NO COMMENT!
sabato 4 febbraio 2012
LE MAESTRINE
2 febbraio 2012
Care amiche,
veramente resta interdetta anche una come me che non crede che in questi anni le donne abbiano compiuto così grandi avanzamenti nel riconoscimento sociale e politico. Mentre Alberto Leiss ricorda ad Asor Rosa (e ai suoi neutrissimi "sette pilastri della saggezza" pubblicati sul Manifesto) il contributo del femminismo, è toccato a Pigi Battista condannare sul Corriere della Sera di ieri il sessismo della stampa nei confronti del "ministro" Fornero (nemmeno l'intervento di Napolitano sulla correttezza della desinenza in -a può togliere ai maschi il dominio sui nomi del potere): "una donna che si permette...di assumere un ruolo decisivo a proposito di mercato del lavoro e di art.18" e che viene colpita da battute di detrattori maschilisti, tra cui un sottosegretario Polillo ("l'icona di una fontana che piange") e un Bonanni-Cisl che oggi la definisce "agitata" (come da tradizione "secondo la quale le donne sono sempre inaffidabili e umorali") e già l'aveva bollata con il termine "maestrina" (dice Battista: "non avrebbe mai dato dei maestrini a Monti o a Polillo"). Del pari Angeletti-Uil ha parlato di Emma Marcegaglia come di "una signora" più a suo agio nei salotti che nell'agone politico". Ovvio che le critiche sono più che legittime,ma "la critica di genere non rientra negli argomenti decentemente sostenibili... cose da maestrini che si impancano a depositari della ragione emotiva....senza nemmeno averne i titoli. E senza capire che la delegittimazione sottile, impastata di sottintesi e luoghi comuni, come se la politica fosse cosa da uomini addestrati e non da donne che si "agitano" sottrae quallcosa agli stessi sessisti impenitenti. Chiusi in un mondo piccolo piccolo, con poca e scarsa consapevolezza che fuori dai nostri confini il loro linguaggio apparirebbe sconsolatamente arcaico. Altro che fontana piangente".
Da specialista del mondo politico, più vecchio che piccolo, non avrei potuto dire meglio. Spero che Fornero non si curi più di tanto delle malevolenze (anche se mi auguro che parli meno con i primi che le passano accanto). Tuttavia poche donne stanno intervenendo in questa politica desolatamente neutralizzata, come se le presenza dei "tecnici" impedisse di far circolare idee, magari collaborative.
Che il momento sia difficile non è una buona ragione per non intervenire nel merito di quanto sta avvenendo in questa, per la prima volta,"Italia europea". Continente in difficoltà, dove le donne sono protagoniste quando fanno la parte degli uomini (Christine Lagarde, Angela Merkel, Elsa Fornero) anche perché ovviamente brave. Quando si passa alle donne che lasciano il lavoro perché passerebbero lo stipendio già esiguo e malsicuro a una badante o alle mogli di cassintegrati e licenziati che, oltre a cercare di sbarcare il lunario, scontano la depressione dei mariti, o alle immigrate che stanno al fondo delle catene di sfruttamento, comprese quelle interne ai loro gruppi, le cose cambiano. I fenomeni sono stati previsti in tutte le rappresentazioni, ma non abbiamo prodotto effetti neppure per cambiare i moduli pubblicitari di Sanremo, ancora una volta offensivi della persona feemminile e, solo a giudizio di noi donne -sembra -, miserevoli per la figura che fanno i maschi.
Ma, anche se non riusciamo a cambiare né sovrastruttura né struttura, in genere, tranne qualche giornalista, non interveniamo nel merito di quanto accade, come se anche noi fossimo transitate all'antipolitica. Se ci sono difficoltà che impongono - e imporranno - cambiamenti e sacrifici, prima di scendere a proteste e manifestazioni, cerchiamo di fare un'analisi possibilmente lucida del presente (i sacrifici restano insopportabili, ma bisogna capire se ci sono alternative) e, soprattutto, rendersi conto che i partiti debbono riprendere la loro funzione (non siamo in condizione di fare "democrazia diretta" mentre la società civile sta sbandando come quella dei politici). Paradossalmente per noi la via è più accessibile quando anche loro sono al palo: avanti dunque con le proposte. Siamo il soggetto sociale più flessibile anche se nessuno ci ha mai chiesto di offrire competenze: possibile che non possiamo chiedere di regolamentare gli orari (nell'era informatica!), di intervenire a stabilire priorità di interessi di genere, dalle normative sulle "badanti" ai servizi sociali delle libere convivenze o ai diritti delle famiglie immigrate (a partire dai diritti di cittadinanza). Partiti e sindacati non possono limitarsi alla difesa dell'art. 18 o alla richiesta di volontariato per spalare la neve: sia a livello locale, sia in sede nazionale otterremo ascolto se la voce che esprimiamo sarà propositiva. Ognuna nelle case politiche che ritiene più vivibili, ma non possono restare senza donne che progettano da donne. E perdonate se ho fatto la maestrina, come direbbe Bonanni.
da una mail al gruppo sullasoglia@yahoogroups.com
Care amiche,
veramente resta interdetta anche una come me che non crede che in questi anni le donne abbiano compiuto così grandi avanzamenti nel riconoscimento sociale e politico. Mentre Alberto Leiss ricorda ad Asor Rosa (e ai suoi neutrissimi "sette pilastri della saggezza" pubblicati sul Manifesto) il contributo del femminismo, è toccato a Pigi Battista condannare sul Corriere della Sera di ieri il sessismo della stampa nei confronti del "ministro" Fornero (nemmeno l'intervento di Napolitano sulla correttezza della desinenza in -a può togliere ai maschi il dominio sui nomi del potere): "una donna che si permette...di assumere un ruolo decisivo a proposito di mercato del lavoro e di art.18" e che viene colpita da battute di detrattori maschilisti, tra cui un sottosegretario Polillo ("l'icona di una fontana che piange") e un Bonanni-Cisl che oggi la definisce "agitata" (come da tradizione "secondo la quale le donne sono sempre inaffidabili e umorali") e già l'aveva bollata con il termine "maestrina" (dice Battista: "non avrebbe mai dato dei maestrini a Monti o a Polillo"). Del pari Angeletti-Uil ha parlato di Emma Marcegaglia come di "una signora" più a suo agio nei salotti che nell'agone politico". Ovvio che le critiche sono più che legittime,ma "la critica di genere non rientra negli argomenti decentemente sostenibili... cose da maestrini che si impancano a depositari della ragione emotiva....senza nemmeno averne i titoli. E senza capire che la delegittimazione sottile, impastata di sottintesi e luoghi comuni, come se la politica fosse cosa da uomini addestrati e non da donne che si "agitano" sottrae quallcosa agli stessi sessisti impenitenti. Chiusi in un mondo piccolo piccolo, con poca e scarsa consapevolezza che fuori dai nostri confini il loro linguaggio apparirebbe sconsolatamente arcaico. Altro che fontana piangente".
Da specialista del mondo politico, più vecchio che piccolo, non avrei potuto dire meglio. Spero che Fornero non si curi più di tanto delle malevolenze (anche se mi auguro che parli meno con i primi che le passano accanto). Tuttavia poche donne stanno intervenendo in questa politica desolatamente neutralizzata, come se le presenza dei "tecnici" impedisse di far circolare idee, magari collaborative.
Che il momento sia difficile non è una buona ragione per non intervenire nel merito di quanto sta avvenendo in questa, per la prima volta,"Italia europea". Continente in difficoltà, dove le donne sono protagoniste quando fanno la parte degli uomini (Christine Lagarde, Angela Merkel, Elsa Fornero) anche perché ovviamente brave. Quando si passa alle donne che lasciano il lavoro perché passerebbero lo stipendio già esiguo e malsicuro a una badante o alle mogli di cassintegrati e licenziati che, oltre a cercare di sbarcare il lunario, scontano la depressione dei mariti, o alle immigrate che stanno al fondo delle catene di sfruttamento, comprese quelle interne ai loro gruppi, le cose cambiano. I fenomeni sono stati previsti in tutte le rappresentazioni, ma non abbiamo prodotto effetti neppure per cambiare i moduli pubblicitari di Sanremo, ancora una volta offensivi della persona feemminile e, solo a giudizio di noi donne -sembra -, miserevoli per la figura che fanno i maschi.
Ma, anche se non riusciamo a cambiare né sovrastruttura né struttura, in genere, tranne qualche giornalista, non interveniamo nel merito di quanto accade, come se anche noi fossimo transitate all'antipolitica. Se ci sono difficoltà che impongono - e imporranno - cambiamenti e sacrifici, prima di scendere a proteste e manifestazioni, cerchiamo di fare un'analisi possibilmente lucida del presente (i sacrifici restano insopportabili, ma bisogna capire se ci sono alternative) e, soprattutto, rendersi conto che i partiti debbono riprendere la loro funzione (non siamo in condizione di fare "democrazia diretta" mentre la società civile sta sbandando come quella dei politici). Paradossalmente per noi la via è più accessibile quando anche loro sono al palo: avanti dunque con le proposte. Siamo il soggetto sociale più flessibile anche se nessuno ci ha mai chiesto di offrire competenze: possibile che non possiamo chiedere di regolamentare gli orari (nell'era informatica!), di intervenire a stabilire priorità di interessi di genere, dalle normative sulle "badanti" ai servizi sociali delle libere convivenze o ai diritti delle famiglie immigrate (a partire dai diritti di cittadinanza). Partiti e sindacati non possono limitarsi alla difesa dell'art. 18 o alla richiesta di volontariato per spalare la neve: sia a livello locale, sia in sede nazionale otterremo ascolto se la voce che esprimiamo sarà propositiva. Ognuna nelle case politiche che ritiene più vivibili, ma non possono restare senza donne che progettano da donne. E perdonate se ho fatto la maestrina, come direbbe Bonanni.
da una mail al gruppo sullasoglia@yahoogroups.com
venerdì 3 febbraio 2012
DISERTORI, SIRIA E NEOLINGUA
Leggete con attenzione e pensate all'uso che viene fatto della parola "disertore" nella descrizione del conflitto in Siria.
Diṡertóre s. m. (f. -trice, raro) [dal lat. desertor -oris, der. di deserĕre «abbandonare»]. – Soldato che in pace o in guerra abbandona il suo reparto o non vi rientra (dopo un permesso, una licenza, una missione), o marittimo che abbandona la nave del cui equipaggio fa parte (v. diserzione, n. 1): l’ufficiale, non essendo rientrato al reparto entro il termine prescritto di 15 giorni, fu dichiarato disertore. Per estens. e fig., chiunque abbandona un posto di responsabilità, un incarico, un partito, una causa, ecc., o, scherz., chi manca a un appuntamento o a una riunione o se ne va via alla chetichella.
Ammutinaménto s. m. [der. di ammutinarsi]. – In senso generico, rifiuto di obbedire agli ordini superiori, opposto da militari, membri di un equipaggio, prigionieri, detenuti, con o senza previo accordo ma sempre in forma collettiva: fare a. o un a.; l’a. della ciurma. Secondo il codice militare, si hareato di a. quando dei militari, in numero di quattro o più, rifiutano, omettono o ritardano di obbedire a un ordine del superiore, oppure persistono nel presentare, a voce o per iscritto, una domanda, un esposto o un reclamo; secondo il codice navale, il reato consiste nella disobbedienza, collettiva o previo accordo, a un ordine del comandante, o nell’abbandonarsi collettivamente a una manifestazione tumultuosa, da parte di almeno un terzo dell’equipaggio. In usi fig. e scherz.: ma questo è un a.!, quando dipendenti, studenti, figli, ecc., si mostrano vivacemente concordi in una protesta, in una contestazione, nel voler ottenere concessioni, nel rifiuto di obbedire agli ordini, e sim.
Sedizióne s. f. [dal lat. seditio -onis, comp. di sed- (= se-) «a parte» e ire «andare»]. – Tentativo di rovesciare i poteri dello stato, commesso da più persone; rivolta, sommossa, sollevamento contro l’ordine costituito: una s. popolare; una s. militare; spingere, incitare alla s.; domare, reprimere, soffocare una sedizione.
Insórto (ant. insurto) agg. e s. m. (f. -a) [part. pass. di insorgere]. – Che, o chi, promuove un’insurrezione o vi partecipa: le città, le popolazioni insorte. Come sost., è usato, per lo più al plur., per indicare un gruppo, anche molto numeroso, di individui levatisi in armi contro il potere centrale di uno stato: la lotta contro gli i.; il capo degli insorti.
Insorti
Gruppo organizzato di individui che combatte contro il governo di uno Stato per raggiungere determinati fini politici (conquista del potere, secessione di una parte del territorio per acquisire l’indipendenza o per unirsi a un altro Stato). In particolare, il diritto internazionale distingue due fasi della rivolta: la prima, detta ‘insorgenza’ o ‘ribellione’, si ha quando il movimento manca ancora di compattezza e indipendenza, rimanendo un affare interno dello Stato; la seconda, detta ‘di belligeranza’, si ha quando il partito insurrezionale ha acquisito un controllo stabile di una parte del territorio dello Stato. Nella seconda fase gli i. acquistano la soggettività internazionale divenendo destinatari di norme di origine internazionale.
La dottrina più recente riconosce infatti agli i. una personalità internazionale piena proprio nel momento in cui esercitano il potere in modo effettivo e indipendente su una parte del territorio (cosiddetto ‘governo di fatto locale’), anche se tale personalità ha carattere temporaneo in quanto la situazione è destinata a evolversi, a seconda del successo o meno della lotta. La dottrina tradizionale tendeva invece a limitare la personalità internazionale degli i., subordinandola al riconoscimento da parte di Stati terzi e circoscrivendola alle sole norme del diritto bellico. Gli i. sono destinatari, in particolare, delle norme relative alla stipulazione dei trattati: possono infatti concludere accordi internazionali con lo Stato contro cui lottano e con Stati terzi che intendono stabilire relazione con essi. Devono inoltre rispettare il diritto umanitario e garantire agli stranieri che risiedono sul territorio da essi controllato il trattamento previsto dal diritto internazionale. Gli i. sono anche destinatari delle norme di diritto internazionale generale sulla responsabilità per fatti illeciti.
Fonte: Treccani
Quindi...
Quelli della Siria sono insorti, non disertori. Più propriamente quella in Siria è definibile "sedizione militare".
I giornalisti che usano la parola "disertore" per gli insorti siriani non avrebbero fatto in massa un uso linguisticamente errato del termine "disertore" se non ci fosse stato un "previo accordo" di tipo propagandistico.
Non tutti sanno che...
Il 4 aprile 1951, il presidente statunitense Truman istituì lo Psychological Strategy Board (PSB), il primo organismo statale destinato a pianificare, coordinare e condurre operazioni di controllo psicologico di massa. I primi manipolatori psicologici compresero che quando si vuole agire su una quantità enorme di soggetti, bisogna "trasformare la realtà". E il modo più efficace e rapido per cambiare la realtà a nostro piacimento è cambiare le parole con cui descriviamo la realtà. "La sostituzione di una sola parola - scriveva William Nichols (direttore di "This week magazine" - può aiutare a mutare il corso della storia".
Questo ci spiega Paolo Cortesi nel saggio "Parole e potere: la manipolazione della realtà".
Sulla questione della "manomissione della parole" si sofferma Gianrico Carofiglio nel libro "La manomissione delle parole".
Per Orwell lo strumento fondamentale per la manipolazione della realtà è la manipolazione delle parole. Viene cioè costruita una neolingua dal Grande Fratello.
"La guerra è pace · L'ignoranza è forza · La libertà è schiavitù".
(George Orwell, 1984)
Il 19 febbraio 2002 il New York Times riportò che l’Office of Strategic Influence (OSI) del Pentagono stava “elaborando dei progetti per divulgare notizie, magari anche false, a beneficio dei media stranieri nell’ottica di influenzare l’opinione pubblica e i decisori politici di paesi amici e non”. Vedere http://en.wikipedia.org/wiki/Office_of_Strategic_Influence
Questo sito della Nato spiega chiaramente come si consucono le "operazioni psicologiche" (PSYOP) che si dividono in "bianche" (diffuse dalla stessa fonte che le ha prodotte) e "nere" (diffuse da una fonte ma confezionate da un'altra).
http://www.nato.int/docu/review/2003/issue2/italian/art4.html
Questo saggio è scritto dal tenente colonnello Steven Collins è a capo delle PSYOPS NATO nella Divisione delle operazioni presso il Quartier generale supremo delle potenze alleate in Europa a Mons (Belgio).
Questo ufficiale spiega che nelle recenti operazioni militari si è preferito evitare di usare PSYOPS "utilizzando una terminologia più vaga, evitando termini come operazioni psicologiche e optando per quelle che alcuni consideravano delle espressioni più accettabili come "operazioni di informazione" (INFO OPS)".
In questo momento è del tutto evidente che viene offerta ai giornalisti più docili una "neolingua", tale che la parola "disertore" (più gradita ad un pubblico "pacifista") possa sostituirsi a "insorto". La sostituzione sistematica della parola non è un fatto casuale.
Alessandro Marescotti
www.peacelink.it
Diṡertóre s. m. (f. -trice, raro) [dal lat. desertor -oris, der. di deserĕre «abbandonare»]. – Soldato che in pace o in guerra abbandona il suo reparto o non vi rientra (dopo un permesso, una licenza, una missione), o marittimo che abbandona la nave del cui equipaggio fa parte (v. diserzione, n. 1): l’ufficiale, non essendo rientrato al reparto entro il termine prescritto di 15 giorni, fu dichiarato disertore. Per estens. e fig., chiunque abbandona un posto di responsabilità, un incarico, un partito, una causa, ecc., o, scherz., chi manca a un appuntamento o a una riunione o se ne va via alla chetichella.
Ammutinaménto s. m. [der. di ammutinarsi]. – In senso generico, rifiuto di obbedire agli ordini superiori, opposto da militari, membri di un equipaggio, prigionieri, detenuti, con o senza previo accordo ma sempre in forma collettiva: fare a. o un a.; l’a. della ciurma. Secondo il codice militare, si hareato di a. quando dei militari, in numero di quattro o più, rifiutano, omettono o ritardano di obbedire a un ordine del superiore, oppure persistono nel presentare, a voce o per iscritto, una domanda, un esposto o un reclamo; secondo il codice navale, il reato consiste nella disobbedienza, collettiva o previo accordo, a un ordine del comandante, o nell’abbandonarsi collettivamente a una manifestazione tumultuosa, da parte di almeno un terzo dell’equipaggio. In usi fig. e scherz.: ma questo è un a.!, quando dipendenti, studenti, figli, ecc., si mostrano vivacemente concordi in una protesta, in una contestazione, nel voler ottenere concessioni, nel rifiuto di obbedire agli ordini, e sim.
Sedizióne s. f. [dal lat. seditio -onis, comp. di sed- (= se-) «a parte» e ire «andare»]. – Tentativo di rovesciare i poteri dello stato, commesso da più persone; rivolta, sommossa, sollevamento contro l’ordine costituito: una s. popolare; una s. militare; spingere, incitare alla s.; domare, reprimere, soffocare una sedizione.
Insórto (ant. insurto) agg. e s. m. (f. -a) [part. pass. di insorgere]. – Che, o chi, promuove un’insurrezione o vi partecipa: le città, le popolazioni insorte. Come sost., è usato, per lo più al plur., per indicare un gruppo, anche molto numeroso, di individui levatisi in armi contro il potere centrale di uno stato: la lotta contro gli i.; il capo degli insorti.
Insorti
Gruppo organizzato di individui che combatte contro il governo di uno Stato per raggiungere determinati fini politici (conquista del potere, secessione di una parte del territorio per acquisire l’indipendenza o per unirsi a un altro Stato). In particolare, il diritto internazionale distingue due fasi della rivolta: la prima, detta ‘insorgenza’ o ‘ribellione’, si ha quando il movimento manca ancora di compattezza e indipendenza, rimanendo un affare interno dello Stato; la seconda, detta ‘di belligeranza’, si ha quando il partito insurrezionale ha acquisito un controllo stabile di una parte del territorio dello Stato. Nella seconda fase gli i. acquistano la soggettività internazionale divenendo destinatari di norme di origine internazionale.
La dottrina più recente riconosce infatti agli i. una personalità internazionale piena proprio nel momento in cui esercitano il potere in modo effettivo e indipendente su una parte del territorio (cosiddetto ‘governo di fatto locale’), anche se tale personalità ha carattere temporaneo in quanto la situazione è destinata a evolversi, a seconda del successo o meno della lotta. La dottrina tradizionale tendeva invece a limitare la personalità internazionale degli i., subordinandola al riconoscimento da parte di Stati terzi e circoscrivendola alle sole norme del diritto bellico. Gli i. sono destinatari, in particolare, delle norme relative alla stipulazione dei trattati: possono infatti concludere accordi internazionali con lo Stato contro cui lottano e con Stati terzi che intendono stabilire relazione con essi. Devono inoltre rispettare il diritto umanitario e garantire agli stranieri che risiedono sul territorio da essi controllato il trattamento previsto dal diritto internazionale. Gli i. sono anche destinatari delle norme di diritto internazionale generale sulla responsabilità per fatti illeciti.
Fonte: Treccani
Quindi...
Quelli della Siria sono insorti, non disertori. Più propriamente quella in Siria è definibile "sedizione militare".
I giornalisti che usano la parola "disertore" per gli insorti siriani non avrebbero fatto in massa un uso linguisticamente errato del termine "disertore" se non ci fosse stato un "previo accordo" di tipo propagandistico.
Non tutti sanno che...
Il 4 aprile 1951, il presidente statunitense Truman istituì lo Psychological Strategy Board (PSB), il primo organismo statale destinato a pianificare, coordinare e condurre operazioni di controllo psicologico di massa. I primi manipolatori psicologici compresero che quando si vuole agire su una quantità enorme di soggetti, bisogna "trasformare la realtà". E il modo più efficace e rapido per cambiare la realtà a nostro piacimento è cambiare le parole con cui descriviamo la realtà. "La sostituzione di una sola parola - scriveva William Nichols (direttore di "This week magazine" - può aiutare a mutare il corso della storia".
Questo ci spiega Paolo Cortesi nel saggio "Parole e potere: la manipolazione della realtà".
Sulla questione della "manomissione della parole" si sofferma Gianrico Carofiglio nel libro "La manomissione delle parole".
Per Orwell lo strumento fondamentale per la manipolazione della realtà è la manipolazione delle parole. Viene cioè costruita una neolingua dal Grande Fratello.
"La guerra è pace · L'ignoranza è forza · La libertà è schiavitù".
(George Orwell, 1984)
Il 19 febbraio 2002 il New York Times riportò che l’Office of Strategic Influence (OSI) del Pentagono stava “elaborando dei progetti per divulgare notizie, magari anche false, a beneficio dei media stranieri nell’ottica di influenzare l’opinione pubblica e i decisori politici di paesi amici e non”. Vedere http://en.wikipedia.org/wiki/Office_of_Strategic_Influence
Questo sito della Nato spiega chiaramente come si consucono le "operazioni psicologiche" (PSYOP) che si dividono in "bianche" (diffuse dalla stessa fonte che le ha prodotte) e "nere" (diffuse da una fonte ma confezionate da un'altra).
http://www.nato.int/docu/review/2003/issue2/italian/art4.html
Questo saggio è scritto dal tenente colonnello Steven Collins è a capo delle PSYOPS NATO nella Divisione delle operazioni presso il Quartier generale supremo delle potenze alleate in Europa a Mons (Belgio).
Questo ufficiale spiega che nelle recenti operazioni militari si è preferito evitare di usare PSYOPS "utilizzando una terminologia più vaga, evitando termini come operazioni psicologiche e optando per quelle che alcuni consideravano delle espressioni più accettabili come "operazioni di informazione" (INFO OPS)".
In questo momento è del tutto evidente che viene offerta ai giornalisti più docili una "neolingua", tale che la parola "disertore" (più gradita ad un pubblico "pacifista") possa sostituirsi a "insorto". La sostituzione sistematica della parola non è un fatto casuale.
Alessandro Marescotti
www.peacelink.it
E il governo liberalizza le scorie radioattive
di Mauro Ravarino
Un piccolo comma nel decreto sulle liberalizzazioni riapre la questione delle scorie nucleari, stabilendo che il governo può installare dove vuole i depositi senza il parere ora discriminante delle istituzioni locali. Effetto nimby a parte, il problema è che così si rischia di andare verso la creazione di tanti depositi (in gran parte rendendo stabili quelli ora provvisori). Intanto i deputati del Pd della zona più sensibile, il vercellese (a Saluggia c’è l’85% delle scorie italiane) pur restando fedeli a Monti promettono battaglia, bollando la decisione come «inaccettabile». Con la mappa dei depositi di scorie radioattive in Italia.
Sedata dopo il referendum, la bagarre sul nucleare sta per riaprirsi per un articolo contenuto nel decreto del governo Monti sulle liberalizzazioni. Nascosto tra articoli che hanno avuto finora più eco, c’è infatti spazio anche per l’atomo. Anzi, per i suoi scarti, le scorie. L’articolo 25 (accelerazione delle attività di disattivazione e smantellamento dei siti nucleari) vorrebbe dare impulso al decommissioning e rendere più facile l’autorizzazione di nuovi depositi nucleari, in deroga – se necessario – a procedure ordinarie. «Se fosse approvato autorizzerebbe i nuovi depositi nucleari nei siti a rischio», denuncia Gian Piero Godio, instancabile antinuclearista piemontese di Legambiente, che se non avesse setacciato ogni angolo del decreto non avrebbe scovato una norma sfuggita ai più.
Tra i siti meno idonei la palma d’oro spetta a Saluggia, in provincia di Vercelli, che delle scorie è la capitale (è qui stoccato l’85% dei rifiuti radioattivi del nostro Paese, tra cui oltre 300 metri cubi liquidi a più alta radioattività): depositi temporanei nella golena della Dora Baltea e a monte dell’acquedotto del Monferrato.
«L’articolo 25 toglierebbe ai Comuni la possibilità di decidere se un impianto nucleare può essere realizzato o meno», sottolinea Godio. Due parlamentari del Pd, Luigi Bobba e Roberto Della Seta (eletti nel vercellese) – che sostengono Monti come tutto il partito di Bersani – annunciano, però, battaglia: «Se passasse così com’è, Saluggia diventerebbe la discarica delle scorie nucleari italiane, senza bisogno di ottenere le autorizzazioni ambientali, urbanistiche e di sicurezza previste dalla legge per tutte le nuove infrastrutture. Per questo, proporremo al Senato e alla Camera modifiche radicali all’articolo e ci auguriamo che il governo non insista su una via totalmente inaccettabile».
Si tratta di una norma, che in termini diversi, era comparsa anche nel decreto Salva Italia, ma fu espunta dalle successive correzioni. Non è la prima volta che per mano governativa verrebbero rafforzati i poteri di Sogin (Società gestione impianti nucleari), successe già nel 2003 quando il governo Berlusconi decretò lo stato di emergenza sui siti nucleari, a causa – si disse – del pericolo di attentati terroristici. In sella, a quel tempo, c’era il generale Carlo Jean, che in qualità di commissario Sogin autorizzò a Saluggia (Vercelli) il contestato mega deposito D2 – di cui sono iniziati da poco i lavori – in virtù dei poteri speciali e in deroga alla normativa urbanistica.
È la prima parte del comma 4 quello che impensierisce maggiormente gli ambientalisti e che secondo loro «esautorerebbe i comuni e i sindaci»: una volta ottenuto l’ok del ministero dello Sviluppo economico, Sogin potrebbe operare senza ulteriori “ostacoli” burocratici. L’autorizzazione diventerebbe, infatti, variante, e sostituirebbe ogni provvedimento amministrativo.
Fatte salve le specifiche procedure previste per la realizzazione del Deposito nazionale e del Parco tecnologico richiamate al comma 3, l’autorizzazione alla realizzazione dei progetti di disattivazione rilasciata ai sensi dell’articolo 55 del decreto legislativo 17 marzo 1995, n.230 nonché le autorizzazioni di cui all’articolo 6 della legge 31 dicembre 1962 n. 1860, e all’articolo 148, comma 1-bis, del decreto legislativo 17 marzo 1995, n. 230, rilasciate a partire dalla data di entrata in vigore del presente decreto, valgono anche quale dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità e urgenza, costituiscono varianti agli strumenti urbanistici e sostituiscono ogni provvedimento amministrativo, autorizzazione, concessione, licenza, nulla osta, atto di assenso e atto amministrativo, comunque denominati, previsti dalle norme vigenti costituendo titolo alla esecuzione delle opere.
«Così – sostiene Godio – si dà mano libera a Sogin di installare dove vuole i depositi senza il parere discriminante delle istituzioni locali. Tanti depositi renderanno meno esigente la costruzione di un vero deposito nazionale più sicuro, che per legge doveva essere pronto entro la fine del 2008. Sogin ha ultimamente chiesto l’autorizzazione per la costruzione di depositi, a sua detta temporanei, in ogni sito italiano, situati spesso in località illogiche». Solo in Piemonte sono previsti due depositi nucleari a Saluggia, altri due a Trino Vercellese e un deposito nucleare a Bosco Marengo (in fase di realizzazione). «I siti – conclude Godio – rischiano di diventare depositi di sé stessi, in barba al decommissioning che dovrebbe eliminare nei luoghi ogni vincolo derivante dalla presenza di radioattività».
da una mail di Tiziano Cardosi a ecologia@peacelink.it
Un piccolo comma nel decreto sulle liberalizzazioni riapre la questione delle scorie nucleari, stabilendo che il governo può installare dove vuole i depositi senza il parere ora discriminante delle istituzioni locali. Effetto nimby a parte, il problema è che così si rischia di andare verso la creazione di tanti depositi (in gran parte rendendo stabili quelli ora provvisori). Intanto i deputati del Pd della zona più sensibile, il vercellese (a Saluggia c’è l’85% delle scorie italiane) pur restando fedeli a Monti promettono battaglia, bollando la decisione come «inaccettabile». Con la mappa dei depositi di scorie radioattive in Italia.
Sedata dopo il referendum, la bagarre sul nucleare sta per riaprirsi per un articolo contenuto nel decreto del governo Monti sulle liberalizzazioni. Nascosto tra articoli che hanno avuto finora più eco, c’è infatti spazio anche per l’atomo. Anzi, per i suoi scarti, le scorie. L’articolo 25 (accelerazione delle attività di disattivazione e smantellamento dei siti nucleari) vorrebbe dare impulso al decommissioning e rendere più facile l’autorizzazione di nuovi depositi nucleari, in deroga – se necessario – a procedure ordinarie. «Se fosse approvato autorizzerebbe i nuovi depositi nucleari nei siti a rischio», denuncia Gian Piero Godio, instancabile antinuclearista piemontese di Legambiente, che se non avesse setacciato ogni angolo del decreto non avrebbe scovato una norma sfuggita ai più.
Tra i siti meno idonei la palma d’oro spetta a Saluggia, in provincia di Vercelli, che delle scorie è la capitale (è qui stoccato l’85% dei rifiuti radioattivi del nostro Paese, tra cui oltre 300 metri cubi liquidi a più alta radioattività): depositi temporanei nella golena della Dora Baltea e a monte dell’acquedotto del Monferrato.
«L’articolo 25 toglierebbe ai Comuni la possibilità di decidere se un impianto nucleare può essere realizzato o meno», sottolinea Godio. Due parlamentari del Pd, Luigi Bobba e Roberto Della Seta (eletti nel vercellese) – che sostengono Monti come tutto il partito di Bersani – annunciano, però, battaglia: «Se passasse così com’è, Saluggia diventerebbe la discarica delle scorie nucleari italiane, senza bisogno di ottenere le autorizzazioni ambientali, urbanistiche e di sicurezza previste dalla legge per tutte le nuove infrastrutture. Per questo, proporremo al Senato e alla Camera modifiche radicali all’articolo e ci auguriamo che il governo non insista su una via totalmente inaccettabile».
Si tratta di una norma, che in termini diversi, era comparsa anche nel decreto Salva Italia, ma fu espunta dalle successive correzioni. Non è la prima volta che per mano governativa verrebbero rafforzati i poteri di Sogin (Società gestione impianti nucleari), successe già nel 2003 quando il governo Berlusconi decretò lo stato di emergenza sui siti nucleari, a causa – si disse – del pericolo di attentati terroristici. In sella, a quel tempo, c’era il generale Carlo Jean, che in qualità di commissario Sogin autorizzò a Saluggia (Vercelli) il contestato mega deposito D2 – di cui sono iniziati da poco i lavori – in virtù dei poteri speciali e in deroga alla normativa urbanistica.
È la prima parte del comma 4 quello che impensierisce maggiormente gli ambientalisti e che secondo loro «esautorerebbe i comuni e i sindaci»: una volta ottenuto l’ok del ministero dello Sviluppo economico, Sogin potrebbe operare senza ulteriori “ostacoli” burocratici. L’autorizzazione diventerebbe, infatti, variante, e sostituirebbe ogni provvedimento amministrativo.
Fatte salve le specifiche procedure previste per la realizzazione del Deposito nazionale e del Parco tecnologico richiamate al comma 3, l’autorizzazione alla realizzazione dei progetti di disattivazione rilasciata ai sensi dell’articolo 55 del decreto legislativo 17 marzo 1995, n.230 nonché le autorizzazioni di cui all’articolo 6 della legge 31 dicembre 1962 n. 1860, e all’articolo 148, comma 1-bis, del decreto legislativo 17 marzo 1995, n. 230, rilasciate a partire dalla data di entrata in vigore del presente decreto, valgono anche quale dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità e urgenza, costituiscono varianti agli strumenti urbanistici e sostituiscono ogni provvedimento amministrativo, autorizzazione, concessione, licenza, nulla osta, atto di assenso e atto amministrativo, comunque denominati, previsti dalle norme vigenti costituendo titolo alla esecuzione delle opere.
«Così – sostiene Godio – si dà mano libera a Sogin di installare dove vuole i depositi senza il parere discriminante delle istituzioni locali. Tanti depositi renderanno meno esigente la costruzione di un vero deposito nazionale più sicuro, che per legge doveva essere pronto entro la fine del 2008. Sogin ha ultimamente chiesto l’autorizzazione per la costruzione di depositi, a sua detta temporanei, in ogni sito italiano, situati spesso in località illogiche». Solo in Piemonte sono previsti due depositi nucleari a Saluggia, altri due a Trino Vercellese e un deposito nucleare a Bosco Marengo (in fase di realizzazione). «I siti – conclude Godio – rischiano di diventare depositi di sé stessi, in barba al decommissioning che dovrebbe eliminare nei luoghi ogni vincolo derivante dalla presenza di radioattività».
da una mail di Tiziano Cardosi a ecologia@peacelink.it
Transcend Peace University
Gentilissimo Gruppo Territoriale dell'Associazione per la Pace di Pisa,
Sono Federica Riccadonna, collaboratrice presso l’ufficio coordinamento didattico della Transcend Peace University, università online, attualmente diretta dal Prof. Dr. Johan Galtung, internazionalmente riconosciuto come il fondatore della disciplina accademica degli Studi per la Pace, Premio Nobel Alternativo per la Pace nel 1987 e presidente onorario del Galtung-Institut di Grenzach-Wyhlen in Germania.
La rete TRANSCEND International è famosa per essere la prima rete internazionale no profit per la Pace, lo Sviluppo e l’Ambiente, dedita a contribuire a un mondo più equo e meno violento attraverso la trasformazione e la mediazione del conflitto con mezzi pacifici.
Attualmente connette oltre 500 mediatori, lavoratori, ricercatori per la pace, giornalisti, insegnanti, autori, artisti, professori, e studenti in oltre 80 paesi e in 6 continenti.
Considerato il vostro interesse e impegno nell’ambito della pace/giustizia/educazione, e il contributo che state dando per diffondere una nuova cultura di pace, abbiamo pensato di informarvi sulle nostre proposte in merito ai corsi online che inizieranno il prossimo 5 Marzo 2012 come parte del programma di 12 settimane della TRANSCEND International Peace University on-line.
Vi saremmo molto grati se poteste inoltrare questo messaggio a chiunque fosse interessato, ad esempio vostri collaboratori, attraverso reti o associazioni presenti sul vostro territorio, in modo da aiutarci a diffondere questa possibilità di studio e crescita.
Sono sicura che il vostro lavoro e le vostre conoscenze saranno fondamentali e preziose per promuovere una nuova cultura di pace, per questo motivo vi scrivo, sperando in una possibile diffusione di questa opportunità di studio.
Anche pensando a scenari futuri e stimolanti di confronto e discussione su questi temi, in modo da coinvolgere la popolazione e i giovani.
In allegato troverete specifiche informazioni riguardo ai corsi online.
La lingua di lavoro sarà l'inglese. Tuttavia sono state prese alcune attenzioni per coloro che avessero difficoltà con la lingua.
Esiste la possibilità di essere affiancati da un tutor italiano.
Inoltre, i corsi del professor A. L'Abate sono bilingue, e i compiti assegnati durante i corsi del professor J. Galtung possono essere redatti in lingua italiana, vista la sua conoscenza della lingua.
(I certificati saranno rilasciati da TRANSCEND International)
Ulteriore nota, che vorrei sottoporre alla vostra attenzione, riguarda la possibilità di leggere gli editoriali settimanali di J. Galtung in inglese sul sito Transcend oppure in italiano sul sito del Centro Studi Sereno Regis di Torino.
Saremo lieti di rispondere a qualsiasi ulteriore informazione, curiosità o richiesta.
Distinti Saluti
Federica Riccadonna
Staff coordinamento didattico
Riccadonna@transcend.org
Sono Federica Riccadonna, collaboratrice presso l’ufficio coordinamento didattico della Transcend Peace University, università online, attualmente diretta dal Prof. Dr. Johan Galtung, internazionalmente riconosciuto come il fondatore della disciplina accademica degli Studi per la Pace, Premio Nobel Alternativo per la Pace nel 1987 e presidente onorario del Galtung-Institut di Grenzach-Wyhlen in Germania.
La rete TRANSCEND International è famosa per essere la prima rete internazionale no profit per la Pace, lo Sviluppo e l’Ambiente, dedita a contribuire a un mondo più equo e meno violento attraverso la trasformazione e la mediazione del conflitto con mezzi pacifici.
Attualmente connette oltre 500 mediatori, lavoratori, ricercatori per la pace, giornalisti, insegnanti, autori, artisti, professori, e studenti in oltre 80 paesi e in 6 continenti.
Considerato il vostro interesse e impegno nell’ambito della pace/giustizia/educazione, e il contributo che state dando per diffondere una nuova cultura di pace, abbiamo pensato di informarvi sulle nostre proposte in merito ai corsi online che inizieranno il prossimo 5 Marzo 2012 come parte del programma di 12 settimane della TRANSCEND International Peace University on-line.
Vi saremmo molto grati se poteste inoltrare questo messaggio a chiunque fosse interessato, ad esempio vostri collaboratori, attraverso reti o associazioni presenti sul vostro territorio, in modo da aiutarci a diffondere questa possibilità di studio e crescita.
Sono sicura che il vostro lavoro e le vostre conoscenze saranno fondamentali e preziose per promuovere una nuova cultura di pace, per questo motivo vi scrivo, sperando in una possibile diffusione di questa opportunità di studio.
Anche pensando a scenari futuri e stimolanti di confronto e discussione su questi temi, in modo da coinvolgere la popolazione e i giovani.
In allegato troverete specifiche informazioni riguardo ai corsi online.
La lingua di lavoro sarà l'inglese. Tuttavia sono state prese alcune attenzioni per coloro che avessero difficoltà con la lingua.
Esiste la possibilità di essere affiancati da un tutor italiano.
Inoltre, i corsi del professor A. L'Abate sono bilingue, e i compiti assegnati durante i corsi del professor J. Galtung possono essere redatti in lingua italiana, vista la sua conoscenza della lingua.
(I certificati saranno rilasciati da TRANSCEND International)
Ulteriore nota, che vorrei sottoporre alla vostra attenzione, riguarda la possibilità di leggere gli editoriali settimanali di J. Galtung in inglese sul sito Transcend oppure in italiano sul sito del Centro Studi Sereno Regis di Torino.
Saremo lieti di rispondere a qualsiasi ulteriore informazione, curiosità o richiesta.
Distinti Saluti
Federica Riccadonna
Staff coordinamento didattico
Riccadonna@transcend.org
mercoledì 1 febbraio 2012
IN MEMORIA DI GIANNI FIORENTINI
Il 2 febbraio 2011 Gianni Fiorentini ha lasciato questo mondo, in questo mondo lasciando un esempio luminoso di infinita bonta', e un'eredita' grande e feconda: la prova per sempre vivente che e' possibile amare la dignita' di tutti gli esseri umani, di tutti gli esseri viventi, dell'intera biosfera, ed amandola operare per riconoscerla, proteggerla, sostenerla, recarle quell'aiuto in cui consiste l'umana solidarieta', l'umana responsabilita', l'umana civilta', il sentimento della bellezza del mondo che il mondo salva.
*
Gianni e' stato uno straordinario amico della nonviolenza, uno straordinario lottatore contro le menzogne e le ingiustizie, uno straordinario maestro di verita', quella verita' che solo si da' nell'umile nudo impegno al servizio delle umili nude vite, nel porsi alla sequela dell'insegnamento recato nel discorso della montagna, nel donarsi senza riserve affinche' splenda e non sia giammai conculcata la dignita' di tutti e di ciascuno, ed il mondo sia il luogo dell'incontrarsi fraterno e sororale, dell'armonia e dell'empatia in cui si compongono i conflitti, dell'amore in cui si trova soccorso, sollievo e infine pace la sofferenza.
*
Gianni e' stato un nostro compagno di lotte nonviolente, di tutte le lotte nonviolente che tuttora occorre condurre contro ogni violenza.
Costruttore di pace infaticabile, a un anno dal decesso la sua lezione e la sua memoria sono vive tra noi, in noi.
Con gratitudine profonda lo ricordiamo.
E ad Antonella che gli e' stata sposa e compagna di vita e di impegno morale e civile vogliamo dire ancora una volta la nostra vicinanza.
Il "Centro di ricerca per la pace e i diritti umani" di Viterbo
Viterbo, primo febbraio 2012
Mittente: "Centro di ricerca per la pace e i diritti umani" di Viterbo
strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo
e-mail: nbawac@tin.it
web: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/
_______________________________________________
Nonviolenti mailing list
Nonviolenti@lists.nonviolenti.org
http://lists.nonviolenti.org/cgi-bin/mailman/listinfo/nonviolenti
COSA PENSANO GLI AFGHANI DELLE TRUPPE INTERNAZIONALI?
INVITO
COSA PENSANO GLI AFGHANI DELLE TRUPPE INTERNAZIONALI?
Qualsiasi decisione politica sul futuro del contingente italiano dovrà tenerne conto
Presentazione a Roma, il 7 febbraio, della prima ricerca sulle percezioni degli afghani, realizzata nella regione Isaf-Nato sotto responsabilità italiana
Martedì 7 febbraio, ore 12,00-13,30
Sala Starlin Arush - Intersos, via Aniene 26A, Roma
«Le truppe straniere agli occhi degli afghani. Opinioni, percezioni e rumors a Herat, Farah e Badghis» è una ricerca promossa dall’organizzazione umanitaria Intersos, attiva in Afghanistan, e realizzata da Giuliano Battiston, giornalista e ricercatore, già autore di ricerche e reportage dall’Afghanistan. Tenendo presente la letteratura accademica in materia, essa si basa su una serie di interviste realizzate nel 2011 nelle tre province citate, che si trovano nell’area del comando regionale occidentale Isaf-Nato, sotto responsabilità italiana.
“Le interviste sono state realizzate con 72 interlocutori diversi: governatori, autorità tradizionali (Shura), commercianti, insegnanti, giornalisti, religiosi, imprenditori, funzionari governativi, magistrati, operatori sociali e sindacali, gente comune”, afferma Marco Rotelli, segretario generale di Intersos, evidenziando che “esse raccolgono opinioni e giudizi interessanti e talvolta sorprendenti sulla presenza dei contingenti internazionali e sulle attività integrate civili-militari dei PRT (Provincial Reconstruction Teams)”.
“Sulle aspettative future, ci preme evidenziare - continua Rotelli - due dei punti che ricorrono nelle testimonianze raccolte: che la transizione rafforzi la protezione e la sicurezza dei civili e non sia intesa soltanto come un mero trasferimento di responsabilità militari; che l’inefficacia delle strategie fin qui adottate non venga sostituita da un crescente disinteresse per le sorti del paese quando i contingenti internazionali avranno lasciato l’Afghanistan. Entrambi i rischi sono reali”.
“La ricerca offre un utile strumento di analisi a chi sia interessato a conoscere le idee degli afghani, oltre che preziose indicazioni a quanti hanno il compito istituzionale di delineare il contributo che l’Italia può portare alla soluzione del conflitto”, ribadisce Nino Sergi, presidente dell’organizzazione umanitaria, secondo il quale “la ricerca, per quanto parziale, è di grande valore e significato, per noi organizzazioni umanitarie ma soprattutto per il governo italiano, i politici, i militari e chiunque intenda impegnarsi in questa fase in Afghanistan”.
“Essa nasce – continua Sergi - dalla convinzione che ogni ipotesi futura sia destinata a rimanere fragile se non si tiene conto dei giudizi, delle percezioni e delle volontà degli afghani che, a dispetto delle tante dichiarazioni di principio in senso contrario, sono stati a lungo relegati ai margini del dibattito politico”, e aggiunge: “il periodo di transizione, con il progressivo trasferimento della responsabilità della sicurezza dalle forze internazionali a quelle locali, deve diventare l’occasione per modellare le prossime iniziative, politiche, diplomatiche e militari, partendo innanzitutto dalla visione, le opinioni, i timori e le richieste degli afghani”.
L’autore della ricerca, Giuliano Battiston, spiega che “quelle degli afghani sono richieste che possono anche contraddire le aspettative dei policymakers o dell’opinione pubblica occidentale; ma anche laddove questo avvenga o tali opinioni appaiano inverosimili a un occhio geograficamente, culturalmente o politicamente lontano, esse non vanno accantonate. Quel che conta è che tali opinioni esistano, siano diffuse e abbiano un impatto, diretto o indiretto, esplicito o implicito, sul modo in cui gli afghani percepiscono e si rapportano alla comunità internazionale”. “Sottovalutarle - continua Battiston - significa perdere l’occasione, forse l’ultima, che la transizione offre alla comunità internazionale per rimediare agli errori del passato e sintonizzare i propri obiettivi con quelli della popolazione afghana”.
“Ma tenere conto delle opinioni, dei giudizi e delle percezioni della popolazione - precisa Battiston - significa conoscerle, o perlomeno essere interessati a conoscerle, per poi farne materia di elaborazione politico-strategica evitando che, come fatto finora, la formulazione delle politiche che riguardano l’Afghanistan sia appannaggio soprattutto dei policymakers occidentali”.
Condensati nelle 15 pagine di “Sintesi”, “Introduzione” e “Metodologia”, tali concetti vengono articolati nelle successive 63 pagine in cui sono accuratamente selezionate e trascritte le testimonianze degli afghani, con la loro visione, le percezioni e i giudizi sulla presenza militare internazionale. Anche qualora non sembrino corrispondere alla realtà dei fatti, tali giudizi corrispondono alla realtà vista e percepita dagli afghani intervistati nelle province di Herat, Farah e Badghis: un campione variegato e rappresentativo di sentimenti diffusi anche nel resto dell’Afghanistan.
La ricerca sarà presentata alla stampa e al pubblico
Martedì 7 febbraio, ore 12,00-13,30,
presso la sala Starlin Arush, Intersos, via Aniene 26A, Roma
Si prega di comunicare la partecipazione alla presentazione della Ricerca entro lunedì 6 febbraio inviando una mail o telefonando all’Ufficio Stampa di Intersos.
INTERSOS
Organizzazione Umanitaria Onlus
Ufficio Stampa
Paola Amicucci
tel. 328.0003609 – 06.85374332
comunicazione@intersos.org
www.intersos.org
COSA PENSANO GLI AFGHANI DELLE TRUPPE INTERNAZIONALI?
Qualsiasi decisione politica sul futuro del contingente italiano dovrà tenerne conto
Presentazione a Roma, il 7 febbraio, della prima ricerca sulle percezioni degli afghani, realizzata nella regione Isaf-Nato sotto responsabilità italiana
Martedì 7 febbraio, ore 12,00-13,30
Sala Starlin Arush - Intersos, via Aniene 26A, Roma
«Le truppe straniere agli occhi degli afghani. Opinioni, percezioni e rumors a Herat, Farah e Badghis» è una ricerca promossa dall’organizzazione umanitaria Intersos, attiva in Afghanistan, e realizzata da Giuliano Battiston, giornalista e ricercatore, già autore di ricerche e reportage dall’Afghanistan. Tenendo presente la letteratura accademica in materia, essa si basa su una serie di interviste realizzate nel 2011 nelle tre province citate, che si trovano nell’area del comando regionale occidentale Isaf-Nato, sotto responsabilità italiana.
“Le interviste sono state realizzate con 72 interlocutori diversi: governatori, autorità tradizionali (Shura), commercianti, insegnanti, giornalisti, religiosi, imprenditori, funzionari governativi, magistrati, operatori sociali e sindacali, gente comune”, afferma Marco Rotelli, segretario generale di Intersos, evidenziando che “esse raccolgono opinioni e giudizi interessanti e talvolta sorprendenti sulla presenza dei contingenti internazionali e sulle attività integrate civili-militari dei PRT (Provincial Reconstruction Teams)”.
“Sulle aspettative future, ci preme evidenziare - continua Rotelli - due dei punti che ricorrono nelle testimonianze raccolte: che la transizione rafforzi la protezione e la sicurezza dei civili e non sia intesa soltanto come un mero trasferimento di responsabilità militari; che l’inefficacia delle strategie fin qui adottate non venga sostituita da un crescente disinteresse per le sorti del paese quando i contingenti internazionali avranno lasciato l’Afghanistan. Entrambi i rischi sono reali”.
“La ricerca offre un utile strumento di analisi a chi sia interessato a conoscere le idee degli afghani, oltre che preziose indicazioni a quanti hanno il compito istituzionale di delineare il contributo che l’Italia può portare alla soluzione del conflitto”, ribadisce Nino Sergi, presidente dell’organizzazione umanitaria, secondo il quale “la ricerca, per quanto parziale, è di grande valore e significato, per noi organizzazioni umanitarie ma soprattutto per il governo italiano, i politici, i militari e chiunque intenda impegnarsi in questa fase in Afghanistan”.
“Essa nasce – continua Sergi - dalla convinzione che ogni ipotesi futura sia destinata a rimanere fragile se non si tiene conto dei giudizi, delle percezioni e delle volontà degli afghani che, a dispetto delle tante dichiarazioni di principio in senso contrario, sono stati a lungo relegati ai margini del dibattito politico”, e aggiunge: “il periodo di transizione, con il progressivo trasferimento della responsabilità della sicurezza dalle forze internazionali a quelle locali, deve diventare l’occasione per modellare le prossime iniziative, politiche, diplomatiche e militari, partendo innanzitutto dalla visione, le opinioni, i timori e le richieste degli afghani”.
L’autore della ricerca, Giuliano Battiston, spiega che “quelle degli afghani sono richieste che possono anche contraddire le aspettative dei policymakers o dell’opinione pubblica occidentale; ma anche laddove questo avvenga o tali opinioni appaiano inverosimili a un occhio geograficamente, culturalmente o politicamente lontano, esse non vanno accantonate. Quel che conta è che tali opinioni esistano, siano diffuse e abbiano un impatto, diretto o indiretto, esplicito o implicito, sul modo in cui gli afghani percepiscono e si rapportano alla comunità internazionale”. “Sottovalutarle - continua Battiston - significa perdere l’occasione, forse l’ultima, che la transizione offre alla comunità internazionale per rimediare agli errori del passato e sintonizzare i propri obiettivi con quelli della popolazione afghana”.
“Ma tenere conto delle opinioni, dei giudizi e delle percezioni della popolazione - precisa Battiston - significa conoscerle, o perlomeno essere interessati a conoscerle, per poi farne materia di elaborazione politico-strategica evitando che, come fatto finora, la formulazione delle politiche che riguardano l’Afghanistan sia appannaggio soprattutto dei policymakers occidentali”.
Condensati nelle 15 pagine di “Sintesi”, “Introduzione” e “Metodologia”, tali concetti vengono articolati nelle successive 63 pagine in cui sono accuratamente selezionate e trascritte le testimonianze degli afghani, con la loro visione, le percezioni e i giudizi sulla presenza militare internazionale. Anche qualora non sembrino corrispondere alla realtà dei fatti, tali giudizi corrispondono alla realtà vista e percepita dagli afghani intervistati nelle province di Herat, Farah e Badghis: un campione variegato e rappresentativo di sentimenti diffusi anche nel resto dell’Afghanistan.
La ricerca sarà presentata alla stampa e al pubblico
Martedì 7 febbraio, ore 12,00-13,30,
presso la sala Starlin Arush, Intersos, via Aniene 26A, Roma
Si prega di comunicare la partecipazione alla presentazione della Ricerca entro lunedì 6 febbraio inviando una mail o telefonando all’Ufficio Stampa di Intersos.
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