tutti gli esseri umani.
Occorre opporsi sempre a tutte le uccisioni.
E subito occorre abolire le guerre, gli eserciti e le armi.
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Si levi in piedi e si faccia sentire l'altra America e l'altra Europa: quelle di Henry David Thoreau e di Lev Tolstoj, di Erasmo da Rotterdam e di Martin Luther King, di Rosa Luxemburg e di Simone Weil, di Virginia Woolf e di Hannah Arendt.
Si levi in piedi e si dimostri solidale con i fratelli e le sorelle del sud del mondo.
Si levi in piedi e si opponga alla guerra e alle dittature, al neocolonialismo e al razzismo.
Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita'.
Il "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo
Viterbo, 23 agosto 2011
Mittente: "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo
strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo
e-mail: nbawac@tin.it
web: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/
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Nonviolenti mailing list
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martedì 23 agosto 2011
domenica 21 agosto 2011
QUELLO CHE LA CHIESA (NON) FA CONTRO LA CRISI
Traggo il seguente testo dal blog di Giovanni Avena, direttore di Adista, l'Agenzia di Stampa cattolica da cui spesso traggo materiale (http://www.adistaonline.it/)
20 agosto 2011
Quello che la Chiesa (non)
fa contro la crisi
I vescovi della “Chiesa che è in Italia” (così amano chiamarla piuttosto che “Chiesa italiana”), sono soliti prendere parola – legittimamente perché parte importante della comunità che è in Italia – tutte le volte che il Paese è chiamato ad affrontare emergenze di qualsiasi genere per rinnovare la volontà di partecipare alle gioie e ai dolori del popolo, e per collaborare con la classe dirigente di qualsiasi colore politico alla soluzione dei problemi del Paese.
Sono soliti prendere parola, i vescovi, tutte le volte che giudicano contrari alla dottrina della Chiesa cattolica le leggi dello Stato, le attività legislative del Parlamento, i referendum popolari e i provvedimenti governativi.
Non amano essere accusati di ingerenza perché proclamare e difendere la dottrina, la morale, le leggi e gli stessi interessi della Chiesa, fa parte della missione ad essa riconosciuta dal concordato stipulato tra Mussolini e la Santa Sede nel 1929. Non sempre esponenti significativi della politica, della cultura, della società civile e della stessa base del mondo cattolico hanno condiviso l’interpretazione e l’attuazione pratica di questa missione. Ma tutte le volte la gerarchia ha rivendicato ad alta voce il riconoscimento dei suoi interessi (spirituali e materiali), arrivando anche a definire “intimidazioni” le voci dissenzienti dalla sua interpretazione e applicazione.
Nei cinquant’anni di governi democristiani erano proprio gli esponenti politici democristiani (non tutti e non sempre) che controllavano i confini della missione, e tenevano a bada, spesso riuscendovi, i tentativi della gerarchia di accampare sempre più interessi non per il popolo ma per se stessa, e sempre più diritti di ingerenza nell’evoluzione democratica del Paese: divorzio, aborto, fecondazione assistita, testamento biologico, riconoscimento delle coppie di fatto e dei diritti dei gay, ecc.
Dopo la fine dell’era democristiana e con l’avvento al governo del primo presidente socialista e, di seguito, dei governi Berlusconi e di centrosinistra (Prodi e D’Alema) i privilegi concessi alla Chiesa non si contano più. Dalla convalida craxiana del concordato fascista, all’istituzione dell’“ottopermille” e alle norme truffaldine inventate da Giulio Tremonti, collaboratore di Craxi in quella fase, per accrescere i già estesi benefici, palesi e occulti a favore della Chiesa in Italia. Non meno generosi i governi di centrosinistra che hanno concesso alla Chiesa italiana e al Vaticano smisurate e ingiuste concessioni ed esenzioni, insieme all’allargamento dei privilegi economici e finanziari precedentemente elargiti.
Insomma, il “Tevere più largo” che uno stato laico e democratico avrebbe dovuto perseguire, è diventato il “Tevere stretto” degli strettissimi rapporti e intrallazzi tra cardinali di Santa Romana Chiesa e la peggiore specie di faccendieri e mafiosi, membri potenti della squadra berlusconiana.
E in questo momento grave che il Paese sta vivendo, il governo Berlusconi-Bossi-Tremonti, responsabile quasi unico della catastrofe economica, con il sostegno di una pletora di parlamentari proni agli ordini del capo, mentre impone sacrifici inauditi ai cittadini, nulla chiede alla Chiesa, né osa proporre tagli, anche parziali, agli enormi esborsi dello Stato a suo favore. Né la gerarchia ha pronunciato parole di condivisione e offerto spontaneamente, come avrebbe potuto, alcuna forma di solidarietà. Eppure sono talmente tanti i “beni” del Paese di cui la Chiesa gode, che basterebbero poche rinunce per partecipare ai sacrifici di tutto il Paese.
A cominciare dalla rinuncia ad una parte del miliardo e passa dell’“ottopermille”, per continuare con i milioni e milioni che la Cei spende in costosissima pubblicità ingannevole per la promozione dell’“ottopermille”. Ingannevole perché quella pubblicità, usando immagini di povertà, fa credere che le donazioni siano destinate prevalentemente alle esibite situazioni di povertà, quando, in verità, solo una piccola percentuale viene ad esse destinata contro la maggiore percentuale destinata agli stipendi dei vescovi e dei ministri del culto. Molti dei quali già godono degli stipendi che lo Stato eroga agli insegnanti di religione nella scuola pubblica (ma tale insegnamento avrebbe nella parrocchia il suo luogo naturale), ai cappellani degli ospedali, e ai cappellani militari (ma l’assistenza religiosa ai malati e ai militari sarebbe compito naturale delle parrocchie nel cui territorio si trovano le caserme e gli ospedali).
Ma il trattamento economico più lauto dello Stato è riservato al cosiddetto Ordinario Militare. E’ l’arcivescovo capo dei cappellani militari, che indossa i gradi, percepisce lo stipendio e matura la pensione di generale di corpo d’armata. Con il trucco di anticipare il più possibile il susseguirsi dei pensionamenti, agevolado così il moltiplicarsi dei posti, dei lauti stipendi e delle laute pensioni solo dopo pochissimi anni di servizio.
Beneficiario di questo trattamento è il cardinale Angelo Bagnasco, attuale presidente della Cei e arcivescovo di Genova (come lui i suoi predecessori e successori Ordinari militari, che da generali di corpo d’armata in pensione passano a dirigere importanti diocesi italiane o dicasteri vaticani). Qualcuno ha chiesto al cardinal presidente e ai suoi colleghi vescovi e cardinali di rinunciare a parte dei loro emolumenti come contributo volontario da unire ai sacrifici imposti agli italiani? Sarebbe un gesto non risolutivo della crisi ma certamente una prova simbolica della loro effettiva e affettiva partecipazione ai problemi del Paese e della sua gente.
Del resto non si può dire che l’organizzazione della vita ecclesiastica in Italia debba piangere miseria. Oltre che fruire degli innumerevoli benefici economici, la Chiesa italiana può contare anche sui cosiddetti “diritti di stola”. Sono tutti i servizi che la Chiesa offre a pagamento o con la formula ipocrita dell’ “offerta libera”: battesimi, cresime, prime comunioni, matrimoni, funerali, Sante Messe e oboli vari e diffusi. Tutto esentasse in ragione della sacralità dei servizi. Sarebbe altrettanto sacro condividere le pene quando già si fruisce di una gran parte di beni.
tratto da http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/20/quello-che-la-chiesa-non-fa-contro-la-crisi/152583/
sabato 20 agosto 2011
IL RITONO AL PENSIERO FORTE: UN CONVEGNO SUL "NEW REALISM"
IL RITORNO AL PENSIERO FORTE
08 agosto 2011 — pagina 36-37 sezione: CULTURA
Uno spettro si aggira per l' Europa. È lo spettro di ciò che propongo di chiamare "New Realism", e che dà il titolo a un convegno internazionale che si terrà a Bonn la primavera prossima e che ho organizzato con due giovani colleghi, Markus Gabriel (Bonn) e Petar Bojanic (Belgrado). Il convegno, cui parteciperanno figure come Paul Boghossian, Umberto Eco e John Searle, vuole restituire lo spazio che si merita, in filosofia, in politica e nella vita quotidiana, a una nozione, quella di "realismo", che nel mondo postmoderno è stata considerata una ingenuità filosofica e una manifestazione di conservatorismo politico. La realtà, si diceva ai tempi dell' ermeneutica e del pensiero debole, non è mai accessibile in quanto tale, visto che è mediata dai nostri pensieri e dai nostri sensi. Oltre che filosoficamente inconsistente, appellarsi alla realtà, in epoche ancora legate al micidiale slogan "l' immaginazione al potere", appariva come il desiderio che nulla cambiasse, come una accettazione del mondo così com' è. A far scricchiolare le certezze dei postmoderni ha contribuito prima di tutto la politica. L' avvento dei populismi mediatici - una circostanza tutt' altro che puramente immaginaria - ha fornito l' esempio di un addio alla realtà per niente emancipativo, senza parlare poi dell' uso spregiudicato della verità come costruzione ideologicae "imperiale" da parte dell' amministrazione Bush, che ha scatenato una guerra sulla base di finte prove dell' esistenza di armi di distruzione di massa. Nei telegiornali e nei programmi politici abbiamo visto regnare il principio di Nietzsche "non ci sono fatti, solo interpretazioni", che pochi anni prima i filosofi proponevano come la via per l' emancipazione, e che in effetti si è presentato come la giustificazione per dire e per fare quello che si voleva. Si è scoperto così il vero significato del detto di Nietzsche: "La ragione del più forteè sempre la migliore".È anche per questo, credo, che a partire dalla fine del secolo scorso si sono fatte avanti delle rivendicazioni di realismo filosofico. Il New Realism nasce infatti da una semplice domanda. Che la modernità sia liquida e la postmodernità sia gassosa è vero, o si tratta semplicemente di una rappresentazione ideologica? È un po' come quando si dice che siamo entrati nel mondo dell' immateriale e insieme coltiviamo la sacrosanta paura che ci cada il computer. Da questo punto di vista, un primo gesto fondamentale è consistito nella critica dell' idea che tutto sia socialmente costruito, compreso il mondo naturale, e sotto questa prospettiva il libro di Searle La costruzione della realtà sociale (1995) è stato un punto di svolta. In Italia, il segnale è venuto da Kant e l' ornitorinco di Eco (1997), che vedeva nel reale uno "zoccolo duro" con cui necessariamente si tratta di fare i conti, portando a compimento un discorso avviato all' inizio degli anni Novanta con I limiti dell' interpretazione. Lo stesso fatto che, sempre in quegli anni, si sia tornati a considerare l' estetica non come una filosofia dell' illusione, ma come una filosofia della percezione, ha rivelato una nuova disponibilità nei confronti del mondo esterno, di un reale che sta fuori degli schemi concettuali, e che ne è indipendente, proprio come non ciè possibile, con la sola forza della riflessione, correggere le illusioni ottiche, o cambiare i colori degli oggetti che ci circondano. Questa maggiore attenzione al mondo esterno ha significato, anche, una riabilitazione della nozione di "verità", che i postmoderni ritenevano esaurita e meno importante, per esempio, della solidarietà. Non considerando quanto importante sia la verità nelle nostre pratiche quotidiane, e quanto la verità sia intimamente connessa con la realtà. Se uno va dal medico, sarebbe certo felice di avere solidarietà, ma ciò di cui soprattutto ha bisogno sono risposte vere sul suo stato di salute. E quelle risposte non possono limitarsi a interpretazioni più o meno creative: devono essere corrispondenti a una qualche realtà che si trova nel mondo esterno, cioè, nella fattispecie, nel suo corpo. È per questo che in opere come Paura di conoscere (2005) di Paul Boghossian e Per la verità (2007) di Diego Marconi si è proceduto a argomentare contro la tesi secondo cui la verità è una nozione relativa, e del tutto dipendente dagli schemi concettuali con cui ci accostiamo al mondo. È in questo quadro che si definiscono le parole-chiave del New Realism: Ontologia, Critica, Illuminismo. Ontologia significa semplicemente: il mondo ha le sue leggi, e le fa rispettare. L' errore dei postmoderni poggiava su una semplice confusione tra ontologia ed epistemologia, tra quello che c' è e quello che sappiamo a proposito di quello che c' è. È chiaro che per sapere che l' acqua è H O ho bisogno di linguaggio, di schemi e di categorie. Ma l' acqua bagna e il fuoco scotta sia che io lo sappia sia che io non lo sappia, indipendentemente da linguaggi e da categorie. A un certo punto c' è qualcosa che ci resiste. È quello che chiamo "inemendabilità", il carattere saliente del reale. Che può essere certo una limitazione ma che, al tempo stesso, ci fornisce proprio quel punto d' appoggio che permette di distinguere il sogno dalla realtà e la scienza dalla magia. Critica, poi, significa questo. L' argomento dei postmoderni era che l' irrealismo e il cuore oltre l' ostacolo sono emancipatori. Ma chiaramente non è così, perché mentre il realismo è immediatamente critico ("le cose stanno così", l' accertamento nonè accettazione!), l' irrealismo pone un problema. Se pensi che non ci sono fatti, solo interpretazioni, come fai a sapere che stai trasformando il mondo e non, invece, stai semplicemente immaginando di trasformarlo, sognando di trasformarlo? Nel realismo è incorporata la critica, all' irrealismo è connaturata l' acquiescenza, la favola che si racconta ai bambini perché prendano sonno. Veniamo, infine, all' Illuminismo. La storia recente ha confermato la diagnosi di Habermas che trent' anni fa vedeva nel postmodernismo un' ondata anti-illuminista. L' Illuminismo, come diceva Kant, è osare sapere ed è l' uscita dell' uomo dalla sua infanzia. Da questo punto di vista, l' Illuminismo richiede ancora oggi una scelta di campo, e una fiducia nell' umanità, nel sapere e nel progresso. L' umanità deve salvarsi, e certo mai e poi mai potrà farlo un Dio. Occorrono il sapere, la veritàe la realtà. Non accettarli, come hanno fatto il postmoderno filosofico e il populismo politico, significa seguire l' alternativa, sempre possibile, che propone il Grande Inquisitore: seguire la via del miracolo, del mistero e dell' autorità.
MAURIZIO FERRARIS
tratto da http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/08/08/il-ritorno-al-pensiero-forte.html
venerdì 19 agosto 2011
INTERVISTA AL PROFESSOR FRANCO CARDINI
Cari Lettori,
navigando sul sito del Professore (www.francocardini.net) ho trovato la seguente intervista, che pubblico. Si tratta di un testo estremamente interessante, anche se appartiene a un orizzonte culturale lontano dal mio. O forse, proprio per quello. Da sempre ho ritenuto il Professore una delle menti più feconde e aperte dal panorama europeo. Visitate il suo sito per verificarlo...
1) Professor Cardini, lei ha affermato più volte di non iconoscersi nell’area politica “di destra” nella quale era comunque cresciuto ed aveva mosso i primi passi dell’impegno civile. Cosa rimane, oggi, dei suoi ideali di allora, e come pensa di rigenerarli in assenza di chiare delimitazioni fra destra e sinistra, entrambe subalterne al mito dello sviluppo capitalistico ad oltranza?
Un’adeguata risposta alla sua domanda dovrebbe cominciare con un’analisi storica sull’origine della parola Destra nel lessico politico europeo dalla Rivoluzione francese ad oggi. In sintesi, la parola Destra nasce – in contrapposizione alla parola Sinistra – all’inizio della grande Rivoluzione, per indicare chi resta fedele al Trono e all’Altare in contrapposizione al valore e all’ideale nuovo
la Nazione; e chi quindi, coerente con tale scelta, difende i valori delle comunità locali, dei corpi intermedi e delle loro antiche libertates contro il livellamento individualista ed egalitario imposto dal giacobinismo. In questo senso storico, che ha assunto nel tempo – in una linea che da De Maistre a Donoso Cortés fino a Miguel de Unamuno e a Carl Schmitt – un valore metastorico e metapolitico, io resto un uomo di Destra. Ma, sia
chiaro, solo in questo senso. Un senso che investe in modo primario una profonda convinzione: che siano cioè l’individualismo, il primato dell’economia e il progressismo materialista che il giacobinismo ha trasmesso alla borghesia liberal-liberista otto- e novecentesca i principali nemici della giustizia, della libertà e del genere umano. Il fatto è che, fra le “rivoluzioni” del 1830 e del 1848, una parte appunto di quella borghesia individualista e progressista, creatrice e promotrice del capitalismo liberistico contemporaneo, ha apparentemente accettato – in quanto spaventata dal crescer del “Quarto Stato”, dal montare della questione sociale – una parte delle posizioni della Destra tradizionalista: la Nazione e la Patria, nati come valori autenticamente di Sinistra, sono divenuti così valori di una “Destra nuova”, caratterizzata dall’alleanza tra i cascami ormai morenti dell’ancien régime e le borghesie ben decise a
difendere i loro privilegi (che nascevano in gran parte dal tradimento rispetto ai valori dell’Europa tradizionale e dallo sfruttamento di situazioni come quella, tipica, della
privatizzazione dei beni ecclesiastici). D’altronde, nella seconda metà dell’Ottocento e anche dopo non è stato infrequente che
esponenti della Destra tradizionalista abbiano invece
simpatizzato con le Sinistre più autenticamente rivoluzionarie, convinti che la loro fame e la loro sete di giustizia fossero, nella sostanza, più profondamente cristiani della difesa del privilegio, della sperequazione e dello sfruttamento. Valori e sentimenti di questo tipo hanno orientato esponenti della “Destra metastorica” nella simpatìa nei confronti per esempio di Sorel e del sindacalismo rivoluzionario. Lo storico israeliano Zeev Sternhell è colui che a mio avviso ha meglio inteso e interpretato questa dinamica storica e politica (rinvio al suo Naissance de l’idéologie fasciste, Paris, Fayard, 1989). Nella Firenze degli Anni Cinquanta-Sessanta, il luogo e il periodo della mia formazione (sono nato nel 1940), alla scuola di un giovane pensatore tradizionalista prematuramente scomparso, Attilio Mordini (1923-1966), si formò un gruppo di giovanissimi l’ardua e in gran parte oscura ambizione dei quali era collegare i valori metastorici e metafisici dell’Europa di De Maistre e di Donoso Cortés alle lotte politiche del presente. Quei ragazzi passarono attraverso l’europeismo proposto da Jean Thiriart, che negli Anni Sessanta proponeva di lottare per una “Nazione Europea” che si svincolasse dai due opposti blocchi liberista statunitense e collettivista sovietico e creasse una realtà nuova, solidaristica e socialista, che si collegasse con le lotte per la liberazione di quello che allora si definiva il “Terzo Mondo”. Essi provenivano in gran parte dal MSI, ma al suo interno avevano simpatizzato per il “fascismo movimentista” (Berto Ricci ecc.), per la primissima Falange spagnola (De Rivera, Redondo, Hedilla), per la stessa “sinistra” nazionalsocialista (i fratelli Strasser), per il giustizialismo argentino e per il guevarismo; ed erano stanchi dell’anticomunismo unilaterale e dell’accademia socializzante che in quel partito regnava, e che si traduceva in una costante retorica elettoralista mentre i dirigenti di quel partito, in parlamento, conducevano regolarmente scelte conservatrici e filoccidentalistiche. Il “movimento di Valle Giulia”, quando nel ’68 i ragazzi “di destra” che si erano uniti a quelli “di sinistra” per protestare contro l’establishment capitalistico-borghese furono trattati da “traditori” e fatti pestare dalle bande di Almirante e di Caradonna, fu il segnale che ormai nessun ulteriore malinteso dialogo tra loro e quel tipo di “destra” (che riempiva il suo vuoto culturale con le maiuscole, autodefinendosi “la Destra”) era possibile. La critica al concetto stesso di “Occidente” fu uno degli elementi che consentirono al gruppo, numericamente ristretto, cui appartenevo, di simpatizzare un decennio più tardi, tra Anni Settanta e Anni Ottanta, per la “Nuova Destra” di Alain de Benoist e per le posizioni che in quella direzione venivano portate avanti da altri allora giovanissimi, guidati da Marco Tarchi. Si deve ad Alain de Benoist avere “rotto” con la massima chiarezza con qualunque equivoco “di destra”, proponendo di non parlare più di “Nuova Destra” bensì di “Nuove Sintesi”. Si può dire che almeno dall’inizio degli Anni Ottanta gli amici, giovani e meno giovani, che – naturalmente con molte articolazioni e variabili – si riconoscevano e che storicamente continuano a riconoscersi in questo main stream politico e culturale, abbiano cessato definitivamente di dirsi “di destra”: per quanto possano aver mantenuto a titolo personale qualche legame di amicizia con persone rimaste per vari motivi all’interno della formazione autodefinitasi “Destra” che ha finito per passare in Alleanza Nazionale a infine confluire nella sua quasi-totalità nel partito-azienda di Berlusconi, una ben triste fine, che qualcuno di loro non meritava ma alla quale avrebbe dovuto sottrarsi. Attualmente, la mia posizione consiste nell’impegnarmi nei limiti delle mie possibilità per il raggiungimento di un’Unione Europea che sia un’autentica compagine politica (non l’Eurolandia finanziario-bancario-burocratica che esiste oggi), che si opponga sia al “pensiero unico” ispirato al conformismo internazionale che oggi trionfa nei mass media, sia all’impero anonimo (ma non troppo) delle lobbies multinazionali e al suo “braccio armato”, costituito fino all’esperienza Bush anzitutto dalla superpotenza statunitense, e oggi vivo e attivo anche all’interno di gran parte dell’ONU. Credo che la grande battaglia da combattere nel XXI secolo sia quella contro le forze che, con l’obiettivo del profitto e dello sfruttamento del pianeta, lavorano alla sua distruzione. Le mie posizioni di oggi s’identificano largamente in quelle di pensatori come Serge Latouche, Noam Chomsky e Vandana Shiva. Come cattolico, ritengo che la grande battaglia cattolica di oggi consista nello stare accanto ai 5/6 del pianeta, a chi soffre, a chi è povero e s’impoverisce sempre di più a causa del criminale assalto del turbocapitalismo internazionale contro il pianeta, a chi lotta affinché non gli siano rubate almeno l’aria e l’acqua. Come europeo, il 16 luglio scorso ho fatto parte, da anonimo, alla massa di centinaia di migliaia di cittadini europei anonimi che sono accorsi a Vienna per prestare l’estremo omaggio alle spoglie di Otto d’Asburgo, l’ultimo erede al trono imperiale d’Austria: nel nome della vecchia Europa che fu distrutta nel 1918 dall’iniqua pace di Versailles, la quale scatenò nel mondo la follìa dell’isterismo nazionalista e la ferocia dell’egoismo capitalista progressivamente sciolto da qualunque forma di controllo. Esser definito “di destra” o “di sinistra” non m’interessa: ma le posizioni che oggi difendo e con le quali solidarizzo sono comunque, in massima parte, ormai sostenute da formazioni che si dicono “di sinistra”: questo è un fatto. Dal canto mio, mi definisco cattolico, europeista e socialista. Se qualcun altro mi appiccica altre etichette, è affar suo: non mio.
2) Da cattolico quale idea si è fatto del ruolo giocato negli ultimi trent’anni dalla Chiesa nel processo di giustificazione dell’esistente, ovvero dell’attuale sistema dei consumi? E’ sensato aspettarci proprio da un certo cristianesimo di base la spinta ad un rinnovamento delle categorie etiche e politiche della
post-modernità?
Anche qui, ho molto sperato, e a lungo, nella rinascita di un “cattolicesimo tradizionalista” che riscoprisse la sacralità e che si opponesse a un cattolicesimo che negli Anni Cinquanta-Sessanta, specie poi col Vaticano II, sembrava muoversi a gran passi nel senso della “secolarizzazione” e dell’appiattimento dei
valori religiosi, della riduzione insomma della religione a umanitarismo e a sociologia. Anche il “pacifismo” cristiano mi sembrava parte di quella resa della Chiesa dinanzi ai valori della Modernità, insomma di tutto quel che aveva indotto Jacques Maritain a stigmatizzare “quella chiesa che s’inginocchiava davanti al mondo”. Ma la svolta in gran parte provocata da Giovanni Paolo II ha prodotto – e non per colpa di quel grande pontefice – un esito singolarmente negativo: l’emergere di una sorta di pseudo-neotradizionalismo che identifica la Chiesa cattolica con i “valori” occidentali moderni, proclama la Modernità figlia unica e legittima del cristianesimo (dimenticando lo “strappo” della rivoluzione moderna, che tra XVI e XVIII secolo
avviò e legittimò la vittoria dell’individualismo e dello strapotere dell’economia e della tecnologia consentendo che l’Occidentale, per sostenere, asservisse e sfruttasse tutto il mondo) e bandisce crociate per la “difesa della Cristianità” – magari strumentalizzando la tragedia dei cristiani che oggi vengono uccisi nel mondo, spesso perché chi li sopprime li ritiene (a torto) complici dei crimini dell’Occidente. Questo pseudo-neotradizionalismo sedicente “cattolico” è un’autentica lebbra: i cattolici che lo fanno proprio in buona fede dimenticano che alla Fine dei Tempi Dio non ci giudicherà sulla base dell’ortodossia teologica o della pratica ecclesiale o della correttezza liturgica, ma sulla sola base dell’amore e della carità. Questa è la verità cristiana, che corrisponde alla profezia di Gesù nel Vangelo di Matteo, 25, 31-46: e non ci sono sofismi alla von Hayez, non ci sono chiacchiere alla Novak che tengano.
Giovanni Paolo II, che appena eletto aveva visitato l’America Latina inferendo un colpo durissimo alla “teologia della liberazione”, nel suo secondo viaggio in quel continente, nel 1979, s’informò puntualmente sui crimini delle dittature dei gorilas – spesso, come in Guatemala, sostenute dai servizi statunitensi più o meno “coperti” da missioni religiose protestanti – e sul tacito o esplicito appoggio che in alcuni casi gli alti gradi della Chiesa cattolica avevano loro accordato. Del resto, tra i coraggiosi oppositori di quel blocco criminalconservatore c’erano stati anche personaggi come l’arcivescovo di El Salvador Oscar Romero, uomo di assoluta fiducia della Santa Sede e oppositore della “teologia della liberazione” che però, una volta insediato, si rese conto dell’ottusità e della spregiudicatezza di chi, anche fra i prelati cattolici, favoriva una repressione che si presentava come “anticomunista” mentre puntava solo al mantenimento dell’ingiustizia e dello sfruttamento, in linea con gli interessi di lobbies criminali quali la United Fruits Company. Ma di autentici martiri, quali monsignor Romero, poco si curano gli attuali estensori dei nuovi martirologi cattolici, per i quali contano solo i martiri uccisi dai fondamentalisti musulmani.
Oggi, non mi aspetto nulla dalle “destre” cattoliche guadagnate al conservatorismo occidentalista. Confido invece in alcuni movimenti di base e in alcuni gruppi che svolgono un’intensa attività di tipo ecologistico e solidaristico, che s’impegnano nell’aiuto agli immigrati e nella lotta contro il pregiudizio e la discriminazione, che danno vita a un volontariato capace di divenire nel tempo – e che sta già divenendo – un nuovo grande ideale, quello della lotta capillare per l’avvento di un mondo diverso nel quale il malvagio cerchio magico produzione-profitto-sfruttamento-consumo sia battuto in breccia. Ancor oggi, troppi cattolici sono teledipendenti acritici e la domenica – magari dopo la messa – accompagnano la famigliola nel rito delle infauste gite festive ai centri commerciali. E’ questo conformismo, questo inginocchiarsi dinanzi al materialismo del profitto e del consumo, che bisogna sconfiggere. Non tutti gli ambienti della Chiesa cattolica si sono ancora resi conto che questa è la grande, sacrosanta battaglia dei nostri giorni. Il governo italiano, ad esempio, è inadempiente dei confronti della lotta mondiale contro l’AIDS, rispetto alla quale continua a non versare i contributi ai quali si era impegnato. Nonostante la crisi economica, o magari proprio per quella, la Chiesa cattolica dovrebbe stigmatizzare duramente queste inadempienze. Ma può darsi che essa preferisca accettare dal governo italiano altri “favori”, fiscali o di altro tipo, anziché ricordargli i suoi doveri umanitari. E’ da queste viltà che la chiesa deve guarire.
3) Come legge, professor Cardini, i tentativi di Obama e degli Stati Uniti d’America di indirizzare le rivolte arabe verso esiti U.S.A-compatibili? Crede che esista davvero, nel mondo musulmano, un’attrazione crescente per la democrazia liberale occidentale?
Quando si è trattato di battere l’infausto Bush, siamo stati tutti obamisti: non c’era scelta. Si trattava di essere contro Bush, che andava battuto con qualunque mezzo e mandato a casa (come in Italia, oggi, bisogna mandare a casa Berlusconi). Ma la “santificazione” di Obama è stata, negli Stati Uniti come da noi, in una certa misura opera di ex-bushisti più o meno “pentiti” desiderosi di riciclarsi: certe conversioni, tra i giornalisti e i politici, sono state tra il grottesco e il patetico. Ci voleva poco, invece, a capire che il presidente Obama sarebbe stato un bluff, magari al di là delle sue personali intenzioni. In particolare,
Obama ha “subaffittato” la politica estera all’infausta signora Clinton, che lavora in una linea si sostanziale continuità soft rispetto alla gestione dei criminali Cheney, Rìumsfeld e Rice, nonostante l’evidente fallimento delle loro scelte. I culs-de-sac afghano e irakeno ne sono la prova. Quanto al mondo
musulmano, non bisogna mai dimenticare che si tratta di un miliardo e mezzo di persone, maggioritarie in una fascia intercontinentale che va dal Maghreb al nordovest del subcontinente indiano e che giunge fino al sudest asiatico: all’interno di quella grande massa di uomini e donne e di quella varietà di popoli e di paesi, esiste un’infinita varietà di istanze e di posizioni. Che nella “primavera araba” vi fossero anche istanze tese a raccogliere alcuni elementi dalla “democrazia rappresentativa” all’occidentale, è vero. Ma l’affermarlo, se è cosa necessaria, non è tuttavia sufficiente. All’interno dell’Islam vi sono anche altre componenti. E in esso nel suo complesso è forte la volontà di cercare strade nuove, che siano coerenti rispetto alle molte versioni della cultura musulmana elaborata all’interno di varie realtà etniche, nazionali, sociali eccetera. D’altronde, non va dimenticato che anche l’islam – una religione che, a differenza da quella cristiana, non dispone di centri istituzionali organizzati paragonabili alle Chiese – soffre di una forte crisi derivante dall’impatto con la Modernità e con la Postmodernità: non si possono valutare solo le componenti “fondamentaliste”, superficialmente giudicandole “oscurantiste” e “reazionarie” nel loro complesso, né quelle “progressiste” e “occidentalizzanti”, giudicandole invece “progressiste” e compatibili con il nostro mondo e i nostri trends di sviluppo. La realtà è più complessa.
4) Qual è, secondo lei, la strada più realistica e solidale per affrontare l’emergenza immigrazione nell’Unione Europea, tenendo conto degli sconvolgimenti sociali che ci aspettano a seguito delle politiche di austerità imposte, proprio in questi giorni, dal potere dei grandi centri finanziari?
E’ necessario valutare con molto rigore, ma anche con serenità, le possibilità di assorbimento di forzalavoro extraeuropea che i vari paesi dell’Unione possono sostenere nel loro complesso e presi uno del uno; dotarsi di strumenti di accoglienza e di solidarietà di base in modo da far fronte alle ondate immigratorie senza venir meno ai doveri umanitari ma al tempo stesso prevenendo per quanto possibile i fenomeni di sovrappopolamento dei profughi e coinvolgendo in modo serio i paesi mediterranei noneuropei in modo da indurli a una seria collaborazione nella sorveglianza e nel contenimento del fenomeno; favorire dei rimpatrii ordinati e provvisti delle necessarie garanzie (non si può “riconsegnare” nessuno a governi in grado di rispondere alle istanze del tempo presente con i soli strumenti della repressione, della detenzione concentrazionaria e della violenza); mettere a punto strumenti che ci consentano di porre da canto le soluzioni desuete fondate sia sull’assimilazionismo “alla francese” (che umilia le persone e le culture), sia sul “multiculturalismo” all’inglese o all’olandese (che crea “isole” di “diversi” all’interno di società che li tollerano e li sfruttano ma che non li comprendono). Si deve puntare verso nuove sintesi che permettano ai futuri cittadini europei, nati in Europa da genitori extracomunitari, di vivere nella loro patria europea senza per questo venir meno alle tradizioni dei loro padri o essere obbligati a dimenticarle e a tradirle. Quanto alle politiche di austerità, è evidente che non si può accettare il principio secondo il quale profitti e proventi degli speculatori (quelli spesso eufemisticamente definiti “imprenditori” e “azionisti”) debbano essere salvaguardati nel nome della “ripresa” e dello “sviluppo”, a spese unilaterali delle categorie a reddito fisso e dei ceti meno abbienti. Bisogna lottare contro concentrazione della ricchezza e rendite parassitarie, compresi i profitti finanziari, che non possono essere salvati attraverso i “tagli” a quel che resta dello stato sociale. Gli extracomunitari non vanno considerati estranei a questa lotta: il “lavoro
nero”, ad esempio, si traduce in una forma di enorme evasione fiscale che va a danno nostro come loro. Il punto è che oggi ormai purtroppo, in Italia, non esiste più una “coscienza sociale” come parte della “coscienza civica”. La grande battaglia sta tutta nella sua ricostruzione e nel coinvolgimento in essa degli stessi extracomunitari. E bisogna ricominciare tutto da capo, dai giovani, dai ragazzi. Le vecchie generazioni sono perdute: se così non fosse, gli operai che oggi sono cinquanta-sessantenni non si sarebbero mai convertiti alla xenofobia leghista. Prendersela con gli extracomunitari che “rubano il lavoro” è lo stesso errore del cane che, percosso dal padrone, morde il suo bastone. Bisogna ricominciare da capo: insegnare ad azzannare i padroni. Meglio se alla gola.
5) Nel libro che lei ha scritto assieme a Sergio Valzania, “Le radici perdute dell'Europa. Da Carlo V ai conflitti mondiali”, raccorda molti indizi che dimostrano un possibile diverso destino dell’Europa, non quello poi modellato dagli stati nazionali. Oggi che sono in crisi verticale sia gli Stati nazionali sia il modello di Europa degli ultimi sessanta anni, e senza un Carlo V all’orizzonte, possiamo immaginare un ulteriore diverso destino storico, un altro cammino culturale e politico per il continente?
Per questo, e non per un sussulto di reazionarismo estetizzante, ero il 16 luglio 2011 a Vienna per render omaggio alle spoglie dell’ultimo erede degli Asburgo. L’Europa deve ritrovare se stessa in un cammino che la Modernità ha interrotto imponendo la vittoria degli assolutismi prima, degli stati nazionali poi. Una scelta che ci ha regalato due guerre fratricide. Il cammino da riprendere è quello interrotto progressivamente tra Cinque e Settecento: il cammino del solidarismo, della restaurazione dei “corpi intermedi” costituiti dalle comunità locali con le loro prerogative e i loro diritti, del riconoscimento generale di una comune patria europea che fin dal medioevo ha costruito una cultura fondata sul pluralismo delle lingue e delle tradizioni e
sull’unicità della tradizione giuridica ed etica proveniente dall’incontro della romanità con il cristianesimo e con il contributo delle etnìe che nell’eredità di quelle tradizioni si sono riconosciute. L’Unione Europea nata nel 1951 ha cominciato, come si usa dire, col piede sbagliato: dal denaro, dalla moneta unica, e dalla istituzioni burocratiche sostenute da un’impalcatura democratica formale. Ma i popoli sono rimasti fuori da quella impalcatura che hanno pur subìto. Non sono nati difatti né una scuola europea comune per tutti i cittadini futuri, né un esercito comune (la difesa del nostro continente è stata affidata alla NATO), né un vero apparato giuridizionale. Secondo i principii della politica internazionale, per costituire una corretta compagine politica occorrono quattro cose: la Bandiera, vale a dire le istituzioni (noi disponiamo solo di un ipertrofico e costosissimo parlamento Europeo, dotato di pochi poteri reali); la Moneta (ce l’abbiamo, l’euro: ma da sola non basta); la Toga, cioè le istituzioni giudiziarie (a loro volta confuse); la Spada, cioè la difesa (ma l’esercito “europeo” non esiste: è rimpiazzato dalla NATO, vale a dire da una Spada in mano altrui). Bisogna ricominciare da zero, con un obiettivo: la creazione di un autentico patriottismo europeo, che porti alla fondazione di un’Europa che non sia più quella dei governi e degli stati, ma quella dei popoli. Il primo obiettivo realistico, oggi, è il ribadire la volontà europeistica di stare insieme contro le tentazioni micronazionalistiche, le quali servono a dividerci di nuovo per mantenerci al servizio della NATO e delle lobbies multinazionali, che ovviamente tendono a dividerci per meglio controllarci. Negli Anni Cinquanta, gente come Altiero Spinelli credeva che l’unità europea fosse dietro l’angolo e s’illudeva che le superpotenze lo avrebbero permesso.
Mezzo secolo dopo, sappiamo che tutto è molto lontano e che i poteri forti mondiali non permetteranno mai il nascere di un’Europa effettivamente libera, indipendente e unita. Oggi, per sperarvi, ci vuole un sogno coraggioso, al limite della follìa. Bisogna essere al contrario realistici: e chiedere l’impossibile.
navigando sul sito del Professore (www.francocardini.net) ho trovato la seguente intervista, che pubblico. Si tratta di un testo estremamente interessante, anche se appartiene a un orizzonte culturale lontano dal mio. O forse, proprio per quello. Da sempre ho ritenuto il Professore una delle menti più feconde e aperte dal panorama europeo. Visitate il suo sito per verificarlo...
Intervista a Franco Cardini
a cura della redazione di “Megachip”, 18.7.2011
1) Professor Cardini, lei ha affermato più volte di non iconoscersi nell’area politica “di destra” nella quale era comunque cresciuto ed aveva mosso i primi passi dell’impegno civile. Cosa rimane, oggi, dei suoi ideali di allora, e come pensa di rigenerarli in assenza di chiare delimitazioni fra destra e sinistra, entrambe subalterne al mito dello sviluppo capitalistico ad oltranza?
Un’adeguata risposta alla sua domanda dovrebbe cominciare con un’analisi storica sull’origine della parola Destra nel lessico politico europeo dalla Rivoluzione francese ad oggi. In sintesi, la parola Destra nasce – in contrapposizione alla parola Sinistra – all’inizio della grande Rivoluzione, per indicare chi resta fedele al Trono e all’Altare in contrapposizione al valore e all’ideale nuovo
la Nazione; e chi quindi, coerente con tale scelta, difende i valori delle comunità locali, dei corpi intermedi e delle loro antiche libertates contro il livellamento individualista ed egalitario imposto dal giacobinismo. In questo senso storico, che ha assunto nel tempo – in una linea che da De Maistre a Donoso Cortés fino a Miguel de Unamuno e a Carl Schmitt – un valore metastorico e metapolitico, io resto un uomo di Destra. Ma, sia
chiaro, solo in questo senso. Un senso che investe in modo primario una profonda convinzione: che siano cioè l’individualismo, il primato dell’economia e il progressismo materialista che il giacobinismo ha trasmesso alla borghesia liberal-liberista otto- e novecentesca i principali nemici della giustizia, della libertà e del genere umano. Il fatto è che, fra le “rivoluzioni” del 1830 e del 1848, una parte appunto di quella borghesia individualista e progressista, creatrice e promotrice del capitalismo liberistico contemporaneo, ha apparentemente accettato – in quanto spaventata dal crescer del “Quarto Stato”, dal montare della questione sociale – una parte delle posizioni della Destra tradizionalista: la Nazione e la Patria, nati come valori autenticamente di Sinistra, sono divenuti così valori di una “Destra nuova”, caratterizzata dall’alleanza tra i cascami ormai morenti dell’ancien régime e le borghesie ben decise a
difendere i loro privilegi (che nascevano in gran parte dal tradimento rispetto ai valori dell’Europa tradizionale e dallo sfruttamento di situazioni come quella, tipica, della
privatizzazione dei beni ecclesiastici). D’altronde, nella seconda metà dell’Ottocento e anche dopo non è stato infrequente che
esponenti della Destra tradizionalista abbiano invece
simpatizzato con le Sinistre più autenticamente rivoluzionarie, convinti che la loro fame e la loro sete di giustizia fossero, nella sostanza, più profondamente cristiani della difesa del privilegio, della sperequazione e dello sfruttamento. Valori e sentimenti di questo tipo hanno orientato esponenti della “Destra metastorica” nella simpatìa nei confronti per esempio di Sorel e del sindacalismo rivoluzionario. Lo storico israeliano Zeev Sternhell è colui che a mio avviso ha meglio inteso e interpretato questa dinamica storica e politica (rinvio al suo Naissance de l’idéologie fasciste, Paris, Fayard, 1989). Nella Firenze degli Anni Cinquanta-Sessanta, il luogo e il periodo della mia formazione (sono nato nel 1940), alla scuola di un giovane pensatore tradizionalista prematuramente scomparso, Attilio Mordini (1923-1966), si formò un gruppo di giovanissimi l’ardua e in gran parte oscura ambizione dei quali era collegare i valori metastorici e metafisici dell’Europa di De Maistre e di Donoso Cortés alle lotte politiche del presente. Quei ragazzi passarono attraverso l’europeismo proposto da Jean Thiriart, che negli Anni Sessanta proponeva di lottare per una “Nazione Europea” che si svincolasse dai due opposti blocchi liberista statunitense e collettivista sovietico e creasse una realtà nuova, solidaristica e socialista, che si collegasse con le lotte per la liberazione di quello che allora si definiva il “Terzo Mondo”. Essi provenivano in gran parte dal MSI, ma al suo interno avevano simpatizzato per il “fascismo movimentista” (Berto Ricci ecc.), per la primissima Falange spagnola (De Rivera, Redondo, Hedilla), per la stessa “sinistra” nazionalsocialista (i fratelli Strasser), per il giustizialismo argentino e per il guevarismo; ed erano stanchi dell’anticomunismo unilaterale e dell’accademia socializzante che in quel partito regnava, e che si traduceva in una costante retorica elettoralista mentre i dirigenti di quel partito, in parlamento, conducevano regolarmente scelte conservatrici e filoccidentalistiche. Il “movimento di Valle Giulia”, quando nel ’68 i ragazzi “di destra” che si erano uniti a quelli “di sinistra” per protestare contro l’establishment capitalistico-borghese furono trattati da “traditori” e fatti pestare dalle bande di Almirante e di Caradonna, fu il segnale che ormai nessun ulteriore malinteso dialogo tra loro e quel tipo di “destra” (che riempiva il suo vuoto culturale con le maiuscole, autodefinendosi “la Destra”) era possibile. La critica al concetto stesso di “Occidente” fu uno degli elementi che consentirono al gruppo, numericamente ristretto, cui appartenevo, di simpatizzare un decennio più tardi, tra Anni Settanta e Anni Ottanta, per la “Nuova Destra” di Alain de Benoist e per le posizioni che in quella direzione venivano portate avanti da altri allora giovanissimi, guidati da Marco Tarchi. Si deve ad Alain de Benoist avere “rotto” con la massima chiarezza con qualunque equivoco “di destra”, proponendo di non parlare più di “Nuova Destra” bensì di “Nuove Sintesi”. Si può dire che almeno dall’inizio degli Anni Ottanta gli amici, giovani e meno giovani, che – naturalmente con molte articolazioni e variabili – si riconoscevano e che storicamente continuano a riconoscersi in questo main stream politico e culturale, abbiano cessato definitivamente di dirsi “di destra”: per quanto possano aver mantenuto a titolo personale qualche legame di amicizia con persone rimaste per vari motivi all’interno della formazione autodefinitasi “Destra” che ha finito per passare in Alleanza Nazionale a infine confluire nella sua quasi-totalità nel partito-azienda di Berlusconi, una ben triste fine, che qualcuno di loro non meritava ma alla quale avrebbe dovuto sottrarsi. Attualmente, la mia posizione consiste nell’impegnarmi nei limiti delle mie possibilità per il raggiungimento di un’Unione Europea che sia un’autentica compagine politica (non l’Eurolandia finanziario-bancario-burocratica che esiste oggi), che si opponga sia al “pensiero unico” ispirato al conformismo internazionale che oggi trionfa nei mass media, sia all’impero anonimo (ma non troppo) delle lobbies multinazionali e al suo “braccio armato”, costituito fino all’esperienza Bush anzitutto dalla superpotenza statunitense, e oggi vivo e attivo anche all’interno di gran parte dell’ONU. Credo che la grande battaglia da combattere nel XXI secolo sia quella contro le forze che, con l’obiettivo del profitto e dello sfruttamento del pianeta, lavorano alla sua distruzione. Le mie posizioni di oggi s’identificano largamente in quelle di pensatori come Serge Latouche, Noam Chomsky e Vandana Shiva. Come cattolico, ritengo che la grande battaglia cattolica di oggi consista nello stare accanto ai 5/6 del pianeta, a chi soffre, a chi è povero e s’impoverisce sempre di più a causa del criminale assalto del turbocapitalismo internazionale contro il pianeta, a chi lotta affinché non gli siano rubate almeno l’aria e l’acqua. Come europeo, il 16 luglio scorso ho fatto parte, da anonimo, alla massa di centinaia di migliaia di cittadini europei anonimi che sono accorsi a Vienna per prestare l’estremo omaggio alle spoglie di Otto d’Asburgo, l’ultimo erede al trono imperiale d’Austria: nel nome della vecchia Europa che fu distrutta nel 1918 dall’iniqua pace di Versailles, la quale scatenò nel mondo la follìa dell’isterismo nazionalista e la ferocia dell’egoismo capitalista progressivamente sciolto da qualunque forma di controllo. Esser definito “di destra” o “di sinistra” non m’interessa: ma le posizioni che oggi difendo e con le quali solidarizzo sono comunque, in massima parte, ormai sostenute da formazioni che si dicono “di sinistra”: questo è un fatto. Dal canto mio, mi definisco cattolico, europeista e socialista. Se qualcun altro mi appiccica altre etichette, è affar suo: non mio.
2) Da cattolico quale idea si è fatto del ruolo giocato negli ultimi trent’anni dalla Chiesa nel processo di giustificazione dell’esistente, ovvero dell’attuale sistema dei consumi? E’ sensato aspettarci proprio da un certo cristianesimo di base la spinta ad un rinnovamento delle categorie etiche e politiche della
post-modernità?
Anche qui, ho molto sperato, e a lungo, nella rinascita di un “cattolicesimo tradizionalista” che riscoprisse la sacralità e che si opponesse a un cattolicesimo che negli Anni Cinquanta-Sessanta, specie poi col Vaticano II, sembrava muoversi a gran passi nel senso della “secolarizzazione” e dell’appiattimento dei
valori religiosi, della riduzione insomma della religione a umanitarismo e a sociologia. Anche il “pacifismo” cristiano mi sembrava parte di quella resa della Chiesa dinanzi ai valori della Modernità, insomma di tutto quel che aveva indotto Jacques Maritain a stigmatizzare “quella chiesa che s’inginocchiava davanti al mondo”. Ma la svolta in gran parte provocata da Giovanni Paolo II ha prodotto – e non per colpa di quel grande pontefice – un esito singolarmente negativo: l’emergere di una sorta di pseudo-neotradizionalismo che identifica la Chiesa cattolica con i “valori” occidentali moderni, proclama la Modernità figlia unica e legittima del cristianesimo (dimenticando lo “strappo” della rivoluzione moderna, che tra XVI e XVIII secolo
avviò e legittimò la vittoria dell’individualismo e dello strapotere dell’economia e della tecnologia consentendo che l’Occidentale, per sostenere, asservisse e sfruttasse tutto il mondo) e bandisce crociate per la “difesa della Cristianità” – magari strumentalizzando la tragedia dei cristiani che oggi vengono uccisi nel mondo, spesso perché chi li sopprime li ritiene (a torto) complici dei crimini dell’Occidente. Questo pseudo-neotradizionalismo sedicente “cattolico” è un’autentica lebbra: i cattolici che lo fanno proprio in buona fede dimenticano che alla Fine dei Tempi Dio non ci giudicherà sulla base dell’ortodossia teologica o della pratica ecclesiale o della correttezza liturgica, ma sulla sola base dell’amore e della carità. Questa è la verità cristiana, che corrisponde alla profezia di Gesù nel Vangelo di Matteo, 25, 31-46: e non ci sono sofismi alla von Hayez, non ci sono chiacchiere alla Novak che tengano.
Giovanni Paolo II, che appena eletto aveva visitato l’America Latina inferendo un colpo durissimo alla “teologia della liberazione”, nel suo secondo viaggio in quel continente, nel 1979, s’informò puntualmente sui crimini delle dittature dei gorilas – spesso, come in Guatemala, sostenute dai servizi statunitensi più o meno “coperti” da missioni religiose protestanti – e sul tacito o esplicito appoggio che in alcuni casi gli alti gradi della Chiesa cattolica avevano loro accordato. Del resto, tra i coraggiosi oppositori di quel blocco criminalconservatore c’erano stati anche personaggi come l’arcivescovo di El Salvador Oscar Romero, uomo di assoluta fiducia della Santa Sede e oppositore della “teologia della liberazione” che però, una volta insediato, si rese conto dell’ottusità e della spregiudicatezza di chi, anche fra i prelati cattolici, favoriva una repressione che si presentava come “anticomunista” mentre puntava solo al mantenimento dell’ingiustizia e dello sfruttamento, in linea con gli interessi di lobbies criminali quali la United Fruits Company. Ma di autentici martiri, quali monsignor Romero, poco si curano gli attuali estensori dei nuovi martirologi cattolici, per i quali contano solo i martiri uccisi dai fondamentalisti musulmani.
Oggi, non mi aspetto nulla dalle “destre” cattoliche guadagnate al conservatorismo occidentalista. Confido invece in alcuni movimenti di base e in alcuni gruppi che svolgono un’intensa attività di tipo ecologistico e solidaristico, che s’impegnano nell’aiuto agli immigrati e nella lotta contro il pregiudizio e la discriminazione, che danno vita a un volontariato capace di divenire nel tempo – e che sta già divenendo – un nuovo grande ideale, quello della lotta capillare per l’avvento di un mondo diverso nel quale il malvagio cerchio magico produzione-profitto-sfruttamento-consumo sia battuto in breccia. Ancor oggi, troppi cattolici sono teledipendenti acritici e la domenica – magari dopo la messa – accompagnano la famigliola nel rito delle infauste gite festive ai centri commerciali. E’ questo conformismo, questo inginocchiarsi dinanzi al materialismo del profitto e del consumo, che bisogna sconfiggere. Non tutti gli ambienti della Chiesa cattolica si sono ancora resi conto che questa è la grande, sacrosanta battaglia dei nostri giorni. Il governo italiano, ad esempio, è inadempiente dei confronti della lotta mondiale contro l’AIDS, rispetto alla quale continua a non versare i contributi ai quali si era impegnato. Nonostante la crisi economica, o magari proprio per quella, la Chiesa cattolica dovrebbe stigmatizzare duramente queste inadempienze. Ma può darsi che essa preferisca accettare dal governo italiano altri “favori”, fiscali o di altro tipo, anziché ricordargli i suoi doveri umanitari. E’ da queste viltà che la chiesa deve guarire.
3) Come legge, professor Cardini, i tentativi di Obama e degli Stati Uniti d’America di indirizzare le rivolte arabe verso esiti U.S.A-compatibili? Crede che esista davvero, nel mondo musulmano, un’attrazione crescente per la democrazia liberale occidentale?
Quando si è trattato di battere l’infausto Bush, siamo stati tutti obamisti: non c’era scelta. Si trattava di essere contro Bush, che andava battuto con qualunque mezzo e mandato a casa (come in Italia, oggi, bisogna mandare a casa Berlusconi). Ma la “santificazione” di Obama è stata, negli Stati Uniti come da noi, in una certa misura opera di ex-bushisti più o meno “pentiti” desiderosi di riciclarsi: certe conversioni, tra i giornalisti e i politici, sono state tra il grottesco e il patetico. Ci voleva poco, invece, a capire che il presidente Obama sarebbe stato un bluff, magari al di là delle sue personali intenzioni. In particolare,
Obama ha “subaffittato” la politica estera all’infausta signora Clinton, che lavora in una linea si sostanziale continuità soft rispetto alla gestione dei criminali Cheney, Rìumsfeld e Rice, nonostante l’evidente fallimento delle loro scelte. I culs-de-sac afghano e irakeno ne sono la prova. Quanto al mondo
musulmano, non bisogna mai dimenticare che si tratta di un miliardo e mezzo di persone, maggioritarie in una fascia intercontinentale che va dal Maghreb al nordovest del subcontinente indiano e che giunge fino al sudest asiatico: all’interno di quella grande massa di uomini e donne e di quella varietà di popoli e di paesi, esiste un’infinita varietà di istanze e di posizioni. Che nella “primavera araba” vi fossero anche istanze tese a raccogliere alcuni elementi dalla “democrazia rappresentativa” all’occidentale, è vero. Ma l’affermarlo, se è cosa necessaria, non è tuttavia sufficiente. All’interno dell’Islam vi sono anche altre componenti. E in esso nel suo complesso è forte la volontà di cercare strade nuove, che siano coerenti rispetto alle molte versioni della cultura musulmana elaborata all’interno di varie realtà etniche, nazionali, sociali eccetera. D’altronde, non va dimenticato che anche l’islam – una religione che, a differenza da quella cristiana, non dispone di centri istituzionali organizzati paragonabili alle Chiese – soffre di una forte crisi derivante dall’impatto con la Modernità e con la Postmodernità: non si possono valutare solo le componenti “fondamentaliste”, superficialmente giudicandole “oscurantiste” e “reazionarie” nel loro complesso, né quelle “progressiste” e “occidentalizzanti”, giudicandole invece “progressiste” e compatibili con il nostro mondo e i nostri trends di sviluppo. La realtà è più complessa.
4) Qual è, secondo lei, la strada più realistica e solidale per affrontare l’emergenza immigrazione nell’Unione Europea, tenendo conto degli sconvolgimenti sociali che ci aspettano a seguito delle politiche di austerità imposte, proprio in questi giorni, dal potere dei grandi centri finanziari?
E’ necessario valutare con molto rigore, ma anche con serenità, le possibilità di assorbimento di forzalavoro extraeuropea che i vari paesi dell’Unione possono sostenere nel loro complesso e presi uno del uno; dotarsi di strumenti di accoglienza e di solidarietà di base in modo da far fronte alle ondate immigratorie senza venir meno ai doveri umanitari ma al tempo stesso prevenendo per quanto possibile i fenomeni di sovrappopolamento dei profughi e coinvolgendo in modo serio i paesi mediterranei noneuropei in modo da indurli a una seria collaborazione nella sorveglianza e nel contenimento del fenomeno; favorire dei rimpatrii ordinati e provvisti delle necessarie garanzie (non si può “riconsegnare” nessuno a governi in grado di rispondere alle istanze del tempo presente con i soli strumenti della repressione, della detenzione concentrazionaria e della violenza); mettere a punto strumenti che ci consentano di porre da canto le soluzioni desuete fondate sia sull’assimilazionismo “alla francese” (che umilia le persone e le culture), sia sul “multiculturalismo” all’inglese o all’olandese (che crea “isole” di “diversi” all’interno di società che li tollerano e li sfruttano ma che non li comprendono). Si deve puntare verso nuove sintesi che permettano ai futuri cittadini europei, nati in Europa da genitori extracomunitari, di vivere nella loro patria europea senza per questo venir meno alle tradizioni dei loro padri o essere obbligati a dimenticarle e a tradirle. Quanto alle politiche di austerità, è evidente che non si può accettare il principio secondo il quale profitti e proventi degli speculatori (quelli spesso eufemisticamente definiti “imprenditori” e “azionisti”) debbano essere salvaguardati nel nome della “ripresa” e dello “sviluppo”, a spese unilaterali delle categorie a reddito fisso e dei ceti meno abbienti. Bisogna lottare contro concentrazione della ricchezza e rendite parassitarie, compresi i profitti finanziari, che non possono essere salvati attraverso i “tagli” a quel che resta dello stato sociale. Gli extracomunitari non vanno considerati estranei a questa lotta: il “lavoro
nero”, ad esempio, si traduce in una forma di enorme evasione fiscale che va a danno nostro come loro. Il punto è che oggi ormai purtroppo, in Italia, non esiste più una “coscienza sociale” come parte della “coscienza civica”. La grande battaglia sta tutta nella sua ricostruzione e nel coinvolgimento in essa degli stessi extracomunitari. E bisogna ricominciare tutto da capo, dai giovani, dai ragazzi. Le vecchie generazioni sono perdute: se così non fosse, gli operai che oggi sono cinquanta-sessantenni non si sarebbero mai convertiti alla xenofobia leghista. Prendersela con gli extracomunitari che “rubano il lavoro” è lo stesso errore del cane che, percosso dal padrone, morde il suo bastone. Bisogna ricominciare da capo: insegnare ad azzannare i padroni. Meglio se alla gola.
5) Nel libro che lei ha scritto assieme a Sergio Valzania, “Le radici perdute dell'Europa. Da Carlo V ai conflitti mondiali”, raccorda molti indizi che dimostrano un possibile diverso destino dell’Europa, non quello poi modellato dagli stati nazionali. Oggi che sono in crisi verticale sia gli Stati nazionali sia il modello di Europa degli ultimi sessanta anni, e senza un Carlo V all’orizzonte, possiamo immaginare un ulteriore diverso destino storico, un altro cammino culturale e politico per il continente?
Per questo, e non per un sussulto di reazionarismo estetizzante, ero il 16 luglio 2011 a Vienna per render omaggio alle spoglie dell’ultimo erede degli Asburgo. L’Europa deve ritrovare se stessa in un cammino che la Modernità ha interrotto imponendo la vittoria degli assolutismi prima, degli stati nazionali poi. Una scelta che ci ha regalato due guerre fratricide. Il cammino da riprendere è quello interrotto progressivamente tra Cinque e Settecento: il cammino del solidarismo, della restaurazione dei “corpi intermedi” costituiti dalle comunità locali con le loro prerogative e i loro diritti, del riconoscimento generale di una comune patria europea che fin dal medioevo ha costruito una cultura fondata sul pluralismo delle lingue e delle tradizioni e
sull’unicità della tradizione giuridica ed etica proveniente dall’incontro della romanità con il cristianesimo e con il contributo delle etnìe che nell’eredità di quelle tradizioni si sono riconosciute. L’Unione Europea nata nel 1951 ha cominciato, come si usa dire, col piede sbagliato: dal denaro, dalla moneta unica, e dalla istituzioni burocratiche sostenute da un’impalcatura democratica formale. Ma i popoli sono rimasti fuori da quella impalcatura che hanno pur subìto. Non sono nati difatti né una scuola europea comune per tutti i cittadini futuri, né un esercito comune (la difesa del nostro continente è stata affidata alla NATO), né un vero apparato giuridizionale. Secondo i principii della politica internazionale, per costituire una corretta compagine politica occorrono quattro cose: la Bandiera, vale a dire le istituzioni (noi disponiamo solo di un ipertrofico e costosissimo parlamento Europeo, dotato di pochi poteri reali); la Moneta (ce l’abbiamo, l’euro: ma da sola non basta); la Toga, cioè le istituzioni giudiziarie (a loro volta confuse); la Spada, cioè la difesa (ma l’esercito “europeo” non esiste: è rimpiazzato dalla NATO, vale a dire da una Spada in mano altrui). Bisogna ricominciare da zero, con un obiettivo: la creazione di un autentico patriottismo europeo, che porti alla fondazione di un’Europa che non sia più quella dei governi e degli stati, ma quella dei popoli. Il primo obiettivo realistico, oggi, è il ribadire la volontà europeistica di stare insieme contro le tentazioni micronazionalistiche, le quali servono a dividerci di nuovo per mantenerci al servizio della NATO e delle lobbies multinazionali, che ovviamente tendono a dividerci per meglio controllarci. Negli Anni Cinquanta, gente come Altiero Spinelli credeva che l’unità europea fosse dietro l’angolo e s’illudeva che le superpotenze lo avrebbero permesso.
Mezzo secolo dopo, sappiamo che tutto è molto lontano e che i poteri forti mondiali non permetteranno mai il nascere di un’Europa effettivamente libera, indipendente e unita. Oggi, per sperarvi, ci vuole un sogno coraggioso, al limite della follìa. Bisogna essere al contrario realistici: e chiedere l’impossibile.
mercoledì 17 agosto 2011
Calderoli, sciopero dei calciatori e evasori...
Chi l'avrebbe mai detto: per una volta sono d'accordo con il leghista Calderoli. Forse a ferragosto succede anche questo. Ho ascoltato su Rainews24 che il ministro Calderoli, quando ha sentito delle proteste dei calciatori contro il cosiddetto contributo di solidarietà (che vogliono far pagare alle società). Non amo il calcio e non me ne interesso, ma non mi risulta che i tesserati della serie A siano equiparabili a un pensionato...Loro, i calciatori, dicono che ci sono anche giocatori poveri. sarà, ma quelli che salgono agli onori della cronaca non lo fanno perchè sono alla fame...Ora stanno dicendo che E'to passa a una squadra russa per soli (si fa per dire) 20.000.000 di euro l'anno. Io ne prendo 1300, fate un po' voi...
Sarà un fremito di maoismo di ritorno, ma per certa gente ci vorrebbero sei mesi (in tutta la vita) di lavoro alla catena di montaggio...
Evasori. Alla stessa fonte, ho sentito che l'Agenzia delle Entrate sta indagando sui proprietari dei Bagni: nel solo Lazio evadono almeno 1 milione di euro. Complimenti! Anche perchè non si capisce per uqlae motivo, avendo l'Italia circa 8.000 Km di costa, d'estate, passeggiando al mare è difficile vederlo, il mare: ci sono solo cabine, bar e compagnia bella. Eppure anche loro sono un'altra categoria che si lamentano sempre, che non c'è più turismo, che quest'anno è andata male. Sarà. Provate però ad andare in qualsiasi località di mare e cercare di parcheggiare o andare a mangiare una pizza...
E che dire di quel miliardario americano che ha detto che nonè giusto che lui, stra ricco, paghi il 17% di quello che introietta, mentre i suoi dipendenti paganao oltre il 40%. Che dire? Sarà un comunista?
Sarà un fremito di maoismo di ritorno, ma per certa gente ci vorrebbero sei mesi (in tutta la vita) di lavoro alla catena di montaggio...
Evasori. Alla stessa fonte, ho sentito che l'Agenzia delle Entrate sta indagando sui proprietari dei Bagni: nel solo Lazio evadono almeno 1 milione di euro. Complimenti! Anche perchè non si capisce per uqlae motivo, avendo l'Italia circa 8.000 Km di costa, d'estate, passeggiando al mare è difficile vederlo, il mare: ci sono solo cabine, bar e compagnia bella. Eppure anche loro sono un'altra categoria che si lamentano sempre, che non c'è più turismo, che quest'anno è andata male. Sarà. Provate però ad andare in qualsiasi località di mare e cercare di parcheggiare o andare a mangiare una pizza...
E che dire di quel miliardario americano che ha detto che nonè giusto che lui, stra ricco, paghi il 17% di quello che introietta, mentre i suoi dipendenti paganao oltre il 40%. Che dire? Sarà un comunista?
martedì 16 agosto 2011
LA FINE DELL'ITALIA, LA SECESSIONE E LE SOLITE PIRLATE DELLA LEGA NORD
Nel corso della mia vita ho sentito parlare di fine della storia, fine dell'arte, fine della poesia...ieri il Senatur ne ha sparata un'altra delle sue: "E' la fine dell'Italia"! Non che io arda di sacro amor patrio: Dio me ne scampi (e più volte ho citato don Lorenzo Milani quando parla di patria). Ma questo mi sembra troppo: ed è pure colpa dei soliti comunisti (aho!, ma quanti ce ne stanno?), dei socialisti (peccato che moltissimi esponenti del vecchio PSI siedano sui banchi vicino a lui, al Senatur) e dei soliti democristiani (ibid, anche se forse stavolta la faccenda è più bipartisan). Mi chiedo: ma negli ultimi vent'anni chi c'è stato al governo? Io no di certo: per almeno 17 anni ci sono stati loro, i legaioli...
Sono andato sul sito de il sole 24ore e ho trovato un articolo che cito lungamente di seguito. Dopo l'articolo c'è un breve rimando a un altro scritto, questa volte tratto dal sito ufficiale di quell'organizzazione che lotta per la secessione, chiamata lega nord (mi ripeto è legale? e, soprattutto, è coerente ed etico che ministri della Repubblica, lautamente sipendiati, tramino per la secessione, contro la Repubblica stessa? Leggete e meditate, gente...
Bossi a Ponte di Legno: «È arrivata la fine dell'Italia». E torna a parlare di secessione e terroni
di Chiara Beghelli 16 agosto 2011
Bossi a Ponte di Legno: «E' arrivata la fine dell'Italia». E torna a parlare di secessione e terroni
Al "popolo leghista radunato sul pratone fresco di Ponte di Legno", [...] Umberto Bossi ha parole dal tono biblico: «Tutti avete capito che è un segnale inesorabile. E' arrivata la fine dell'Italia, questa è la verità». La manovra è stata varata, tutti conoscono i sacrifici che li aspettano e Bossi non rinuncia a ribadire con forza come, secondo lui, siamo arrivati a questo punto: «Abbiamo un debito enorme fatto dai socialisti, dai comunisti, dai democristiani - ha detto Bossi - Siamo arrivati a un punto in cui se Tremonti non riesce a vendere i titoli di Stato all'estero non riesce più a pagare le pensioni e la sanità. Deve chiudere gli ospedali».
Per poi proseguire: «Siamo al dunque. Bisognava assolutamente fare un po' di tagli, altrimenti l'Europa ci uccideva stavolta. Nessuno voleva. Ma il problema era: si taglia ai ricchi o ai poveri? Io non ho dubbi. Meglio la nostra gente, i migliori di poveri, i nostri, che possono andare avanti in battaglia domani per l'obiettivo fondamentale: Padania».
«La Lega ha salvato le pensioni», ma «abbiamo litigato tutto il giorno». E Brunetta...
Bossi ha voluto rivendicare più volte alla Lega il merito di «aver salvato le pensioni». Un tema sul quale il ministro delle Riforme ha riferito che «abbiamo litigato tutto il giorno e per poco non passiamo alle vie di fatto», riferendosi in particolare ad una telefonata arrivata in Consiglio dei ministri al collega Brunetta da parte di Bankitalia. «A Brunetta - ha spiegato da Ponte di Legno Bossi - ho detto: "Nano di Venezia, non rompere i c..."». [...] «La Padania può salvarci, è la macroregione più forte di tutta Europa. I nostri figli avranno una grande realtà che gli salverà la vita, non moriranno di fame». Bossi si è quindi detto «sicuro» che «l'economia riparte. E riparte dal basso. Bisogna fare la Padania. Forse la Padania ce la può fare a restare in una moneta forte come l'Euro, il sud no. Con una moneta forte non esporta più niente. Ma la Padania - ha proseguito Bossi - sarebbe la soluzione migliore». E a chi dal pubblico ha ripetuto lo slogan "Secessione", Bossi ha replicato «quello lì è il farmaco giusto. Adesso siamo in difficoltà ma ce la faremo. La Lombardia, il Veneto, il Piemonte, la Padania ce la farà».
«C'è gente anche nostra che ragiona come i terroni che pensano che lo Stato "mi deve dare". Lo Stato non deve dare niente. E' sufficiente che ci dia la libertà», ha aggiunto Bossi".
leggi l'articolo completo su http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-08-16/bossi-ponte-legno-arrivata-113454.shtml?uuid=AaYFSgwD
E, se a qualcuno non bastasse, sul sito ufficiale della lega, il cui nome è "Lega Nord per l'Indipendenza della Padania", potete leggervi per intero questo scritto:
L'indipendenza della Padania inizia ad essere presa in considerazione dai tedeschi
"Le forti oscillazioni borsistiche degli ultimi giorni, caratterizzate da una tendenza complessivamente orientata al ribasso, hanno prepotentemente riportato all'attenzione dell'opinione pubblica il dibattito su alcuni elementi caratterizzanti le problematiche ...
continua su http://www.leganord.org/
Un piccolo aneddoto: qualche anno fa, militavo in un gruppo libertario. Con gli amici di Rifondazione di Albenga avevamo costituito, per breve tempo, un gruppo che si chiamava "Senza confini". Un giorno abbiamo distribuito un volantino dal titolo inequivocabile: CONTRO LA LEGA NORD. Potete immaginare quale era la nostra analisi...
...arriva un tenero vecchietto. Prende il volantino e un po' in italiano e un po' in lumbard mi dice: "Io abito a venti metri dall'Umberto: un grande...". Gli sorrido e gli dico: "Guardi che questo è un volantino CONTRO la lega nord!". "Come?" mi chiede esterefatto. Gli ribadisco il concetto. Forse è ancora lì, basito. Se passate per Albenga e lungo il fiume c'è un vecchietto perplesso, che abita a Gemonio, fategli una carezza e ditegli che non tutti gli anarchici e comunisti sono cattivi...
Sono andato sul sito de il sole 24ore e ho trovato un articolo che cito lungamente di seguito. Dopo l'articolo c'è un breve rimando a un altro scritto, questa volte tratto dal sito ufficiale di quell'organizzazione che lotta per la secessione, chiamata lega nord (mi ripeto è legale? e, soprattutto, è coerente ed etico che ministri della Repubblica, lautamente sipendiati, tramino per la secessione, contro la Repubblica stessa? Leggete e meditate, gente...
Bossi a Ponte di Legno: «È arrivata la fine dell'Italia». E torna a parlare di secessione e terroni
di Chiara Beghelli 16 agosto 2011
Bossi a Ponte di Legno: «E' arrivata la fine dell'Italia». E torna a parlare di secessione e terroni
Al "popolo leghista radunato sul pratone fresco di Ponte di Legno", [...] Umberto Bossi ha parole dal tono biblico: «Tutti avete capito che è un segnale inesorabile. E' arrivata la fine dell'Italia, questa è la verità». La manovra è stata varata, tutti conoscono i sacrifici che li aspettano e Bossi non rinuncia a ribadire con forza come, secondo lui, siamo arrivati a questo punto: «Abbiamo un debito enorme fatto dai socialisti, dai comunisti, dai democristiani - ha detto Bossi - Siamo arrivati a un punto in cui se Tremonti non riesce a vendere i titoli di Stato all'estero non riesce più a pagare le pensioni e la sanità. Deve chiudere gli ospedali».
Per poi proseguire: «Siamo al dunque. Bisognava assolutamente fare un po' di tagli, altrimenti l'Europa ci uccideva stavolta. Nessuno voleva. Ma il problema era: si taglia ai ricchi o ai poveri? Io non ho dubbi. Meglio la nostra gente, i migliori di poveri, i nostri, che possono andare avanti in battaglia domani per l'obiettivo fondamentale: Padania».
«La Lega ha salvato le pensioni», ma «abbiamo litigato tutto il giorno». E Brunetta...
Bossi ha voluto rivendicare più volte alla Lega il merito di «aver salvato le pensioni». Un tema sul quale il ministro delle Riforme ha riferito che «abbiamo litigato tutto il giorno e per poco non passiamo alle vie di fatto», riferendosi in particolare ad una telefonata arrivata in Consiglio dei ministri al collega Brunetta da parte di Bankitalia. «A Brunetta - ha spiegato da Ponte di Legno Bossi - ho detto: "Nano di Venezia, non rompere i c..."». [...] «La Padania può salvarci, è la macroregione più forte di tutta Europa. I nostri figli avranno una grande realtà che gli salverà la vita, non moriranno di fame». Bossi si è quindi detto «sicuro» che «l'economia riparte. E riparte dal basso. Bisogna fare la Padania. Forse la Padania ce la può fare a restare in una moneta forte come l'Euro, il sud no. Con una moneta forte non esporta più niente. Ma la Padania - ha proseguito Bossi - sarebbe la soluzione migliore». E a chi dal pubblico ha ripetuto lo slogan "Secessione", Bossi ha replicato «quello lì è il farmaco giusto. Adesso siamo in difficoltà ma ce la faremo. La Lombardia, il Veneto, il Piemonte, la Padania ce la farà».
«C'è gente anche nostra che ragiona come i terroni che pensano che lo Stato "mi deve dare". Lo Stato non deve dare niente. E' sufficiente che ci dia la libertà», ha aggiunto Bossi".
leggi l'articolo completo su http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-08-16/bossi-ponte-legno-arrivata-113454.shtml?uuid=AaYFSgwD
E, se a qualcuno non bastasse, sul sito ufficiale della lega, il cui nome è "Lega Nord per l'Indipendenza della Padania", potete leggervi per intero questo scritto:
L'indipendenza della Padania inizia ad essere presa in considerazione dai tedeschi
"Le forti oscillazioni borsistiche degli ultimi giorni, caratterizzate da una tendenza complessivamente orientata al ribasso, hanno prepotentemente riportato all'attenzione dell'opinione pubblica il dibattito su alcuni elementi caratterizzanti le problematiche ...
continua su http://www.leganord.org/
Un piccolo aneddoto: qualche anno fa, militavo in un gruppo libertario. Con gli amici di Rifondazione di Albenga avevamo costituito, per breve tempo, un gruppo che si chiamava "Senza confini". Un giorno abbiamo distribuito un volantino dal titolo inequivocabile: CONTRO LA LEGA NORD. Potete immaginare quale era la nostra analisi...
...arriva un tenero vecchietto. Prende il volantino e un po' in italiano e un po' in lumbard mi dice: "Io abito a venti metri dall'Umberto: un grande...". Gli sorrido e gli dico: "Guardi che questo è un volantino CONTRO la lega nord!". "Come?" mi chiede esterefatto. Gli ribadisco il concetto. Forse è ancora lì, basito. Se passate per Albenga e lungo il fiume c'è un vecchietto perplesso, che abita a Gemonio, fategli una carezza e ditegli che non tutti gli anarchici e comunisti sono cattivi...
lunedì 15 agosto 2011
LEGA NORD E MALAFEDE...
Poco fa ero seduto, tranquillo, sulla mia poltrona preferita (l'unica che abbiamo, spesso contesa con i gatti di casa. Stavo guardando, per la terza volta, il film Sette anni nel Tibet. Mi piace. Lo guardo. C'è la pubblicità, faccioo un po' di zapping e capito su Rainews24 che trasmette Bossi che parla a un raduno leghista a Ponte di Legno (Bergamo). Mi è passata la poesia...Alle sue spalle c'è uno struscione che recita, "Tegnem dur / contro Roma ladrona".Che tradotto, più o meno suona uguale..."Teniamo duro, contro Roma ladrona" (chissà perchè l'hanno scritto mezzo in lumard e mezzo in italian, bo?). Ma la cosa mi ha fatto incazzare (lo so i leghisti riescono a farmi perdere il bon ton, il fair play, insomma il lume della ragione). Roma ladrona? E loro dove erano, se non a Roma a votare tutte le leggi schifezza imposte dal padrone/imperatore? E l'ultima manovra e la manovra aggiuntiva chi l'ha votate? Io forse? Loro dove erano? Sapevano cosa votavano? Non hanno messo le mani nelle tasche degli italiani, come dice Silvio, l'Addolorato: le tasche gliele hanno tagliate, agli italiani...altro che palle! Però gli autgonomi che guadagnano più di 55.000 euri l'anno, non hanno più l'addizionale...ma pensa un po'! Io sono un insegnante elementare. Non posso evadere il fisco neanche se lo volessi. Forse è per questo che ogni finanziaria, in maniera molto democratica e bipartisan, mi frega (oggi è una festività soppressa, domani un po' di tredicesima, dopodomani un aumento negato e così via; senza contare il costo della vita che sale come il prezzo della benzina -che, sia detto per inciso continua ad aumentare anche quando il petrolio scende...). Mia mogli lavora da quando aveva 18 anni. Ora ne ha 60. L'anno prossimo voleva andare in pensione, ma il TFR il 'simpatico' Tremonti glielo scippa per due anni. E noi dovremmo vivere con uno stipendio in tre? Chi è il ladrone?
Dov'era Bossi quando il suo amico (o ex amico) Tremonti preparava questa bella schifezza? Era girato dall'altra parte? Gli era caduto il sigaro? Si era addormentato? Aveva mandato al suo posto la Trota? Roma ladrona: ma al governo ci sono loro: i Bossi, I Berlusconi, i Tremonti...
...Fino a quando ce li lasceremo?
Basta! Torno a guardare Sette anni nel Tibet...
Dov'era Bossi quando il suo amico (o ex amico) Tremonti preparava questa bella schifezza? Era girato dall'altra parte? Gli era caduto il sigaro? Si era addormentato? Aveva mandato al suo posto la Trota? Roma ladrona: ma al governo ci sono loro: i Bossi, I Berlusconi, i Tremonti...
...Fino a quando ce li lasceremo?
Basta! Torno a guardare Sette anni nel Tibet...
sabato 13 agosto 2011
COS' LA NONVIOLENZA ATTIVA?
Ricevo dall'amico Paolo Bertagnolli, la seguente segnalazione:
Carissime/i,
vorrei pregarvi, quando avete 33 minuti di tempo (tanto dura il filmato) di vedere ed ascoltare quanto si dice sulla nonviolenza attiva.
A tutti un ascolto bello e, spero, fecondo.
Paolo
--------------------------------------------------------------------------------
Maurizio Somma 13 agosto 14.41.36
COSA E' LA NONVIOLENZA ATTIVA ?
un bellissimo video del Movimento Umanista
http://www.facebook.com/l/IAQAKRfDvAQDVH3--tC_4XFVfXUbXN2DJvOtXmpETMK4FtQ/video.google.it/videoplay?docid=755851296148450547
PS: se il link non funziona, per favore copiatelo e incollatelo nella barra degli indirizzi...
grazie
Carissime/i,
vorrei pregarvi, quando avete 33 minuti di tempo (tanto dura il filmato) di vedere ed ascoltare quanto si dice sulla nonviolenza attiva.
A tutti un ascolto bello e, spero, fecondo.
Paolo
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Maurizio Somma 13 agosto 14.41.36
COSA E' LA NONVIOLENZA ATTIVA ?
un bellissimo video del Movimento Umanista
http://www.facebook.com/l/IAQAKRfDvAQDVH3--tC_4XFVfXUbXN2DJvOtXmpETMK4FtQ/video.google.it/videoplay?docid=755851296148450547
PS: se il link non funziona, per favore copiatelo e incollatelo nella barra degli indirizzi...
grazie
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