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giovedì 5 aprile 2012

ROMA LADRONA? INTANTO BOSSI SI E' DIMESSO...


Umberto Bossi si è dimesso, travolto dalla scandalo dei conti"Dal Senatur soldi in nero al partito". Renzo "portò via documenti su ristrutturazione". Soldi ai figli, Calderoli e Rosi Mauro

Roma, 5 apr. (TMNews) - Umberto Bossi si è dimesso da segretario della Lega Nord. La notizia è arrivata mentre emergeva l'ipotesi che il Senatur avesse "dato dei soldi in nero al partito", e che il figlio Renzo "portò via alcuni documenti da via Bellerio, probabilmente relativi ai lavori di ristrutturazione di un'abitazione" e che alcune somme del partito siano state elargite "alla famiglia di Bossi e ad altri soggetti, come Roberto Calderoli e il Sindacato Padano". In alcune telefonate intercettate tra l'ex tesoriere del Carroccio, Francesco Belsito, indagato per truffa ai danni dello Stato, riciclaggio e appropriazione indebita, e Nadia Dagrada, segretaria amministrativa di via Bellerio, i due hanno espresso preoccupazione per la volontà dell'esponente leghista, Roberto Castelli, di controllare le spese, e la necessità di trovare nuove soluzioni per continuare con quelle modalità. Denaro contante non tracciabile, infatti, sarebbe poi stato elargito senza lasciare traccia, "a favore di: Bossi Umberto, Manuela Marrone (moglie), Bossi Riccardo, Bossi Renzo, Bossi Roberto, Mauro Rosy, Calderoli Roberto, Stiffoni, alla scuola Bosina, con sede a Varese riconducibile a Manuela Marrone e al SinPa (Sindacato Padano) riconducibile a Mauro Rosy, e ad altri soggetti e strutture citate nelle telefonate ed in corso di identificazione". Per gli investigatori "l'irregolarità della gestione dei fondi della Lega, si rileva anche sotto il profilo dell'appropriazione indebita in relazione ai fondi derivanti dal finanziamento pubblico". "Però tu al capo (Bossi) - diceva Degrada a Belsito in una telefonata - precisi la cosa del discorso soldi. Castelli vuole andare a vedere la 'cassa' e quelli che sono i problemi, perché comunque tu non è che puoi nascondere quelli che sono i 'costi della famiglia', cioé da qualche parte vengono fuori". "Anche perché - continuava la segretaria - o lui, (Umberto Bossi, scrivono gli investigatori) ti passa come c'era una volta tutto in nero, o altrimenti come cazzo fai tu". In un'altra telefonata tra Belsito e Dagrada si evince poi che i revisori dei bilanci della Lega, tre esterni e tre interni, si limitano a firmare i bilanci che vengono redatti da Dagrada. "Adesso io gli preparavo tutta la relazione - spiegava Dagrada - gliela inviavo e loro non facevano altro che firmarmela... non guardavano un cazzo". E anche qui torna la preoccupazione per l'insistenza a vederci chiaro di Castelli. "(...) Se questo insiste e se poi va a prendere questi qua, questi qua vogliono iniziare a vedere le cose e tutte, che cosa fai?". L'attenzione degli inquirenti è concentrata su una cartella, chiamata "The Family", rinvenuta nella cassaforte di Belsito, insieme a documenti e fatture, "materiale utile", insieme a una parte della documentazione contabile sequestrata, per verificare il sospetto che alcune somme distratte da Belsito siano state destinate a pagare spese dei familiari del leader del Carroccio. L'inchiesta napoletana è coordinata dal procuratore aggiunto Francesco Greco e affidata ai Pm Henry John Woodcock, Francesco Curcio e Vincenzo Piscitelli.

http://notizie.virgilio.it/notizie/politica/2012/04_aprile/05/umberto_bossi_si_e_dimesso_travolto_dalla_scandalo_dei_conti,34341943.html?pmk=rss

mercoledì 4 aprile 2012

Promuovere la ribellione!

Ricevo da Gianni Marchetto questo scritto (in origine inviato a Francesco Astengo dopo l'invio del suo articolo pubblicato in precedenza). Quello che scrive Marchetto mi sembra interessante, anche se non appartiene all'orizonte culturale a cui sono approdato...

Promuovere la ribellione!

di Gianni Marchetto – Settembre 2011

Contro il perbenismo e il moderatismo, malattie senili del comunismo




• Ivar Oddone negli anni ’70 mi diede da leggere un libro: “Piani e struttura del comportamento”, un saggio di marca americana dei primi anni ’60, edito dalla Boringhieri, scritto a tre mani da Miller, Gallanter e Phribam (un antropologo, uno psicologo e un linguista) che così argomentava: “nei comportamenti degli uomini ci sono alcune costanti che durano da millenni. Ovviamente cambiando i contesti, cambiano le forme nelle quali tali comportamenti si manifestano. Davanti ad un modello consolidato (la famiglia, la tribù, lo schiavismo, il capitalismo, il socialismo, il liberismo, il fordismo, il taylorismo, più o meno applicato o modificato: essenzialmente caratterizzato dal rapporto tra chi pensa e chi esegue) cosa ci si aspetta dal comportamento di un individuo? che si integri nel modello esistente accettandolo come dato di “natura” o che all’opposto si ribelli a tale modello e (si badi bene) nel caso della ribellione è bene che ciò si manifesti in maniera esplicita per poter procedere nella successiva selezione o per mettere in pratica quelle politiche (del personale in fabbrica o del potere costituito fuori) atte a rendere innocua la ribellione stessa, attraverso la blandizie (la corruzione) o attraverso la repressione”.






• Diventa chiaro che “integrazione-ribellione” sono le due facce di una unica medaglia: lasciano il tutto così com’è. Alcuni esempi abbastanza recenti: il 1° la rivolta degli afroamericani nella Los Angeles degli anni ’90. Quale Piano c’era: svaligiare i supermercati alla caccia di televisori, lavatrici, radio, ecc.! 2° la rivolta dei franco algerini alcuni anni fa nelle banlieue di Parigi e di altre città della Francia. Qual’era il Piano: bruciare a casaccio le macchine in sosta! Quale cambiamento hanno portato negli Usa e in Francia: nessuno. Negli USA vinse Busch e in Francia ha vinto Sarkozi! 3° Nel nostro paese sono brucianti gli ultimi episodi di ribellione: quello di Rosarno ad opera di migranti in gran parte di colore che esasperati per le loro condizioni di vita e di lavoro (schiavi in mano alla camorra e ‘drangheta) e venuti a conoscenza di angherie fatte ad alcuni di loro, hanno fatto… 4° le coltellate a Milano tra marocchini e sudamericani in un quartiere ghetto in Via Padova … quando invece di prendersela tra di loro ci sarebbero buone ragioni di prendersela con parecchi italiani che a Milano governavano da decenni (leghisti e berluscones)..


• E di questi giorni la rivolta dei giovani inglesi che hanno svaligiato i supermercati.. o delle recentissime auto bruciate durante la notte a Berlino. Altra cosa sono le rivolte arabe, ma per brevità adesso non è il momento..






• Ed è chiaro che sia nella integrazione che nella ribellione ci siano una serie di sfumature molto numerose. Nella integrazione si va dalla più inconsapevole (totale accettazione del modello esistente) alla più consapevole. Perché questa non si trasforma in ribellione? o quanto meno in non accettazione: penso io per pigrizia, per ignavia. Vale qui il “libero arbitrio”: non mi interessa, non mi va di impegnarmi, sono occupato in tutt’altre cose, ecc. Nella ribellione si va da quella passiva (nei luoghi di lavoro) l’assenteismo breve e frequente (io in gioventù ero uno di questi), o un alto turnover da azienda ad azienda, ecc. In tutti e 4 i casi succitati mancava un “contesto” particolare.






Un confronto, una differenza tra due generazioni


• La mia generazione, almeno una fetta, era particolarmente “cattiva”. Portava con sé i ricordi, magari dei padri, delle lotte contadine: bruciare o dare l’assalto al municipio, ecc. e individuava nel regime da caserma della fabbriche della fine degli anni’ 60, primi anni ’70, i vecchi latifondisti e con il magro salario non riusciva mai ad agguantare i prodotti che giornalmente vedeva nelle vetrine dell’UPIM o della Standa, e si incazzò di brutto.


• Era, a differenza dell’attuale generazione anche molto meno scolarizzata, chi partecipava alle lotte diventava un settario, disprezzava il crumiro e via andando. Una parte poi, sbagliando clamorosamente, divenne così settaria che perse ogni pazienza non solo con i tecnici e gli impiegati, ma anche con i lavoratori più moderati (si pensi alla Mirafiori dove tra gli operai per tutti gli anni ’70, il secondo partito fu sempre la DC), un po’ arrogante e prepotente. Una parte lottava molto, però studiava poco, e fu parte della causa di perdita delle alleanze all’interno del mondo del lavoro.


• L’attuale generazione ha dalla sua oltre che una più alta scolarità, anche un certo disincanto, è meno ideologizzata, meno settaria e un eccetera lusinghiero, però… non ha un briciolo di cattiveria, ovvero la cattiveria la sfoga nello sport (sono tutti ultras), o nell’ambito scolastico attraverso il “bullismo” e, mi pare, che di fronte ai soprusi che riceve accampa sempre dei: però… ma sai.., ecc.


• Miei cari, è la situazione, è la fase (direbbe Altan con l’ombrello in quel posto) che ci deve far diventare un po’ cattivi. O no? In caso contrario gireremo (girerete) sempre con l’ombrello infilato.






• Qual’era il contesto: la lotta di liberazione del FLN algerino, la lotta contro il colonialismo Belga di Patrice Lumumba in Congo, Cuba con Fidel Castro e il Che Guevara, il Viet-Nam, gli studenti di Berkley – in Italia le “magliette a strisce”, il Concilio Vaticano 2°, Don Milani e la Scuola di Barbiana, il movimento dei Preti Operai, eccetera.


• Il mio contesto personale ha dei nomi e cognomi che corrispondono a compagni della CGIL (comunisti e socialisti): Pinot Piovano (che mi iscrisse alla CGIL nel 1962), Luciano Manzi, Tom Strullato, Carlo Mastri, Giuseppe Bonadies, Cianin Rossi, Ruggero Bertotti, Beppe Vergnano, e più tardi con la conoscenza di altri compagni di origine operaia e intellettuale, quasi tutti ex partigiani ed ex operai licenziati negli anni ’50 dalla FIAT. Ed erano loro che organizzavano la ribellione di una ventina di ragazzi come me: in occasione di scioperi andavamo a tirare le pietre nei vetri di alcune aziende (la Pianelli Traversa e la Castor a Cascine Vica) e a fare a cazzotti con i “barotti” che facevano i crumiri alla FIAT Ferriere di Avigliana. Cos’è che ho imparato (ovvero mi hanno insegnato questi compagni: a tirare i sassi nelle finestre giuste!).


• E fummo fortunati in quanto, quando andavamo a trovare questi compagni a casa loro, vedevamo delle pareti piene di libri! questi compagni mi affrancarono dal livello di sottoproletario che ero e con loro feci un percorso che mi portò (non senza contraddizioni) ad emanciparmi dalla sola ribellione. Ho imparato a confrontare la mia esperienza con la scienza: intesa come l’esperienza di altri (specie di altre generazioni) e con la cultura in generale. In pratica penso di essere uscito dalla contraddizione (integrazione-ribellione) in avanti con un Piano fatto di elementi di contrattazione e di potere (almeno per quanto riguarda la mia esperienza nei luoghi di lavoro). E’ questo un percorso che tutti hanno fatto e tutti fanno? No. Alcuni lo fanno altri rimangono nella fase “infantile”, non crescono mai. Vedi la vicenda (emblematica) della FIAT Mirafiori nel ’68 e ‘69. Una sacrosanta ribellione al regime da caserma che era la grande fabbrica fu per alcuni palestra di emancipazione e per altri “coazione a ripetere”.


• Adesso tutto è cambiato, non c’è la ribellione, manca il contesto positivo in cui possa esprimersi. La coscienza di classe si è così affievolita da far emergere altre identità: quella di etnia (bianca, gialla, di colore), di religione, ecc. Si è pure affievolita (attraverso i miti della televisione) l’identità femminista, di genere, riportando il valore dell’emancipazione a cose vecchie, francamente ributtanti per quanto riguarda le donne.




Un ricordo della mia gioventù


• Era il 1962, avevo 20 anni, era il tempo del rinnovo contrattuale dei meccanici. Abitavo a Rivoli, lavoravo alla Castor di Cascine Vica (una azienda che produceva lavatrici). Giorno di sciopero, naturalmente lo facevo, anche se non mi interessava il perché, bastava ci fosse per starmene a casa. Sono quasi le 2 del pomeriggio, sono con altri miei amici al bar, passa di lì il “Biso” (fratello del “Moro”: i fratelli Fabbri). Era questi un mio coetaneo, lui però di famiglia da sempre comunista (lo conoscevo dal paese Taglio Di Po da dove arrivavamo), a differenza di me lui politicizzato, il quale ci fa: “sà, venite con me” e noi “dove?”, “a fare un po’ di casino” risponde lui. E noi immediatamente tutti con lui sul filobus che ci porta in quel di Cascine Vica, smontiamo, e a piedi andiamo nella zona industriale e ci fermiamo vicino ad una fonderia (da sempre piena di crumiri) e vediamo che lui raccoglie da terra dei sassi (e noi con lui) e facciamo per lanciarli verso delle vetrate che davano sulla strada, al che… sentiamo un grido alle nostre spalle “uelà bruta banda, banda d’piciu, co’ feve lì” (brutta banda, banda di coglioni, cosa fate lì) era Pinot Piovano, ex partigiano, licenziato dal Cotonificio Lemann, ora funzionario della CGIL (mi aveva iscritto l’anno prima alla CGIL), il quale proseguì tutto in torinese “se avete intenzione di tirare i sassi, almeno tirateli nelle vetrate giuste, piciu, non vedete che quelle lì sono quelle degli spogliatoi degli operai, banda d’piciù” e se ne andò cristonando. Da quel giorno ho imparato a scegliere sempre la finestra o la vetrata giusta. Ora, è di questi ultimi tempi, io so che la scelta della vetrata è divenuta complicata, però non serve semplificare il tutto, diventa tropo comodo tirare i sassi alla servitù: Bonanni o Angeletti.


• La domanda da porsi è la seguente: i fenomeni di ribellione (che ci saranno, così come in altre epoche ci sono sempre stati) con chi se la prenderanno? Io dico, con i CONTIGUI 1° quelli che sono in un gradino più basso 2°con NOI! Perché? Perché noi non facciamo altro che disgraziare sulla loro condizione fino al punto di stufare i nostri interlocutori, che una parte non ci ascolta più (e magari ci nega pure il voto), un’altra rispetto al fatto delle disgrazie che noi giornalmente enunciamo, non facciamo alcunché per metterci una pezza: ci diverte un sacco mettere il lievito sulla merda (così come una volta mi disse Pugno)!


• Uno dice: non è che in Italia non ci siano lotte, ribellioni, vedi la FIOM, la CGIL, i “viola”, gli studenti, le donne, ecc.. Vero però, si tratta di gente “beneducata”, (e acculturata) che ha quasi sempre una idea di rivendicazioni precise nei confronti di controparti altrettanto precise, ecc. io parlo delle possibili rivolte di gente “maleducata”, di “bulli” della scuola, delle varie curve degli stadi, di sottoproletariato, ecc. sia chiaro se ci saranno io non mi straccerò le vesti, però mi sentirò un po’ sconfitto per il mio essere stato passivo.. per non avere io promosso quelle rivolte.


Una mappa dei siti sensibili


• Vorrei che il nostro presidente Giorgio Napolitano chiamasse il Berlusca chiedendogli di farsi da parte, non perché lui va a letto con le sue escort (sono cazzi suoi) ma perché giorno dopo giorno lui (e il suo governo) è un costo per la collettività italiana (un po’ alla maniera del DC Oscar Luigi Scalfaro (cristo!)). Ma questo evidentemente sta nei miei desiderata..


• Vorrei tentare di ritirare dalle mani del delinquente Berlusconi e dei delinquenti tecnocrati della UE il mio Bancomat, con il quale hanno accesso a tre miei (e nostri) sportelli: la previdenza, la salute (la sanità), e i cosiddetti beni comuni (acqua, suolo, cibo, ecc.) – è qui che c’è il grano sempre pronto, convinto come sono che a questi non interessa assolutamente niente il “pareggio di bilancio”. Interessa come strumento per poter continuare a saccheggiare i nostri sportelli. Come sarebbe possibile a farsi: io sono per il "default". Una qualsiasi boita quando va in crisi usa la CIG/O. Se perdura la crisi chiede la CIG/S, se continua.. o decide di venderla (posto che ci sia qualcuno che se la vuole comperare) o.. porta i libri in tribunale. Io sono per portare i libri in tribunale dell’azienda Italia, tanto prima o dopo li dovremo portare per colpa dei suddetti delinquenti, però il mazzo, il pallino sarà sempre in mano loro. Anche qui evidentemente sono tra i miei desiderata..


• Le cose concrete che invece dipendono da me (e da altri come me per es. a Venaria dove abito) sono i seguenti: a Venaria ci sono 11 banche (luoghi di malaffare), ci sono 2.200 partite IVA di cui 1.325 ditte individuali, di cui 23 aziende manifatturiere con oltre 50 addetti, 77 aziende con più di 15 addetti. In cassa Integrazione (tra CIG/Ordinaria, in Deroga, in CIG/Straordinaria) ci sono oltre 50 aziende. Nel corso degli ultimi 6 anni ben 38 aziende hanno chiuso per fallimento. Io sono per andare a trovare almeno ogni 15 giorni, queste aziende con dei volantini per parlare male di loro, e se per caso trovo delle aziende che invece fanno profitto senza cavare il collo ai lavoratori ho pronto un volantino per fargli la campagna “progresso”.


• Domanda: perché questo non si fa, non si promuove in tutti i territori, non sarebbe questo un modo proficuo per dare seguito allo sciopero del 6 settembre? Non dovrebbe essere l’alfa e l’omega di qualsiasi mobilitazione odierna?: indicare gli obiettivi alla rivolta che ad oggi esiste sottotraccia in una marea montante di qualunquismo e domani erutterà nella maniera più disordinata possibile. E noi magari lì a contemplarla passivamente... che brutto epilogo sarebbe!


Sulla divisione tra i sindacati


• In merito alla divisione sindacale (rovinosa) io così la penso: non sono d’accordo con le cose che ho sentito la sera alla Festa FIOM di Torino da parte di Landini, Bertinotti e Cofferati. Se fosse come dicono questi compagni saremmo dritti, dritti dentro una logica pavloviana (è quello della teoria dei riflessi condizionati): in pratica il tutto lo si fa risalire da una diversa strategia dei vertici sindacali. Io dico che questa esiste ma non è lì la causa – e no! L’uomo (dicono i credenti) ha ricevuto in dono da Dio il suo “libero arbitrio”, ovvero Gramsci dice che “l’uomo non può non sapere”. Quindi ne viene che le strategie sindacali sono una “risulta” derivante dai comportamenti umani, i quali sono cambiati eccome: sono regrediti alla fase del “mi integro o mi ribello”. E chi li ha fatti regredire è il padronato (anche lui regredito) non so se consapevolmente o no. E all’appello mancano due soggetti che per lunghi anni hanno garantito la mediazione: il PCI che mediava tra gli operai radicali e gli operai più moderati – la DC che aveva persino nel suo DNA la logica della mediazione: tra capitale e lavoro! anche i sindacalisti sono uomini e donne in carne ed ossa, perché mai dovrebbero essere esenti dal processo del “mi integro (per rassegnazione) o mi ribello (per antagonismo)?”.


• Epperò – non tutto è cambiato, una parte di quel contesto del ’68 e ’69 è ancora qui con noi. Siamo noi! E a chi se non a noi spetta il compito di dare il testimone? E se non ora quando? Se non si esperisce il tentativo di promuovere la giusta e sacrosante ribellione dei nostri figli, nipoti e dei giovani in generale (migranti e indigeni), ci sarà solo il fallimento di questa nostra generazione che non è stata capace di consegnare il testimone che la generazione prima della nostra ci aveva consegnato.


• Dove? Nelle Camere del Lavoro nel modo più decentrato possibile (alla maniera dello SPI) e nelle categorie di appartenenza. In caso contrario saranno solo pochi coloro che sceglieranno di dare il loro contributo (più che onorevole) all’attività dello SPI, impegnati in un lavoro purtroppo necessario, ma che tappa i buchi di uno stato inefficiente.


La discontinuità


• Io dico che c’è bisogno di una discontinuità specie per quanto riguarda il livello confederale della CGIL e per quanto riguarda le categorie.


• E per farlo parto da una mia esperienza personale: io da oltre 10 anni vivo con una “tribù africana”. Si tratta di tre nigeriani: la mamma di 41 anni e due gemelli di 24 anni che ho fatto venire su dalla Nigeria quando avevano 15 anni con il ricongiungimento familiare. Sono andati a scuola, hanno lavorato, quasi sempre come precari. Ora la mamma e il figlio sono disoccupati (per la crisi, i padroni hanno chiuso l’attività), l’unica che lavora è la figlia, presso un bar-ristorante nella zona (alla moda) del quadrilatero romano (è quello vicino a Porta Palazzo). Bene. La ragazza fa più di 200 ore al mese, per ben 2 giorni alla settimana devo alzarmi alle 3emezza di notte e andarla a prendere in macchina. Metà del salario è in busta paga e metà in nero. Non gli vengono pagati gli straordinari, le festività e quant’altro. E non è la prima volta, la stessa cosa è avvenuta con altri padroni. La stessa cosa non è novità, capita anche ai nostri figli.


• Io gli ho suggerito di segnare sul calendario tutte le ore che lei lavora e quando gli scade il contratto di lavoro va alla CGIL in Via Pedrotti e fa la vertenza. Le ho vinte tutte, gli ho fatto cacciare fuori il grano che non gli davano e per uno ho fatto pure un esposto all’Ispettorato del Lavoro e così ho fatto inchiodare per oltre 2 mesi il Ristorante. Al che ho pure goduto come un riccio.


• Domanda: alla ragazza in questione ciò è stato possibile perché in casa ha uno come me che ha fatto il sindacalista, quanti sono nelle stesse condizioni e non sanno dove sbattere la testa?


• È lo SPI che può dare una risposta di tutela e di organizzazione a questi casi? A me pare proprio di no! Questa è una attività che dovrebbe fare la CGIL (e gli altri sindacati) e sul territorio, magari qui a Venaria. Non solo la giusta tutela, ma anche tentando di organizzare tutto il lavoro disperso, frantumato, precario di giovani italiani e di migranti. A Venaria nel 2009 su 10.000 lavoratori presenti nelle attività produttive sono ben 14.000 gli avviamenti avvenuti con oltre il 60% di lavori precari.


• Si tratta in pratica di ritornare alla origini della CGIL quando erano le CdL che organizzavano i lavoratori nei territori. E io non capisco perché attualmente è lo SPI che surroga (meritoriamente) questa attività di tutela, ovvero surroga nella pratica rivendicativa con gli Enti Locali una attività che dovrebbe essere della CGIL.


• Ed è ovvio che per potere fare questa inversione di tendenza le CdL devono decidere politicamente (cosa che non fanno) il loro decentramento sul territorio (così come ha fatto a suo tempo lo SPI) e poi avere le necessarie risorse (che attualmente stanno nelle mani di una categoria come la nostra: lo SPI). Stessa identica cosa per le categorie.


Dalla indignazione, alla ribellione, al controllo, alla contrattazione, al potere


• La prima forma di ribellione è ovviamente la capacità del singolo di indignarsi, però ciò non basta. Occorre che l’indignazione trovi le forme collettive di una sua visibilità per tentare di essere imitata dai più. Ribellione per il fatto molto evidente che da un lato c’è ormai un baratro che divide la costituzione formale da quella materiale di tutti i giorni e ciò divide (un altro baratro) anche i cittadini tra loro, tra quelli che nella situazione attuale ci marciano alla grande e coloro i quali (i lavoratori, i pensionati, i migranti, le donne, i giovani, ecc.) sono usciti fuori e usciranno dallo stato sociale.


• Se uno mi mette fuori dalle regole stabilite nella norma, io non mi sento più un cittadino rispettoso delle regole “materiali” e quindi mi ribello e se posso non le rispetto più quelle regole: divento un disobbediente, cerco se posso di far rispettare le regole formali e se non ci riesco, assieme ad altri mi do delle altre regole condivise.


Epilogo


• Io che sono sempre stato un moderato e un timorato del buon dio, ho imparato negli anni che la maggioranza della nostra borghesia ascolta solo una unica pedagogia sociale: “un corteo con alla testa il capo del personale con una bandiera rossa in mano, e… ogni tanto qualche calcio nel sedere”. Io vorrei che il conflitto avesse una veste più matura – però bisogna essere in due a volerla. Di questi tempi ce ne sarebbe un gran bisogno… di cortei.


• Arrivo a pensare che nell’attuale fase il kit da consegnare ad un giovane di adesso possa essere composto da: 1° una lista di nomi e cognomi, indirizzo e n° civico (corrispondenti agli indirizzi di aziende e case di abitazione di padroni che ci marciano alla grande con la precarietà) e 2° da un sacchetto pieno di sassi e pietre da lanciare contro le vetrate di tali aziende. Ribellarsi è sempre giusto!

RIBELLIONE MORALE E RIFLESSIONE POLITICA



L’Italia ha bisogno, urgentemente e necessariamente, di una ribellione morale.


Gli spiriti più elevati debbono essere capaci di promuoverla, partendo da un senso di vera e propria indignazione che va sollevata cercando di avviare, nel contempo, una profonda riflessione politica.


Questo Paese, negli ultimi trent’anni, è stato governato male: ma non solo, i suoi cittadini, la stragrande maggioranza dei cittadini onesti che lavorano, studiano, tirano avanti (lo affermo con tranquillità: senza nessuna tema di cadere nella retorica populista che appartiene, purtroppo, a ben altre sponde) sono stati maltrattati, angariati, vilipesi.


A suffragare quest’affermazione basterebbero le cifre uscite fuori in questi giorni da diverse fonti : e non si tratta di statistica-spettacolo come qualcuno ha cercato di insinuare.


Si tratta delle grandi cifre della diseguaglianza sul piano fiscale e della ricchezza, dei numeri della disoccupazione, delle tante tragedie, vere e proprie tragedie, che ci arrivano soprattutto dal mondo del lavoro, ma non solo.


Qualcosa non quadra davvero in questo Paese, al di là delle considerazioni di carattere generale sulla crisi, i risvolti internazionali e quant’altro: un Paese dove un autogol in una partita di terz’ordine vale quanto il costo di un appartamento che una famiglia suda con vent’anni di mutuo sulle spalle; un Paese nel quale dalle fontane della “politica” (certo è difficile definire con questa terminologia classica, un certo tipo di attività che viene svolta, adesso come adesso, nelle istituzioni e nei partiti) sgorgano fiumi di denaro che non hanno origine e non sono vincolati ad alcuna forma di produzione intellettuale e i cui flussi, di conseguenza, sono dirottati per gli usi più svariati di vantaggio personale e di clan, al di fuori da qualsivoglia riscontro o controllo pubblico.


L’appropriazione dei fondi del finanziamento pubblico ai partiti (o rimborsi elettorali, come li si voglia chiamare) appare essere la nuova frontiera della “questione morale”, ben al di là delle antiche tangenti su lavori pubblici, appalti, progetti.


La responsabilità beninteso è di tutti: una riflessione di fondo, ad esempio, sul “caso Lusi” che appare, in questo senso, davvero la “madre di tutte le battaglie” non è stata ancora proposta da alcuno. Anche perché, nel sistema del “partito di cartello” che regge il quadro politico italiano, le situazioni da spiegare ci sono per tutti.


Non mi inoltro, ovviamente, nel caso “Lega Nord” che, dai prodromi, potrebbe anche risultare analogo a quello “storico” del “mariuolo” Mario Chiesa, ma con esiti ancora più devastanti per il sistema politico.


L’Italia è stata governata male, seguendo mode improvvisate e mai analizzate politicamente a fondo con il concorso dei cittadini: si pensi alle modifiche elettorali basate sulla personalizzazione, si pensi alla vera e propria “bufala” del federalismo, si pensi alle varie idee sulla semplificazione dell’amministrazione pubblica risoltesi in buona parte in clamorosi pasticci e , comunque, in un ulteriore distacco tra i cittadini e la cosa pubblica.


Nel frattempo la Costituzione è stata violata sistematicamente anche da parte di chi dovrebbe essene il tenace custode: al punto in cui è emersa una sorta di “Costituzione materiale” affatto diversa da quella formale in vigore. Una “Costituzione materiale” dalla quale si pretende, addirittura, di trarre le indicazioni per modifiche dell’“agire politico” intese nel senso di una restrizione dei meccanismi democratici.


Il risultato di questo lungo processo di degrado, che qui ho cercato di riassumere in poche battute, ma che meriterebbe una ben più ampia e articolata analisi è stato quella della formazione di un governo di destra, ferocemente antipopolare che, senza fornire alcuna spiegazione sulla realtà economica e sociale, legge la situazione italiana nel modo più classicamente padronale, in un’ideologica visione di classe di stampo non solo novecentesco ma addirittura ottocentesco, che sta assumendo vesti, chiaramente anticostituzionali, da “Protettorato” in una sorta di diarchia: una situazione anch’essa dagli esiti imprevedibili per la nostra democrazia, potenzialmente foriera di soluzioni plebiscitarie.


Basta guardarsi attorno per capire: verificare la situazione dell’industria, dei servizi, del territorio; l’ignavia se non l’amoralità dei governanti a tutti i livelli, centrale e periferico.


Non vale affermare che la “politica” i suoi esponenti sono lo “specchio del Paese” anche dal punto di vista della qualità morale: non vale perché, nel corso degli anni, è stato costruito (anche sulla base di una sorta di indifferenza collettiva, ben alimentata anche sul piano mediatico) proprio quel “cartello” da parte di un ceto il cui unico scopo è stato quello di impedire ad altri di affermarsi, di entrare nel cerchio, di scendere produttivamente nell’arena: anzi, scientemente, sono state allontanate quelle forze, quei soggetti, che avrebbero potuto rappresentare punti di riferimento in controtendenza.


Non esistono, in questo momento, soggetti cui rivolgersi, se non, parzialmente, ad alcuni settori del mondo sindacale e di movimento, ai quali non si può chiedere però di oltrepassare la loro dimensione storica.


Senza una vasta “Ribellione Morale” (cosa ben diversa dagli “indignados di strada”) non ci sarà prospettiva: penso alla ripresa di un pensiero critico capace di fissare orizzonti ben più avanzati di quelli della semplice fuoriuscita dalla crisi, a un lavoro insieme intellettuale e politico, a un coinvolgimento di massa attorno ad un grande dibattito sulle idee necessarie per il cambiamento.


Serve una nuova Resistenza, altro termine davvero non mi viene in mente.


Genova, li 4 aprile 2012 Franco Astengo

IL MONDO CHIEDE LA LIBERAZIONE INCONDIZIONATA DEI DIRIGENTI BAHA'I E DI ALTRI PRIGIONIERI DI COSCIENZA IRANIANI

Ringrazio l'amico Filippo Angileri per la segnalazione

NEW YORK, 3 aprile 2012, (BWNS) – La sorte dei sette dirigenti baha’i imprigionati è stata oggetto di attenzione in dodici delle grandi città del mondo, nelle quali una giornata di mobilitazione ha ricordato i diecimila giorni che i dirigenti hanno finora trascorso in carcere.
In un’iniziativa coordinata dall’organizzazione per i diritti umani United4Iran, l’immagine dei sette è stata ampiamente mostrata domenica 1° aprile su pannelli mobili, autobus, biciclette, una chiatta e T-shirt.
Il pannello con l’immagine dei dirigenti baha’i era un mosaico di piccole foto di centinaia di persone attualmente in prigione in Iran, come giornalisti, sindacalisti, politici, studenti, attivisti per le donne e capi religiosi.
«La sorte di queste sette persone compendia quella di moltissimi uomini e donne iraniani che sono stati messi in prigione per aver difeso la propria libertà e i propri diritti umani», ha detto Firuzeh Mahmoudi, direttrice e fondatrice di United4Iran.
«Noi diciamo ai sette dirigenti: Il mondo non vi ha dimenticati e noi continueremo a lottare per la vostra libertà e per quella degli altri prigionieri di coscienza iraniani».
A Nuova Delhi circa 200 dimostranti che issavano stendardi ha marciato per la città in una dimostrazione co-sponsorizzata dall’Alleanza transasiatica e dal Centro asiatico per i diritti umani. Il direttore del Centro Suhas Chakma ha detto: «L’Iran non ha rispettato gli standard internazionali dei diritti umani sull’equo processo e perciò deve liberare i sette dirigenti incondizionatamente».
In Sud Africa, sono in circolazione autobus che mostrano i ritratti dei sette prigionieri a Johannesburg, Città del Capo e Pretoria.
Una grossa autogru con la stessa immagine ha percorso le strade di Brasilia, la capitale del Brasile. Sostenitori brasiliani hanno indossato T-shirt con la scritta «Libertem Baha’is Irã» («Liberate i baha’i Iran»).
A Berlino la foto dei sette è stata messa in mostra per le strade della città su apposite biciclette. L’iniziativa è stata lanciata dal membro del Parlamento tedesco Serkan Tören, che è di origini turco-musulmane. «Raccomando al Governo iraniano di concedere alla comunità della Fede baha’i il diritto di libertà religiosa che l’Iran è tenuto a rispettare secondo le leggi internazionali. Raccomando alla comunità internazionale di fare pressioni sull’Iran perché si attenga ai suoi obblighi internazionali», ha detto il signor Tören.
In Olanda, un poster con i ritratti dei prigionieri ha percorso su una chiatta i canali di Amsterdam e vari pannelli mobili hanno suscitato interesse mentre percorrevano le strade di Sydney, Parigi, Wellington, Londra e Washington D.C.
I sette prigionieri baha’i sono Fariba Kamalabadi, Jamaloddin Khanjani, Afif Naeimi, Saeid Rezaie, Mahvash Sabet, Behrouz Tavakkoli e Vahid Tizfahm. Prima di essere arrestati nel 2008, essi erano membri di un gruppo di livello nazionale che si occupava dei bisogni spirituali e sociali della comunità baha’i in Iran. Stanno scontando vent’anni di prigione dopo sei brevi udienze di un tribunale che non si è attenuto all’equo processo. I sette hanno categoricamente respinto tutte le accuse, come spionaggio, propaganda contro la Repubblica Islamica e creazione di un’amministrazione illegale.
«I sette erano e sono completamente innocenti», ha detto Bani Dugal, la principale rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite.
«Diecimila giorni della loro vita sono stati rubati per sempre, giorni che essi avrebbero potuto dedicare al servizio dei loro concittadini», ha detto. «È ora che essi siano liberati per poter lavorare per il loro paese che essi amano».


Per leggere l’articolo in inglese online, vedere 11 foto e accedere ai link si vada a: http://news.bahai.org/story/904

martedì 3 aprile 2012

COM'ERA? ROMA LADRONA, LA LEGA NON PERDONA...

Lega, indagato tesoriere Belsito. "Soldi pubblici girati ai Bossi"



Tra ipotesi di reato truffa e appropriazione indebita. Lui: accuse da provare. Maroni: dimissioni. Berlusconi: solidarietà a Bossi


Milano3 apr. (TMNews) - Sono falsi i conti della Lega secondo la procura diMilanoIl tesoriere Francesco Belsito, indagato per appropriazione indebita e truffa aggravata, avrebbe distratto soldi pubblici per sostenere "i costi della famiglia Bossi". E' quanto si apprende leggendo il decreto di perquisizione eseguito dalla Gdf negli uffici di Belsito in Via Bellerio, sede della Lega, aMilanoDal canto suo, il tesoriere ha detto di non avere "nulla da nascondere", e che "le accuse vanno provate", mentre l'ex ministro dell'Interno, Roberto Maroni, ha chiesto le sue dimissioni. "E' il momento di fare pulizia", ha aggiunto Maroni, "perché queste cose fanno male alla Lega e ai suoi militanti". E' intervenuto anche Silvio Berlusconi, che ha espresso solidarietà e "affettuosa vicinanza" a Umberto Bossi - che non risulta comunque indagato - nei confronti del quale "i sospetti sono impossibili", mentre Niccolò Ghedini, parlamentare Pdl e legale di fiducia dell'ex premier, ha definito "un'assurdità" il prospettato vantaggio economico per Umberto Bossi e la sua famiglia con denaro della Lega. Nel decreto si legge di "esborsi effettuati per esigenze personali di familiari del leader della Lega Nord. Esborsi in contante o con assegni circolari o attraverso contratti simulati". "Belsito - prosegue il decreto - aveva chiesto il supporto di una società fiduciaria con sede a Lugano, la Doge Sa, per la predisposizione di strutture societarie attraverso le quali giustificare il trasferimento all'estero di denaro detenuto in Italia". E si ricorda anche che nell'agosto del 2011 sono stati corrisposti al partito di Bossi circa 18 milioni di euro. Secondo i pm diMilanosarebbe stato violato l'obbligo di rendicontazione con la revisione dei conti effettuata da revisori nominati dal Parlamento che, si ricorda, "è momento fondamentale del procedimento di controllo pubblico". Belsito è indagato anche aNapoliper riciclaggio. La procura del capoluogo campano ha disposto perquisizioni per cinque indagati ma il numero delle persone finite sotto inchiesta, a quanto si è appreso, sarebbe molto più alto. Ci sono anche dei napoletani, per i quali i magistrati hanno disposto le perquisizioni. Oltre a Belsito, figurano: l'imprenditore veneto Stefano Bonet e altre tre persone che "hanno riferimenti con l'impresa che opera anche nella provincia di Napoli". L'azienda finita all'attenzione degli inquirenti è la Siram, gruppo imprenditoriale nel settore dei servizi energetici e multitecnologici.


http://notizie.virgilio.it/notizie/politica/2012/04_aprile/03/lega_indagato_tesoriere_belsito_soldi_pubblici_girati_ai_bossi,34309917.html?pmk=rss
 
Nota mia: ma non erano tutti bravi amministratori? Cos'è, il tramonto degli dei? O è guerra tra bande all'interno della lega in attesa della resa dei conti tra Bossi e Maroni?

lunedì 2 aprile 2012

L'HO SEMPRE DETTO CHE I LEGHISTI SONO PERICOLOSI!!!

Gavettoni alla candeggina, condannato figlio di Bossi



Roberto Bossi dovrà pagare 1.400 euro a militante di Rifondazione


Milano, 2 apr. (TMNews) - Il giudice di pace di Gavirate ha condannato al pagamento di una pena pecuniaria e al risarcimento dei danni morali e dei danni biologici, oltre al pagamento delle spese processuali, Roberto Bossi il figlio 21enne del senatùr. Il giovane dovrà pagare 1400 euro ad un militante di Rifondazione Comunista Luigi Schiesaro. I fatti risalgono al marzo 2010, alla vigilia delle elezioni amministrative: a Laveno Mombello, in via Garibaldi, il militante della sinistra con altri compagni stava attaccando alcuni manifesti negli spazi elettorali tappezzati da cartelloni leghisti. Ad un certo punto da un'auto, una Fiat Ulisse, che transitava a gran velocità sono volati prima insulti e poi alcuni gavettoni carichi di candeggina che colpivano il 47enne di Rifondazione, provocandogli irritazioni al volto. Il giovane Bossi, all'epoca 19enne, e un altro giovane sono stati ritenuti responsabili delle lesioni. Per ricostruire la vicenda è stato necessario oltre un anno di processo: gli avvocati di Schiesaro, Massimiliano D'Alessio e Martina Bianchi, hanno portato le carte davanti al giudice di pace, incrociando la denuncia del militante di Rifondazione con quella fatta dallo stesso Bossi junior, che dopo l'episodio aveva a sua volta chiamato le forze dell'ordine gridando all'attentato e dicendo di essere stato attaccato con il lancio dell'asta di una bandiera. Schiesaro, in seguito alla segnalazione del figlio di Bossi, era stato trattenuto in caserma dai carabinieri per tutta la notte. Il giudice di pace ha ascoltato le numerose testimonianze prodotte da accusa e difesa e ha dato torto al figlio del leader del Carroccio, responsabile di aver provocato danni morali e biologici all'avversario politico, quantificati in 1400 euro. "Un gesto di arroganza vile è stato punito come meritava, giustizia è fatta", commentano i legali di parte civile Massimiliano D'Alessio e Martina Bianchi. Int


http://notizie.virgilio.it/notizie/cronaca/2012/04_aprile/02/gavettoni_alla_candeggina_condannato_figlio_di_bossi,34296079.html?pmk=rss

domenica 1 aprile 2012

SOCIALISMO LIBERTARIO

Socialismo Libertario


Da Anarcopedia.

Il socialismo libertario è spesso definito con altri termini: "autogestionarismo","anarco-socialismo", "antiautoritarismo" o anche con il termine di "sinistra libertaria" (definizione, quest'ultima, alquanto imprecisa in quanto il socialismo libertario non entra nel tradizionale spettro politico della sinistra o della destra). Uno dei primi teorici di quello che può essere considerato una sorta di "Socialismo Libertario" fu Pierre Joseph Proudho


Cos'è il socialismo libertario


Il socialismo libertario è un filone politico di matrice socialista, che pone la libertà dell'individuo al centro di tutto, permettendogli di organizzare la propria esistenza secondo i suoi desideri e senza dover sottostare a vincoli morali, religiosi o sociali. Il socialismo promuove la libera associazione tra gli individui e si oppone ad ogni forma d'autorità e di gerarchia, soprattutto quando queste degenerano nel capitalismo e nello Stato (alcuni socialisti libertari invece auspicano uno Stato minimale che assolva determinate funzioni).


Il socialismo libertario auspica l'autogestione, la democrazia diretta, l'autonomia dei movimenti sociali, la decentralizzazione, la rivoluzione in tutti gli aspetti della vita umana, le relazioni sociali ecc.


Gli elementi che lo caratterizzano, hanno diverse affinità con vari movimenti politici e sociali, e possono essere così riassunti sinteticamente:


L'anarchismo (con le sue varie correnti come il mutualismo, il collettivismo, il comunismo libertario e l'anarco-sindacalismo)


Il marxismo libertario (per esempio la corrente definita Luxemburghiana)


L'ecologia sociale


Lo zapatismo


Socialismo libertario. Perché socialisti


La parola "socialista" fu originariamente definita per includere «tutti quelli che credono nel diritto individuale del possesso di colui o colei che produce». Il termine socialismo, accostato a quello di libertario, assume un significato ben diverso dal socialismo di Stato, considerato da molti come una forma particolare di capitalismo, e in questo contesto prende carattere anticapitalistico.


La definizione di socialismo di questa scuola di pensiero, dal punto di vista economico è: «i mezzi di produzione in mano o di proprietà dei produttori» , invece dal punto di vista amministrativo è la seguente: «le decisioni che riguardano tutti devono essere decise da tutti».


Comunemente si considera il socialismo libertario come un sinonimo di anarchismo o meglio come una corrente di pensiero legata al pensiero anarchico e spesso si tende a confonderlo con il comunismo libertario, che è invece una ramificazione particolare del socialismo libertario.




Socialismo Libertario. Perché Libertari


In una maniera o in un'altra le diverse forme del libertarismo sono strettamente relazionate all'anarchismo o ai suoi principi base.


Il termine "Libertario" è entrato nell'uso comune, soprattutto in Francia, alla fine del XIX secolo, quando le autorità transalpine iniziarono una dura repressione contro gli anarchici: bastava definirsi tali per subire persecuzioni di ogni sorta e la sola parola anarchia generava timore tra la popolazione. Per evitare pregiudizi e per sottrarsi alle persecuzioni, molti anarchici francesi cominciarono a preferire il termine "libertario".


Nel 1895 Sébastien Faure e Louise Michel pubblicarono, sempre in Francia, il periodico «Le Libertaire» (Il Libertario). Da quel momento anche negli USA, paese che alla fine dell'800 e all'inizio del 900 fu particolarmente permeato dal pensiero anarchico, il termine "libertario" cominciò ad essere utilizzato per portare avanti i principi dell'anarchismo (nel Luglio del 1954 gli anarchici americani costituirono "La Lega Libertaria" che si sciolse poi nel 1965).


In Italia


In Italia i principi del socialismo libertario si possono riscontrare già in Carlo Pisacane, seppur mai utilizzò questo termine, che poneva la libertà e la "libera associazione" al centro della sua visione socialista. Il termine "Socialismo libertario" compare per la prima volta in Italia nel 1897, in seguito al dibattito (svoltosi prevalentemente sui giornali) sviluppatosi tra Francesco Saverio Merlino e Errico Malatesta (nel 1949 i documenti furono raccolti integralmente nel volume Anarchismo e democrazia, in particolar modo sul nodo democrazia-socialismo-anarchismo.


Nel gennaio 1897 Merlino pubblicò sul quotidiano «Il Messaggero» una lettera in cui invitava gli anarchici a prendere parte alle elezioni e a votare per i candidati dei partiti popolari, abbandonando quindi il tradizionale astensionismo. Merlino sosteneva che le forme politiche e democratiche avessero un valore, sia pure relativo e assai limitato, e che quindi il loro rifiuto fosse un grave errore. Malatesta, al contrario, ribadì le tradizionali ragioni dell’astensionismo anarchico.


Nei mesi successivi la polemica tra i due, che comunque rimasero sempre amici e compagni, si allargò alla questione della strategia rivoluzionaria e alle problematiche della costruzione di una società libertaria. Alla fine Malatesta chiese a Merlino se si riteneva ancora anarchico e questi gli rispose che preferiva per sé la qualifica di “socialista libertario".


Merlino quindi auspicava uno Stato e un governo ridotto all'essenziale (radicalmente democratizzato e decentralizzato), la salvaguardia del mercato come mezzo per garantire una certa giustizia sociale e il mantenimento di forme di iniziativa privata (singoli individui o di cooperative) accompagnate dalla più ampia libertà politica e individuale (singola e associazionistica).


Successivamente questo pensiero si consolidò anche grazie a Camillo Berneri, il quale polemizzò duramente con le concezioni ultra-individualistiche e antiorganizzatrici che avevano spaccato il movimento anarchico impedendone il radicamento sociale. Ugualmente Berneri criticava le teorie economiche rigidamente comuniste e collettiviste optando per una posizione di eclettismo e di distinzione tra dimensione economica e dimensione politica: la dimensione politica si basa comunque su un giudizio di valore, la dimensione economica su un giudizio di fatto. Tale approccio porta Berneri a scrivere «Sul terreno economico gli anarchici sono possibilisti (...) sul terreno politico (...) sono intransigenti al 100%».


Sul filone delle idee di Berneri e Francesco Saverio Merlino, a partire dalla metà del XX° secolo lo storico anarchico e socialista Pier Carlo Masini si fa portatore di un'idea socialista anticlericale, federalista e libertaria, che per lui significava riportare il socialismo alle sue origini: la Prima Internazionale.


http://ita.anarchopedia.org/socialismo_libertario