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martedì 25 dicembre 2007

LETTERA 128 di Ettore Masina

LETTERA128
dicembre 2007

1
Fine d’anno 2007: mentre cerchiamo di rendere le nostre case più allegre e festose, con sorrisi di parenti e di amici e voci di bambini, la cronaca appende ai nostri alberi di Natale certificati di comparizione in tribunale e bollettini medici di prognosi riservata. Provo a elencare: a Bali, ancora una volta, Wall Street e Bush hanno deciso che la Terra può andare in malora purché l’industria americana non debba ridimensionare i suoi profitti; in non poche nazioni, compresa la nostra, i sistemi politici sembrano da rottamare per eccesso di astuzie (o credute tali); la società italiana – ci avverte autorevolmente il Censis - è ormai mucillaginosa, cioè disgregata e confusa; nel nostro paese riprendono slancio gli amanti del nucleare, eccetera eccetera. Fatti incontrovertibili, descrizioni dell’oggi, impietose ma non esagerate; e tuttavia c’è di peggio, a me sembra, e il peggio riguarda il futuro: da cattedre molto autorevoli veniamo avvertiti che la speranza è una patologia mentale se non porta un bollino di garanzia da esse rilasciato. Nella sua recente enciclica il Papa esclude che le speranze umane abbiano un vero valore se non si fondano in Cristo, e – forse senza saperlo - Salman Rushdie, scrittore fra i più importanti della nostra epoca, gli risponde che le speranze proposte da quelli che egli sprezzantemente definisce “i preti” sono inganni micidiali e pesti fondamentaliste.
Il messaggio che si ricava da questi interventi è dunque che la speranza sine glossa - quella dei bambini, degli analfabeti, dei poveri, dei poeti, degli atei (tali per estenuazione, per scandalo o, più semplicemente perchè nessuno gli ha mai parlato di Dio), - è stupidità, miopia culturale o rimbambimento. Che ve ne pare?
2
Quanto a me, io penso che le persone importanti vadano ascoltate con reverente attenzione, soprattutto quando ci mettono in guardia dalle sciocche illusioni di chi si affida a un Babbo Natale della storia o al dio tappabuchi di cui parlava Bonhoeffer; e però, quando i Grandi ci esortano a gettare le nostre speranze nei cassonetti dell’immondizia ideologica mi pare psicologicamente ed eticamente sano stabilire fra loro e me un certo distacco. Benché la mia lunga vita sia stata ferita, più e più volte, anche crudelmente, dal crollo di apparenti certezze, non ho nessuna intenzione di rinunziare alle mie speranze, a costo di soffrire, poi, per la loro mancata realizzazione. Stare accanto a chi vuole un mondo migliore e lo ritiene possibile significa dare alla propria vita una qualità che il realismo dei profeti di sventura, come li chiamava papa Giovanni, non consente. E’ come vivere dei grandi amori dei quali non dimenticheremo mai le dolcezze e il calore; qualunque sia il destino di queste esperienze, il rimpianto per ciò che poteva essere e non fu non sbiadisce la certezza di avere avuto attimi di gioia, di essere cresciuti “dentro”; e gli errori compiuti non cancellano la grandezza di sogni e sentimenti che ci stanarono dalla solitudine del nostro egoismo.
3
Penso alla speranza come al respiro della storia, quella individuale e quella universale. “L’ottimismo della volontà, contrapposto al pessimismo della ragione”, la definiva Gramsci, dal buio del carcere in cui il fascismo lo faceva morire poco a poco. La speranza non nasce soltanto dalla ragione ma anche da una misteriosa propensione che forse è inscritta nella natura umana. Il grande La Pira, sul quale si abbattè tante volte il sarcasmo dei politici senza ideali, ne parlava, da mistico, come di una navigazione su mari perigliosi, in cui, nonostante le tempeste, il timoniere sente che la sua rotta è accompagnata da un forza positiva. Talvolta quella forza appare come una deriva, ma sempre sospinge verso orizzonti di luce.
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Se il respiro della storia è avvelenato dagli inquinamenti della violenza (quella brutale delle guerre e del terrorismo in tutte le sue versioni e quella più sottile ma non meno orribile della cosiddetta “difesa della democrazia e della libertà”: Guantanamo e dintorni, per intenderci), molte speranze hanno vita breve; ma è sorprendente vedere come subito altre fioriscano. L’ho già raccontato più volte ma non mi stanco di ripeterlo perchè mi pare emblematico: la notizia che i sandinisti avevano perso le elezioni e che quindi il Nicaragua sarebbe precipitato nuovamente nella miseria, mi giunse a Soweto mentre stavo per incontrare Mandela, appena liberato dopo tanti anni di carcere: una speranza veniva schiacciata da Reagan e un’altra dispiegava le ali. Mi pare che questo avvenga in tutti i tempi: in questi giorni, per esempio, mentre, se non spenta, almeno “contenuta” sembra la rivoluzione zapatista, i popoli indigeni della Bolivia e dell’Ecuador lottano per riscattare la loro storia di oppressione; e la vicenda della moratoria per la pena di morte mostra come speranze apparentemente assurde possano d’un tratto sbocciare in conquiste politiche di grande rilievo.
L’anno prossimo compirò ottant’anni; se osservo la carta geopolitica della Terra così com’era disegnata quando sono nato (l’Africa e l’Asia schiacciate dalla ferocia del colonialismo, l’America centromeridionale ridotta a un grappolo di repubbliche delle banane, in Italia il fascismo, in Unione Sovietica la sedicente dittatura del proletariato, la Germania spinta dalla miseria verso il nazismo, il Portogallo nelle mani di Salazar, nell’Europa orientale un coacervo di regni da operetta, milioni di italiani, irlandesi, greci, polacchi costretti a un’emigrazione che, nella sua disperata inermità, prefigurava quella odierna dei popoli del Sud, la tragedia negra negli Stati Uniti, la condizione femminile ovunque segnata da una feroce minorità eccetera) posso tracciare facilmente un censimento di speranze che allora apparivano al limite della follìa ma che hanno mutato il mondo. Ottusa è la cultura della realpolitik, aveva ragione Paolo VI, invece, quando diceva che vi sono periodi della storia in cui l’utopia è l’unico realismo possibile.
4
Se la speranza risulta così odiosa a chi pretende di dirigere la storia è proprio perchè essa contiene una dose di irrazionalità, non si lascia smentire dall’evidenza, non cessa di respirare nelle carceri e nei lager, almeno sin quando un uomo riesce a rimanere tale. La speranza non soggiorna nelle corti dei Potenti né si esibisce sui palcoscenici dei Filosofi. Veste il grembiule di una bambina (Mounier parlava della piccola speranza che ci dà il buongiorno ogni mattina) piuttosto che i paramenti di un gran sacerdote o le decorazioni di un generalissimo. Possiamo trovarla e dialogare con lei nelle favelas, nelle carceri e negli ospedali piuttosto che nei saloni dei congressi o nelle grandi assemblee dei partiti al potere o nei solenni pontificali delle basiliche. Non nei grandi luoghi dove la Storia con la S maiuscola è l’invitata d’onore ma dove la “piccola” gente - magari al di là delle transenne poste dalla polizia a tutela dei Grandi - lavora, soffre, e ama. E’ qui, in questi luoghi ignorati dai telegiornali ma notissimi a Dio che, a me pare, il Papa avrebbe potuto trovare materiale prezioso per la sua recente enciclica sulla speranza. Come dice il pastore Paolo Ricca, “Se vuoi udire la parola di Dio, porta attenzione alla parola degli uomini… Non in voci celesti, in rivelazioni straordinarie, in esperienze eccezionali parla il Signore, ma preferibilmente nel mondo del quotidiano, nella normalità di esistenze comuni”.
5
Quando ho letto che Benedetto XVI avrebbe pubblicato un suo documento sulla speranza, ne sono stato felice, il tema della speranza sembrandomi centrale nella vita della Chiesa. “Siate pronti a rendere ragione della speranza che è in noi” ci esorta san Pietro. E pensavo che papa Ratzinger si sarebbe rivolto all’umanità intera, essendo la mancanza di speranza un profondo malessere che connota il nostro tempo. Pensavo anche (presuntuoso come sono!) che egli, dall’alto della sua cattedra, avrebbe mostrato come un germe del Regno di Dio sia presente in tutti i luoghi in cui gruppi di persone lavorano, rischiano e soffrono per un mondo migliore. Del resto, molte speranze “soltanto umane” sono tali perché la Chiesa, in alcune epoche e vicende, le ha avversate come estranee alla fede. “Poiché nelle chiese veniva proclamato un dio senza speranza, i poveri andarono a trovare speranze senza Dio” ha scritto il teologo Moltmann. Il grande peccato della Chiesa pre-conciliare è stato quello di dimenticare il criterio fondamentale del Giudizio di Dio, quello della liberazione dei poveri: Matteo XXV, 31-46. Ma il Papa, che al Giudizio ha dedicato un lungo paragrafo della sua enciclica, quel vangelo non lo ha citato.
6
Quando Giovanni XXIII ha voluto parlare al mondo di un problema mondiale – la pace -, ha indirizzato la sua enciclica non soltanto ai cattolici e neppure soltanto ai cristiani ma a loro e a” tutti gli uomini di buona volontà”. Un documento acquista validità specifica in base al soggetto cui è rivolto. Il mondo intese l’appello di papa Roncalli, lo pubblicarono nelle loro prime pagine persino i giornali sovietici. L’enciclica di Benedetto XVI è indirizzata “ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, alle persone consacrate e a tutti i fedeli laici “. Un documento interno alla Chiesa? Un discorso a porte chiuse?
No: le porte sono silenziosamente aperte anche ai filosofi e agli storici, le due categorie di persone alle quali papa Ratzinger guarda come al sale della Terra. Accanto ai grandi santi compaiono Platone e Bacone, Kant, Engels, Marx, Lenin, Adorno, Horkheimer... Compaiono le loro teorie, che vengono riassunte e confutate con serena e acuta sensibilità. Il disegno ideologico - e dunque l’asfissia - di certe speranze, catturate e distorte da intellettuali senza umiltà viene pacatamente denunziato. Ciò che manca nel documento papale è l’attenzione al dramma e alla santità di milioni di persone che affrontarono immensi pericoli e sofferenze – o addirittura andarono a morire - perché i più poveri avessero dignità e i figli non fossero segnati da antiche oppressioni. Il secolo XX non è stato soltanto la terra del nazismo, dello stalinismo, del capitalismo selvaggio ma anche della meno vistosa ma non meno gigantesca epopea dei resistenti alla violenza dell’uomo sull’uomo e dei conquistatori di nuove libertà.
Non erano cristiani? Le lotte dei poveri del secolo scorso cominciano con i campesinos messicani che marciano sulle città inalberando stendardi con la Madonna di Guadalupe, e con i servi della gleba russi che scendono in piazza dietro i pope che levano la croce contro i cosacchi della repressione. Anche se gli ecclesiastici non lo compresero, un cristianesimo naturaliter tale, sotterraneo, inconsapevole segnò moltissimi, forse tutti, dei resistenti: “Vado a preparare domani che cantano” scrive un maquìs comunista”. Nelle camere di tortura e fra le rovine dei villaggi devastati per rappresaglia, le speranze continuano a vivere anche quando le loro parole sono come annegate dalle lacrime. Cristiane o no? “Domanderanno: quando mai Signore ti vedemmo?”. E Lui sorriderà abbracciando questi suoi figli prediletti,
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Credo che noi cattolici dobbiamo pregare per questo nostro papa e Natale è un buon giorno per farlo. Egli sembra racchiuso, come certi antichi orologi, in una campana di vetro che impedisce che vi entri la polvere (la polvere della storia, nel suo caso: le grida di dolore e quelle di gioia di tanta parte dell’umanità). Desideriamo che l’Angelo dei pastori (non si definisce pastore anche il papa?) lo stani dal suo vegliare fra i libri e lo spinga là dove risuona incessantemente il grido che ogni cristiano dovrebbe fare suo: “ O voi che giacete nella polvere, alzatevi e cantate”.

Cari saluti

Ettore Masina

per contatti: ettore@ettoremasina.it

domenica 23 dicembre 2007

QUALCUNO INTERVENGA PER FERMARE LA FOLLIA RAZZISTA

sarebbe bene che qualche autorità intervenisse per fermare la follia razzista della lega e dei suoi omologhi.
definire gli immigrati musulmani un cancro è un crimine contro l'umanità (e l'intelligenza).
ma quello che più mi spaventa non sono le cazzate alla gentilini ma il silenzio, colpevole e complice, delle sinistre, delle chiese, della cosidetta società civile.
dove sono tutti costoro?

L'URGENZA DELLE URGENZE

Anche questo scritto è tratto da

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 312 del 23 dicembre 2007
Notizie minime della nonviolenza in cammino
proposte dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini.
Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100Viterbo, tel. 0761353532,
e-mail: nbawac@tin.it

ANCORA SULL'URGENZA DELLE URGENZE

Mentre affonda nella guerra, nel razzismo e nell'ecocidio quella che fu la sinistra italiana, e con essa la democrazia nel nostro paese, occorre subito costruire la zattera della nonviolenza. Poiché non vi sarà più una sinistra e una democrazia in Italia se non vi sarà la proposta politica della nonviolenza. Per questo occorrono due cose.

*La prima: la costruzione di liste elettorali che abbiano come criterio decisivo dell'azione politica la scelta della nonviolenza, per portare in tutte le istituzioni la proposta della nonviolenza.

*La seconda: la realizzazione del giornale della nonviolenza in Italia, che ogni giorno porti nelle edicole oltre che nella rete telematica le esperienze e le riflessioni della nonviolenza in cammino e sostenga la costruzione della politica della nonviolenza.

A queste due imprese ci sembra occorra chiamare tutte le persone di retto sentire e di volontà buona che dalla vicenda del Novecento hanno tratto la lezione della necessità e dell'urgenza di una rottura radicale ed epocale: la rottura della subalternità alla violenza, e quindi la scelta del definitivo ripudio della violenza come mezzo di lotta politica, come strumento di regolazione sociale, come ideologia e come habitus, come principio di organizzazione.

*Una politica della nonviolenza che erediti e inveri le grandi tradizioni culturali dei movimenti di liberazione delle oppresse e degli oppressi: una politica della nonviolenza socialista e libertaria, solidale e responsabile, della cura e della fraternità-sororità, della relazione e del riconoscimento di dignità. Una politica della nonviolenza nitida e intransigente: nell'opposizione alle guerre, agli eserciti, alle armi, nell'opposizione alle strutture socioeconomiche e culturali fondate sull'oppressione dispiegata o cristallizzata.

Non c'é più tempo da perdere. Occorre chiedere ai movimenti nonviolenti storici - la corrente calda del movimento operaio, i femminismi, l'ecologia che fu già detta nuova -, alle esperienze che alla nonviolenza si sono progressivamente sempre più accostate - come i movimenti di liberazione dei popoli oppressi e delle oppresse persone, anticolonialisti ed antirazzisti; come le rimeditazioni più rigorose e gli inveramenti più aggettanti dell'originario messaggio di grandi tradizioni religiose -, alle esperienze nonviolente che sono nate negli ultimi decenni - dalla medicina, la magistratura, la psichiatria democratica, al commercio equo e solidale, alla finanza etica -, ai movimenti di base che a partire da concrete questioni locali e immediate hanno avuto la capacità di svolgere un ragionamento complesso e complessivo, a tutti costoro occorre chiedere di assumere questo impegno, prima che sia troppo tardi.

*Non é intenzione e non puo' essere compito di questo nostro minimonotiziario essere punto di riferimento per quante e quanti vorranno accogliere questo duplice appello; quel che possiamo e vogliamo fare é invitare alla riflessione e all'azione, alla scelta della nonviolenza come proposta politica forte, all'uscita dalla subalternità, alla cessazione delle ambiguità, alla separazione dai poteri e dalle ideologie dellaviolenza.
Che vi siano molti centri, e la trama verrà.

*Non c'é più tempo da perdere: la situazione é giunta a tal punto.

Peppe Sini

sabato 22 dicembre 2007

INIZIATIVA NONVIOLENTA A TORINO

Articolo tratto da: NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 311 del 22 dicembre 2007
Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricercaper la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100Viterbo,
tel. 0761353532, e-mail: nbawac@tin.it

La pace non e' una tregua delle armi, ne' l'immobilita' senza conflitti, mala capacita', nelle persone e nei sistemi, di trasformare i conflitti da distruttivi in costruttivi. Questa e' la nonviolenza positiva e attiva, gandhiana: tutt'altro da quell'atteggiamento che il linguaggio bellico chiama in-erme e im-belle. E' invece una forma di lotta, non per sopraffare l'altro, ma per la verita' comune, percio' e' dialogo, ed e' resistenza al violento non con le armi ma con le forze umane. Non ha la garanzia della vittoria, ma neppure le armi ce l'hanno. Pero' ha la garanzia della maggiore dignita', e la certezza di ridurre sofferenze e distruzioni.

"La pace e'nonviolenza": cosi' il Centro Studi Sereno Regis (via Garibaldi 13, 10122Torino, tel. 011532824; e-mail: info@cssr-pas.org, sito: www.cssr-pas.org) ha intitolato un convegno nell'occasione dei venticinque anni di attivita'.
Giuliano Martignetti ha esaminato "una storia di offese e di attese": le offese delle grandi violenze del Novecento e delle nuove guerre post-guerra fredda, e le attese che vengono dal movimento eco-pacifista e nonviolento internazionale, che nasce dal basso, ma non ha il sostegno di una classes ociale: la classe operaia e' corresponsabile, col capitalismo, del consumismo antiecologico e non si dissocia dall'industria bellica. L'obiezione di coscienza personale - oggetto del dialogo tra RodolfoVenditti e Pietro Polito - che rifiutava la leva militare obbligatoria e'stata oscurata dall'esercito volontario mercenario, ma resta nelle varie forme di obiezione del cittadino alle politiche di costosi armamenti non difensivi e di spedizioni militari, da cui nemmeno il centrosinistra sa uscire.
Il convegno si e' avvalso della presenza di Johan Galtung, da mezzo secolo promotore degli studi di peace research in Europa, e mediatore in numerosi grandi conflitti. Egli ha analizzato la figura di Gandhi (il 30 gennaio sara' il LX anniversario dell'uccisione) non solo come resistente eroico con la forza del sacrificio, ma soprattutto come genio della trasformazione dei conflitti, quelli interni all'India non meno di quello con l'impero inglese. Chi non ammette di avere seri problemi interni - cosi' oggi gli Usa (ma anche il movimento pacifista deve esaminarsi) - e' affetto da egotismo, e scarica fuori la forza che ha, aggravando la violenza dei conflitti. Per ridurla - suggerisce Galtung - cio' che conta e' l'immaginazione creativa, che sfugge all'imitazione ripetitiva della facile e pigra violenza, inventando soluzioni che attraversano gli schemi. Per esempio, per Palestina e Israele egli sostiene con argomenti che e' possibile una soluzione nella formula Unione Europea, una federazione dei sei stati del Medio Oriente, a confini aperti e mercato comune. Il direttore dell'Ufficio nazionale del Servizio Civile, Diego Cipriani, ha riferito su questa forma crescente di difesa sociale, alternativa al militare, che puo' sviluppare un'arte pacifica di gestire i conflitti, anche internazionali. L'auto-educazione alla gestione nonviolenta dei conflitti, privati opubblici, nella consapevolezza che i comportamenti delle due parti sono sempre interdipendenti, e dunque ciascuno puo' davvero incidere positivamente sul processo conflittuale, e' stata trattata da Angela Dogliotti. Capire l'altro e' l'unica via per smontarne la violenza: Etty Hillesum avrebbe detto all'SS che la colpiva: "Ragazzo, che cosa ti e'successo di cosi' terribile per comportarti cosi'?". Nanni Salio e Alberto L'Abate, tra i maggiori promotori della ricerca e della sperimentazione del metodo nonviolento nel vivo dei conflitti (anche Iraq e Kosovo), hanno indicato modelli alternativi di sviluppo e prospettato i Corpi Civili di Pace per la prevenzione, mediazione e riconciliazione dei conflitti, che gli interventi armati toccano in ritardo e peggiorandoli.
Enrico Peyretti

Chi è Enrico Peyretti
Enrico Peyretti (1935) e' uno dei maestri della cultura e dell'impegno dipace e di nonviolenza; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha fondato con altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il foglio", che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel Centro Studi "Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (ItalianPeace Research Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro Interatenei Studi per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo comitato della rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione col Centro Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento Nonviolento e del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora a varie prestigiose riviste.
Tra le opere di Enrico Peyretti: (a cura di), Al di la' del "non uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni,Servitium, Sotto il Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; Esperimenti con la verita'. Saggezza e politica di Gandhi, Pazzini, Villa Verucchio (Rimini) 2005; e'disponibile nella rete telematica la sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza guerra. Bibliografia storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di cui una recente edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie Muller, Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico Peyretti ha curato la traduzione italiana), e che e stata piu'volte riproposta anche su questo foglio; vari suoi interventi (articoli, indici, bibliografie) sono anche nei siti: www.cssr-pas.org,www.ilfoglio.info e alla pagina web http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti. Un'ampia bibliografia degli scritti di Enrico Peyretti e' in "Voci e volti della nonviolenza" n.68

L'articolo riportato, dal titolo "A Torino un centro studi. La pace è nonviolenza nel conflitto" è stato scritto per il quindicinale piemontese "Nuovasocieta'" sul convegno tenuto in occasione del XXV anniversario del Centro Studi "Sereno Regis" di Torino.

venerdì 21 dicembre 2007

Meno male che c'è la Rosy...

Non appena pubblicato l'ultimo post, hoi ricevuto la seguente mail che pubblico a giro di posta...

"La circolare che esclude i figli degli immigrati privi di permesso di soggiorno è un pessimo esempio di politica locale"

La Bindi attacca la Moratti
http://www.repubblica.it/2006/10/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-stranieri/replica-bindi/replica-bindi.html

ROMA - "La circolare del Comune di Milano è un pessimo esempio di politica locale. Mi stupisce che il sindaco Moratti assecondi scelte così gravi, che colpiscono la famiglia e nelle famiglie i diritti dei più deboli e dei bambini". Il ministro delle Politiche sociali Rosy Bindi critica la decisione del Comune di Milano di lasciare fuori dalle170 scuole materne comunali i figli degli immigrati clandestini e irregolari. "Non sono tollerabili discriminazioni di alcun genere nell'accesso a servizi essenziali, come le scuole dell'infanzia. Tutti i bambini, compresi i figli degli immigrati privi di permesso disoggiorno, hanno diritto a frequentare l'asilo nido non è quindi accettabile introdurre clausole di esclusione di questo tipo", aggiunge il ministro, commentando anche le dichiarazioni dell'assessore alle Politiche sociali di Milano, Mariolina Moioli, che ha dichiarato stamattina "Le nostre scuole comunali non hanno mai accettato i bambini senza permesso di soggiorno". Il caso è scoppiato alla vigilia dell'apertura delle iscrizioni per l'anno prossimo alle scuole dell'infanzia milanesi, che accolgono 21.517 bambini, di cui oltre 4.700 figli di immigrati. "L'educazione è la via maestra per favorire l'integrazione delle famiglie straniere, per imparare a vivere insieme e a non avere paura gli uni degli altri -aggiunge la Bindi - Il governo ha predisposto un piano straordinario per gli asili nido che nel triennio prevede un investimento di circa 800 milioni di euro e l'intesa che abbiamo siglato con le Regioni non prevede alcun tipo di discriminazione".Il caso milanese ha suscitato una valanga di reazioni in tutta Italia."Proviamo a fermarci un attimo, perché qui sia viaggia sull'onda di fattori emotivi. Quando si diffondono sentimenti xenofobi non ci si ferma e prima si cominciano a colpire gli adulti, poi si ledono idiritti fondamentali dei bambini", ha detto il sottosegretario alle politiche della Famiglia, Maria Chiara Acciarini. Il capogruppo del Prc al Senato, Giovanni Russo Spena, ammonisce: "La sindaca Moratti si vergogni. L'istruzione e la socializzazione, la scolarizzazione sono diritti universali. Che la seconda città italiana neghi l'ingresso agli asili nido ai figli di extracomunitari senza permesso di soggiorno èun'ignominia. Già Milano aveva norme assurde per quelle iscrizioni,perché accettava con riserva quelle domande da parte di lavoratori in attesa del rinnovo del permesso per poi cacciarli fuori se questo non arrivava. Adesso la discriminazione è completa: neanche chi è in regola ma in attesa della burocrazia italiana può iscrivere il proprio bambino/a negli asili milanesi". Addirittura di "barbarie" parla il segretario confederale della Cgil, Morena Piccinini: "'Quando il livore xenofobo di alcune realtà del nord del paese arriva a vietare il diritto alla scuola per i bambini migranti, le coscienze di tutta la società civile devono sentirsi scosse. Quando le pubbliche istituzioni, arrivano a scaricare sui più piccoli le tensioni della politica, negando loro il diritto alla accoglienza e all'integrazione, non si deve tacere perché l'accoglienza, l'inserimento e l'integrazione, che sono presupposti per l'apprendimento, la formazione e la cultura, sono diritti primari".

(/21 dicembre 2007/)

La scuola come territorio di incontro tra le culture, per la condivisione dei diritti e la valorizzazione delle differenze. Spazio web interattivo per pubblicare materiali e commenti, archiviare file, segnalare siti web, su:http://www.didaweb.net/liste/home.php?lista=002

dw-intercultura e' una lista DIDAweb:
http://www.didaweb.net/
modera luisa rizzo lu-sa@mail.clio.it

VERGOGNOSA DELIBERA DEL COMUNE DI MILANO

Cari amici,
non so quanti abbiano letto La Repubblica di oggi. Ma riporta un fatto a mio parere gravissimo e che non ha ricevuto le significative risposte, almeno per ora, che meritava.
Sulla scia dei provvedimenti (più o meno legali) presi dai sindaci leghisti del nord est, il Comune di Milano ha emesso una circolarfe che impedisce l'iscrizione dei minori figli di persone sprovviste di permesso di soggiorno (Circolare n. 20 del 17 dicembre 2007, Iscrizione alle scuole dell'infanzia anno educativo 2008/2009).
Ebbene, questa circolare non solo contravviene la nomativa vigente (e un'altra circolare emessa dalla stessa Moratti quand'era Ministro dell'Istruzione) ma contravviene alla Dichiarazione dei Diritti del Bambino sottoscritta anche dal nostro paese, laddove questa recita che i minori hanno il diritto all'istruzione, alla sanità ecc. ecc. a prescindere dallo status giuridico dei genitori...

Mobilitiamoci affinchè il Comune di Milano ritiri questa Circolare nefasta!

Giuliano Falco


mercoledì 19 dicembre 2007

Newsletter Osservatorio Iraq



Newsletter Osservatorio Iraq
25/2007: dal 7 al 19 dicembre 2007



Caro lettore,
oggi la pagina è bianca. Nessuna notizia dal Medio Oriente che non fa notizia. Stavolta, anche per noi, la notizia non è il Medio Oriente ma riguarda i costi che sosteniamo per produrre e diffondere informazione.


Il costo dell’abbonamento ai giornali di cui ti forniamo alcune traduzioni, il costo delle traduzioni stesse, il costo di raggiungere in Medio Oriente le nostre fonti per attingere quelle notizie che non trovi su nessun altro organo di informazione. Costi gravosi che rendono sempre più difficile la sostenibilità del progetto Osservatorio Iraq.


Insomma, se il nostro lavoro ti è utile, fai uno sforzo e mandaci il contributo che ritieni opportuno.


Sappiamo che a chiedere danaro sono in tanti. Noi lo facciamo con discrezione ma ti chiediamo quest’anno di mettere sotto l’albero un piccolo regalo che possa aiutarci a continuare a diffondere più notizie dal Medio Oriente che non fa notizia.


Come fare?


Conto Corrente Postale:59927004
Bonifico Bancario:100790 ABI 05018 CAB 12100 CIN: P -
Banca Popolare Etica
Carta di credito

In tutti i casi con la causale: sottoscrizione per osservatorioiraq
Ricordati che quanto vorrai versarci è un erogazione liberale che potrai
detrarre dalla prossima dichiarazione dei redditi.


Auguri di pace


Contatti: www.osservatorioiraq.it - redazione@osservatorioiraq.it - telefono 0644702906


info mailing list info@unponteper.ithttp://lists.unponteper.it/listinfo.cgi/info-unponteper.it

martedì 18 dicembre 2007

TRE COMMENTI ANONIMI E UNA RISPOSTA FIRMATA

Anonimo ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "RENDERE LA VERGOGNA...3":

Perchè finalmente il nostro paese sarà in grado di proiettare potenza aeronavale e unità terrestri senza dipendere dagli USA.Onore al miglior Ministro della Difesa che l'Italia abbia mai avuto, il Ministro Parisi, e a un eccellente, competente ed intelligente sottosegretario come Forcieri e viva il loro Parito, viva il PD

Postato da Anonimo in NESSUNO ESCLUSO alle 17 dicembre 2007 22.46

Anonimo ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Disertiamo la guerra:: un buon esempio":

Codardo imboscato Postato da Anonimo in NESSUNO ESCLUSO alle 17 dicembre 2007 22.48


Anonimo ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "SPENDIAMO PER LA PACE, NON PER LA GUERRA!":

Concordo onore al Ministro Parisi e vergogna ai pacifinti! VIVA IL PD A MORTE L'UNIONE Postato da Anonimo in NESSUNO ESCLUSO alle 17 dicembre 2007 22.50



COMMENTO:avendo letto per primo l’ultimo messaggio riportato, ho pensato a uno scherzo di qualche amico.
Leggendo gli altri commenti, mi sono convinto che l’anonimo lettore non volesse affatto scherzare.
Dopo aver scartato mille discorsi da fare all’anonimo lettore, gli pongo solo un cortese quesito (di cui attendo un’altrettanto cortese risposta):

Caro amico,
non ti sembra che dare del “codardo imboscato” a un disertore e non firmarsi, non sia il massimo del coraggio? E anzi, sei proprio sicuro che l’accusa di codardia che tu muovi al disertore non ricada su di te?
Noi almeno ci firmiamo con nome e cognome…

Giuliano Falco


PS: non hai neanche il senso dello humour...quello che ho scritto sul Parisi era sarcastico...

come recitava un poeta tedesco contemporaneo:

scrivo
scrivo
scrivo.
ma quello contro cui scrivo
non sa leggere

(cito a memoria)