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mercoledì 7 settembre 2011

OPS: IL GIRO CICLISTICO DELL'INESISTENTE PADANIA E' PASSATO OGGI...

Avevo così voglia di scrivere un pezzo contro il giro della padania che sarebbe arrivato a Laigueglia, che ho sbagliato giorno: il giro della fantomatica padania è passato oggi...
...a Savona, invece delle folle festanti hanno trovato un po' di gente, neanche poi poca, che la festa voleva farla -nonviolentemente- ai ciclisti...
Comunque, anche se ho sbagliato giorno, il succo del pezzo non cambia. Anzi ho sognato di avere un'automobile come quella di Diabolik e che, schiacciando un provvidenziale pulsantino, sganciavo sul manto stradale un bel tappeto di chiodi a tre punte, precedendo il giro padanesco, ovviamente... 

Parlare chiaro. Intervista a Caterina Romeo



di Marta Facchini


Caterina Romeo, docente di Studi di Genere presso l'Università di Roma "La Sapienza", si occupa di studi post-coloniali e sulla migrazione. Curatrice ed autrice di numerosi testi a riguardo, pubblica nel 2005 "Narrative tra due sponde: Memoir d'Italiane in America" (Roma; Carocci; 2005) ed è ora in procinto di scrivere un secondo libro, testo sulle scrittrici migranti e post-migranti nell'Italia contemporanea. Docente, tra il 2002-2005, di Women's and Gender Studies presso la Rutgers University, organizza due serie di eventi letterari con scrittrici italo americane ("Voices of Migration" e "Re-Writing the Immigrant Narrative") e una conferenza internazionale sulle migrazioni in Europa ("Trading Cultures: Migration and Multiculturalism in Contemporary Europe").






Immigrato e migrante. È esatto parlare di una differenza tra le due parole?


Il significato delle parole "immigrato" ed "emigrato" in italiano indicano una persona che migra verso uno stato o fuori da esso. Questo però se ci atteniamo al significato del dizionario. Ci sono poi delle stratificazioni di significati che includono aspetti sociali e culturali. La parola immigrato, il cui significato non è di per sé né positivo né negativo, ha assunto una valenza negativa per il fatto che all'immigrazione si guarda sempre come a un problema sociale, come a un'invasione di persone che verranno e cercheranno di sovvertire la nostra società, con i loro usi e costumi, con la loro religione. Il termine "migrante" invece viene di solito utilizzato in modo più neutro, per indicare, senza connotazioni, colui o colei che migra. È però interessante notare che il senso di problematicità e di negatività implicitamente attribuito ai movimenti migratori si estende anche al termine "migrante", che infatti non viene mai utilizzato per definire uno statunitense o un giapponese, ad esempio, che si trasferiscano in Italia. Nei termini "immigrato" e "migrante" c'è una forte componente di razza e di classe sociale.




Nero e di colore. Entrambi vengono ritenuti i termini "politicamente corretti" del linguaggio parlato. Crede che sia possibile pensare a queste come a parole neutre, prive di ogni giudizio di valore? Si può ottenere una neutralità nel linguaggio?


Come ci ricorda Luce Irigaray, parlare non è mai neutro. Io non credo nella neutralità e nell'oggettività, ed è una cosa da cui metto sempre in guardia i miei studenti e le mie studentesse. Dico loro, quando qualcuno vi vuole far passare qualcosa come oggettivo, neutrale, come un dato di fatto che non deve essere messo in discussione, chiedetevi sempre chi ve lo dice e con che finalità. Chi beneficia di quella neutralità, di quella oggettività. La terminologia è sempre molto problematica, perché un termine, nella sua brevità, tende sempre a lasciare qualcuno fuori o a essenzializzare qualcun altro. Il problema di questi termini è che molto spesso contengono echi che vengono dal colonialismo, dalla schiavitù, dalla segregazione. Questo è il caso per la parola "colored" negli Stati Uniti, usata durante il periodo della segregazione razziale per dividere gli spazi accessibili ai bianchi e ai neri. Oggi secondo me "di colore" non è più un termine politicamente corretto, io almeno non lo uso mai, laddove invece "nero" lo è, visto che è semplicemente un colore. Il problema è che il termine "nero" lascia fuori tutte quelle persone che non sono bianche, ma neanche nere (asiatici, nativi americani, latino americani, aborigeni australiani, etc.). Allora per un periodo in ambito angloamericano si è utilizzato il termine "non white", che però è altrettanto problematico perché definisce le persone e in particolare le donne nere e colorate in genere in base a una mancanza, quella del colore bianco. Qualche tempo fa ho discusso di questo con Grada Kilomba, una studiosa di origini africane portoghesi che lavora in Germania, che affermava che lei usa il termine "women of color" in inglese quando insegna in tedesco, e che secondo lei questo termine dovrebbe essere adottato in inglese come termine di resistenza per parlare di tutte le donne non bianche. Lo trovo molto interessante, anche se naturalmente questo poi riproporrebbe il problema che l'inglese è la principale lingua del colonialismo.






La storia della filosofia contemporanea e, allo stesso tempo, l'esperienza femminista hanno sottolineato il carattere performativo del linguaggio. A tale proposito, ritiene che l'utilizzo di determinate parole da parte dei media contribuisca a veicolare l'opinione pubblica nei confronti della migrazione?




A questa domanda ho già in parte risposto prima. Certamente i media sono fondamentali nella rappresentazione dei migranti, e le rappresentazioni sono fondamentali perché è in base a quelle rappresentazioni che noi immaginiamo. Il sociologo Alessandro Dal Lago ha affermato che i media costruiscono quella che lui definisce "tautologia della paura", cioè un sistema comunicativo in cui la paura dei migranti - fondata su una loro implicita devianza - rafforza se stessa in seguito ad un continuo allarmismo e a un'atmosfera di continua emergenza.






Magritte

La carta stampata è solitamente attraversata da un leitmotiv; nel momento in cui vengono affrontati episodi di cronaca, cronaca nera nella maggior parte delle circostanze, si sottolinea la provenienza del protagonista qualora esso sia di nazionalità non italiana. Si possono riportare una serie di esempi; "Donna perseguitata. Albanese arrestato" (Il Tempo, 14 gennaio 2011); "Incidente stradale a Roma. Rumeno uccide 37enne" (SKY TG24); "Omicidio nella notte; senegalese uccide commerciante"(Libero, 28 luglio 2010). A suo parere, qual' è il meccanismo che porta a sottolineare solo alcune nazionalità? Le modalità linguistiche impiegate dai giornali mancano di oggettività?


Si sottolineano le nazionalità che si vogliono criminalizzare e si crea la paura che la violenza venga dal di fuori. Invece, come tristemente sappiamo, la maggior parte delle violenze subite, in particolare dalle donne, vengono da membri della famiglia. Però mettere in crisi l'istituzione della famiglia, nella cattolicissima Italia, è molto più complicato. È più facile identificare il male con i migranti, tout court.


L'atteggiamento di sottolineare solamente alcune provenienze nel descrivere i fatti di cronaca ha, secondo lei, una specifica data di inizio?


Non saprei, ma se ce l'ha sicuramente non è recente. Almeno se ci riferiamo anche ad altri paesi. Prenda gli Stati Uniti, ad esempio, dove gli immigrati italiani sono stati per lungo tempo indesiderati. C'è una vignetta famosissima uscita su un giornale statunitense del 1903 che ritrae gli immigrati italiani che sbarcano, e sono ritratti come topi di fogna.


Ne deriva spesso l'immagine del migrante-nemico, colui che, in quanto tale, "deve" essere fronteggiato. Quanto il meccanismo della paura contribuisce all'atteggiamento ostile nei confronti del migrante?


E come potrebbe essere il contrario? Se tutti i giorni sentiamo che una categoria di persone è pericolosa, come possiamo non temere per noi stessi, i nostri figli, i nostri cari. Certo, siamo poi in grado di filtrare e di prendere posizioni diverse, ma è molto più difficile di quanto si creda. Come sappiamo dagli studiosi di comunicazione, le informazioni che ci arrivano (specialmente) dalla televisione sono informazioni pervasive, che il cervello assorbe spesso in modo acritico. E così, come ho detto prima, si crea la tautologia della paura.






da una mail di luisa.rizzo@alice.it a dw-intercultura@yahoogroups.com

martedì 6 settembre 2011

Si è concluso oggi a Laigueglia, ridente cittadina dell'estremo ponente savonese, il Primo giro ciclistico della Padania. Ad accogliere i prodi partecipanti masse festose di allegri e rubicondi padani. Ad ogni tappa, turbe vocianti e ridanciane hanno accolto i valorosi eroi del pedale che hanno unito idealmente tutte le terre padane.
"E' stato un grande evento" ha proclamato il Trota ad una decina di migliaia di persone che hanno raggiunto Laigueglia con tutti i mezzi, pedalò compresi. Treni speciali sono stati organizzati da Varese e Viuggiù, da Brembate di Sotto a Agliè. Qualcuno è anche arrivato in nave e, al largo del borgo, avvinto da bandiere verde-lega (da non confondere con quelle verde-Libia), ha nuotato fino a riva, accolto anch'egli da masse festanti.
Il Sindaco si è commosso e ha pianto. Anche l'opposizione ha pianto, ma per altri motivi.

nota mia:
non è vero nulla. il giro della padania si è davvero concluso a Laigueglia. Ma non so quanti se ne siano accorti.



IL SILENZIO DEI PACIFISTI UCCIDE. E QUELLO DI TUTTI GLI ALTRI?

C'è stata una piccola querelle su un presunto silenzio pacifista a proposito della Libia. Pubblico dapprima il pezzo di Marinella Correggia che ha dato il via alla disputa; poi la risposta di Mao Valpiana e infine una mia piccola noterella.

“LIBIA, IL SILENZIO DEI PACIFISTI HA UCCISO”



GUERRA, COSA SI SAREBBE DOVUTO FARE E NON SI E' FATTO


di MARINELLA CORREGGIA


Mentre gli alleati locali della Nato (i cosiddetti ribelli) qualificano di "atto di aggressione" l'accoglienza che l'Algeria avrebbe dato a moglie e alcuni figli e nipoti di Gheddafi, e mentre tutte le foto della famiglia sterminata dalla Nato in luglio a Sorman e diventata un simbolo dei crimini di guerra sono sparite dagli hotel e sono state sostituite dalla bandiera monarchica, e mentre a Tripoli NON si contano i morti degli ultimi giorni (sotto i bombardamenti che hanno spianato la strada agli alleati locali, e per l'eliminazione fisica di lavoratori africani con il pretesto che erano "mercenari", e con l'epurazione di libici vicini all'ex regime e di quelli in precedenza fuggiti dall'Est), e mentre nessuno conterà mai i morti civili di 20.000 raid aerei condotti da piloti mercenari occidentali (mercenari, visto che appoggiavano una fazione libica) sulla base di un mandato Onu per proteggere i civili stessi,...
...e meno che mai nessuno conterà i morti fra i soldati, nel tiro al piccione dai cieli, e mentre l'Italia NON accoglierà e mentre prosegue una medioevale caccia all'uomo degna del miglior far west (di nuovo il "wanted" sulla porta del saloon, ha ricordato il presidente del Venezuela) adesso mi rendo conto che l'unica cosa utile da fare in tutti i modi sarebbe stata una campagna A MARZO per appoggiare la proposta di Chavez e dei paesi dell'Alba, accettata dalla Libia: MEDIAZIONE FRA LE PARTI E INVIO DI OSSERVATORI ONU i quali avrebbero visto che non c'erano affatto i diecimila morti fra i manifestanti (mesi dopo, Amnesty International parlava di 209 morti accertati, su entrambi i fronti visto che molti poliziotti e custodi erano stati uccisi dai manifestanti) togliendo la scusa per l'intervento. Invece non si è fatto.
Dopo che un giorno il Manifesto forse solo casualmente non mi aveva pubblicato un pezzo su appunto questa iniziativa venezuelana (e anzi aveva pubblicato un pezzo di Wallerstein in cui praticamente qualificava di idiota il povero Chavez), agli inizi di marzo, sdegnata mi sono allontanata da loro non scrivendo quasi più in merito. Idiota. Occorreva insistere. Se il Manifesto - l'unico quotidiano che dal 1991 è sempre stato contro le guerre - avesse fatto una simile campagna, dicendo qualcosa ogni giorno in merito, appoggiato da altri media alternativi e trascinando per esempio gli antiguerra superstiti che non sapevano che fare, l'iniziativa di Chavez avrebbe avuto qualche chance, come chiedeva Fidel ai paesi e ai popoli del mondo.
Un'altra guerra, e niente di efficace da parte dei pacifisti. Che comunque non esistono più. Non parlerei più di pacifisti; meglio usare il termine "oppositori alla guerra". Arci, Acli, Cgil e componenti (mai un minuto di sciopero contro nessuna guerra dal 1991 in avanti), Tavola della Pace, per non dire di Attac Francia, dei vari aderenti di di punta al Forum Sociale Mondiale, dei vari Sullo, delle Ong varie e di chi aveva sempre altre urgenze umanitarie da seguire. Urgenze più urgenti dei massacri della Nato e dei loro alleati libici.
All'ipocrita Marcia Perugia Assisi che si svolgerà il 25 settembre avrei voglia di andare con un cartello: "Libia. Il silenzio dei pacifisti ha ucciso". Molti del "movimento" e della "società civile" adesso arriveranno, a fare il business umanitario laggiù, parallelamente al business della ricostruzione e del petrolio. Vincono sempre gli scrocconi di guerra che sono tanti e su tutti i fronti. Ce n'è di che voler stracciare il passaporto e non rifarlo.
Marinella Correggia
30.08.2011

GUERRA IN LIBIA: I SILENZI, LE PAROLE, I FATTI DEI PACIFISTI


Una risposta a Marinella Correggia, di Mao Valpiana.


Cara Marinella Correggia,


non sono d’accordo. Sulla guerra in Libia dici che “il silenzio dei pacifisti ha ucciso”, lasciando intendere che se avessero parlato le cose sarebbero andate diversamente. Ma purtroppo non è così.


Sai bene che milioni e milioni di persone che nel febbraio del 2003 sono scese in piazza contro la guerra in Iraq “senza se e senza ma”, non hanno ritardato di un giorno l’inizio dei bombardamenti.


Illudersi di fermare una guerra quando i motori degli aerei sono già accesi, è una sciocchezza immane, imperdonabile per un movimento che dovrebbe aver raggiunto una certa maturità.


La Marcia Perugia-Assisi, che tu bocci come “ipocrita”, ha cinquant’anni di storia alle spalle, ed ha attraversato la guerra d’Algeria, del guerra del Viet-nam, la guerra fredda, la guerra nel Golfo, la guerra nei Balcani, la guerra in Cecenia, la guerra in Iraq e la guerra in Afghanistan.


Aldo Capitini, ideatore della prima marcia, era un “oppositore integrale alla guerra” (e spero che tu non voglia mettere in dubbio anche questo), ma non si è mai posto l’obiettivo velleitario di fermare una guerra in corso (nemmeno quelle scellerate volute dal fascismo), ben sapendo che le radici delle guerre sono forti e profonde e possono essere debellate solo con un ampio movimento di resistenza e non collaborazione nonviolenta. Alla costruzione di un Movimento Nonviolento, che è il frutto principale della prima marcia Perugia-Assisi, Aldo Capitini ha dedicato gli ultimi anno intensi della sua vita, proprio per avere a disposizione uno strumento di “opposizione integrale alla guerra”.


Il punto decisivo, cara Marinella, per me è proprio questo: se vogliamo contrastare efficacemente la guerra, noi dobbiamo distruggere gli strumenti che le guerre rendono possibili, cioè le armi e gli eserciti. E su questo i pacifisti integrali, cioè i nonviolenti, non hanno mai taciuto, e quindi non sono accusabili di silenzi complici, nemmeno per la guerra in Libia.


L’errore madornale in cui spesso cade il movimento per la pace, è quello di chiedere ad altri (all’Onu, all’Europa, ai governi – cioè ai responsabili primi) di fermare la guerra, di ritirare le truppe. E’ una dichiarazione di impotenza. Il compito del movimento pacifista, invece, dovrebbe essere quello di mettere in atto campagne di reale dissociazione dalla guerra (obiezione alle spese militari, obiezione di coscienza, boicottaggi, ecc.) e nel contempo avviare le alternative ai conflitti armati (corpi civili di pace).


Se vogliamo davvero evitare la prossima guerra (Iran o Siria?) dobbiamo da oggi combattere il militarismo in casa nostra, tagliare le spese militari, non pagare per le missioni belliche all’estero, fare obiezione di coscienza ad ogni manifestazione militare, contestare l’esercito. Il lavoro della nonviolenza è soprattutto preventivo, anche se non fa chiasso.


Stiamo attenti a non confondere il movimento con l’agitarsi a vuoto, e il silenzio con il lavoro umile.


Cara Marinella, il Movimento Nonviolento è co-promotore della marcia Perugia-Assisi “per la pace e la fratellanza dei popoli” per farne un’occasione importante di crescita di tutto il movimento pacifista verso la nonviolenza. Spero di trovarti al mio fianco mentre cammini con il tuo cartello. Il mio dirà: “Contro la guerra di domani, disarmiamoci oggi”.


Mao Valpiana


Presidente del Movimento Nonviolento

Verona, 6 settembre 2011


Nota mia:


Cara Marinella,


troppo facile fare di ogni erba un fascio! E' vero che il movimento pacifista non è mai riuscito a fermare una guerra. E' anche vero che non abbiamo a disposizioni giornali, tv e altro quanto i bellicisti, di ogni razza e colore. Tu dici che il manifesto (che non leggo più da anni) non ti ha pubblicato un pezzo sulla proposta di Chavez? Bè? Perchè il manifesto è nonviolento? E un sindacalista della CGIL che avevo criticato in una assemblea a Milano contro la I Guerra del Golfo, lo sai cosa mi ha risposto? "Che il pacifismo non ha mai fatto parte della storia del Movimento Operaio".


Ma veniamo alle cose serie: hai letto i siti pacifisti e nonviolenti? Il mio piccolissimo blog (http://giulianofalco.blogspot.com) ha sempre pubblicato notizie contro la guerra (tutte le guerre) e anche la controinformazione sulla Libia. Certo, rispetto al Manifesto, il mio blog è nulla: per fortuna ci sono gli altri: Peppe Sini, il sito nonviolenti.org, Peacelink ecc. Hai mai provato a leggere loro?


Quando sento dire da qualcuno "Ma voi cosa fate contro la guerra?" Gli rispondo "Perchè tu cosa hai fatto?".


Ancora un'ultima cosa: mi risulta che solo i siti pacifisti e nonviolenti abbiano parlato dell'acquisto degli F 35 bombardieri che costano barcate di soldi, in quest'ora in cui il governo taglia su tutto perchè non ci sono soldi per nessuno se non per i militari. Tu cosa hai fatto a questo proposito?


Cordialmente


Giuliano Falco



lunedì 5 settembre 2011

APERTURA di Andrea Fumagalli *

http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/ricerca/nocache/1/manip2pg/15/manip2pz/309230/manip2r1/fumagalli/


LA ROTTA D'EUROPA
Il diritto alla bancarotta come contropotere finanziario


Solo il diritto all'insolvenza degli stati potrebbe smontare il potere finanziario. L'Euopa potrebbe cambiare le regole e unire le sue politiche fiscali Una finanza mondiale grande otto volte l'economia reale non è sopportabile e la politica monetaria aiuta la speculazione


In queste settimane di crisi finanziaria e di pressione speculativa sui paesi mediterranei, l'Europa non ha fatto una bella figura. E non poteva essere altrimenti, dal momento che la costruzione di un'Europa politica, economica e sociale è ancora lungi dall'essere raggiunta. I poteri sono in mano alla Bce, che detta legge, tramite l'asse Merkel -Sarkozy. Eppure, ci potrebbero essere gli spazi per creare le premesse della costruzione di quell'Unione europea, sociale, economica, solidale e federale che tutti auspichiamo, in grado di essere superiore agli opportunismi nazionalistici. Una Ue che è del tutto antitetica a quella che viene rappresentata dalla lettera "segreta" o "confidenziale" di Trichet e Draghi al governo italiano, nella quale vengono dettate le linee di politica economica che l'Italia dovrebbe seguire se vuole ottenere un aiuto per evitare il rischio di default e l'aumento degli oneri d'interesse. Il diktat della Bce si basa su due false ma comode convenzioni, che derivano dal dogma neo e social-liberista: neutralità dei mercati finanziari e fiducia nel loro ruolo di arbitro imparziale dell'efficienza del libero mercato; la possibilità che politiche fiscali recessive possano raggiungere l'obiettivo del pareggio di bilancio pubblico e quindi contrastare la speculazione.


Il biopotere dei mercati finanziari si è grandemente accresciuto con la finanziarizzazione dell'economia. Se il Pil del mondo intero nel 2010 è stato di 74 mila miliardi di dollari, la finanza lo surclassa: il mercato obbligazionario mondiale vale 95 mila miliardi di dollari, le borse di tutto il mondo 50 mila miliardi, i derivati 466 mila miliardi. Tutti insieme questi mercati muovono un ammontare di ricchezza otto volte più grande di quella prodotta in termini reali: industrie, agricoltura, servizi. Tutto ciò è noto, ma ciò che spesso si dimentica è che tale processo, oltre a spostare il centro della valorizzazione e dell'accumulazione capitalistica dalla produzione materiale a quella immateriale e dello sfruttamento dal solo lavoro manuale anche a quello cognitivo, ha dato origine ad una nuova "accumulazione originaria" caratterizzata da un elevato grado di concentrazione. Per quanto riguarda il settore bancario, i dati della Federal Reserve ci dicono che dal 1980 al 2005 si sono verificate circa 11.500 fusioni, circa una media di 440 all'anno, riducendo in tal modo il numero delle banche a meno di 7.500. Al I° trimestre 2011, cinque Sim (Società di Intermediazione Mobiliare e divisioni bancarie: J.P Morgan, Bank of America, Citybank, Goldman Sachs, Hsbc Usa) e cinque banche (Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citycorp-Merrill Linch, Bnp-Parisbas) hanno raggiunto il controllo di oltre il 90% del totale dei titoli derivati. Nel mercato azionario, le strategie di fusione e acquisizione hanno ridotto in modo consistente il numero delle società quotate. Ad oggi, le prime 10 società con maggiore capitalizzazione di borsa, pari allo 0,12% delle 7.800 società registrate, detengono il 41% del valore totale, il 47% del totale dei ricavi e il 55% delle plusvalenze registrate. In tale processo di concentrazione, il ruolo principale è detenuto dagli investitori istituzionali (termine con il quale si indicano tutti quegli operatori finanziari - da Sim, a banche, a assicurazioni - che gestiscono per conto terzi gli investimenti finanziari: sono oggi coloro che negli anni '30 Keynes definiva gli "speculatori di professione") . Oggi, sempre secondo i dati della Federal Reserve, gli investitori istituzionali trattano titoli per un valore nominale pari a 39 miliardi, il 68,4% del totale, con un incremento di 20 volte rispetto a venti anni fa. Inoltre, tale quota è aumentata nell'ultimo anno, grazie alla diffusione dei titoli di debito sovrano. Ad esempio, per quanto riguarda il debito pubblico, italiano, circa l'87% è detenuto da investitori istituzionali, per oltre il 60% all'estero. Da questi dati, possiamo arguire che in realtà i mercati finanziari non sono qualcosa di imparziale e neutrale, ma sono espressione di una precisa gerarchia: lungi dall'essere concorrenziali, essi si confermano come fortemente concentrati: una piramide, che vede, al vertice, pochi operatori finanziari in grado di controllare oltre il 70% dei flussi finanziari globali e, alla base, una miriade di piccoli risparmiatori che svolgono una funzione passiva. Tale struttura di mercato consente che poche società siano in grado di indirizzare e condizionare le dinamiche di mercato. Le società di rating (spesso colluse con le stesse società finanziarie), inoltre, ratificano, in modo strumentale, le decisioni oligarchiche che di volta in volta vengono prese. Quando si leggono affermazioni del tipo "sono i mercati a chiederlo", "è il giudizio dei mercati" e amenità del genere, dobbiamo renderci conti che tali cosiddetti mercati, presentati ideologicamente come entità metafisica, non sono altro che espressione di una precisa gerarchia e potere. E la Bce lo sa bene.


Il deficit pubblico è costituito da due componenti: il disavanzo o avanzo primario, pari alla differenza tra il totale delle spese e il totale delle entrate dello Stato (al netto degli interessi) e le spese per interessi sui titoli di stato emessi negli anni precedenti. Le leggi finanziarie possono intervenire solo sull'avanzo o del disavanzo primario, non sulle spese per interessi. In seguito all'adozione di misure draconiane, si può creare anche un avanzo primario, ma se in contemporanea aumenta l'onere del debito e quindi la spesa per interessi, lo sforzo per ridurre il deficit di bilancio può essere del tutto vanificato. Ed è proprio questo ciò che è successo e sta succedendo oggi in Europa per i paesi Piigs. Al momento attuale, in seguito ai vari declassamenti che le agenzie di rating hanno inflitto ai titoli di stato, il divario (spread) con i bond tedeschi (quelli considerati più affidabili) è fortemente aumentato. Di fatto, al di là delle validità e affidabilità o meno delle manovre draconiane, l'ultima parola spetta sempre, come si confà al moderno capitalismo, al biopotere dei mercati finanziari.


In secondo luogo, occorre ricordare che ogni politica fiscale restrittiva ha come conseguenza immediata la contrazione del Pil. È cosi possibile che l'effetto negativo di tali cure sul Pil sia maggiore dell'effetto positivo di riduzione del deficit, con il risultato che l'obiettivo di ridurre il rapporto deficit/Pil non possa mai venir conseguito. È il classico caso in cui la cura è talmente forte da ammazzare il paziente, utilizzando una nota metafora di Keynes. Tale rischio è tanto più elevato tanto più la politica fiscale restrittiva avviene all'indomani di una fase recessiva così pesante come quella del 2009. Ed è veramente ipocrita che gli economisti che fino a ieri chiedevano a gran voce tali misure restrittive oggi paventino il rischio della doppia recessione. Non è necessario essere esperti di economia per capire che difficilmente tali manovre di politica economica potranno avere successo. Al contrario, il rischio è che la situazione si avviti in una spirale viziosa senza uscita con la necessità ogni anno di adottare politiche fiscali ancor più recessive.

I grandi investitori istituzionali sanno perfettamente tutto ciò. Il raggiungimento del bilancio in pareggio dell'Italia o degli altri paesi europei non interessa. Ciò che a loro interessa è, in primo luogo, che lo spazio per la speculazione finanziaria rimanga sempre aperto e in secondo luogo che nuova liquidità venga continuamente e costantemente iniettata nel circuito dei mercati finanziari, al fine di accrescere la solvibilità delle transazioni. Infine, in terzo luogo, si vuole che venga garantito il pagamento delle tranches di interessi. La Bce mente sapendo di mentire.


La speculazione finanziaria è un meccanismo che nulla ha di parassitario, anzi. Da quando non sono più in vigore gli accordi di Bretton Woods, il potere finanziario stabilisce in modo autonomo e sovranazionale il valore della moneta, sulla base delle gerarchie e delle aspettative che gli speculatori istituzionali di volta in volta definiscono. La pervasività dei mercati finanziari sulla vita economica e sociale degli abitanti della terra è tale che l'accesso a porzioni (sempre più decrescenti) di ricchezza sia condizionato direttamente e indirettamente dagli effetti distributivi e distorsivi che gli stessi mercati finanziari generano. Qui sta il loro biopotere e la loro governance. Ogni euro di plusvalenza generata virtualmente nell'attività speculativa ha effetti reali sull'economia per circa un 30% (secondo i dati della Bri), mettendo in moto un moltiplicatore finanziario che incide direttamente sulle capacità di investimento e di distribuzione del reddito che stanno alla base dell'attuale processo di accumulazione. Tale 30% di fatto è creazione netta di moneta, al di fuori di qualsiasi forma di signoraggio statuale oggi esistente. La produzione di moneta a mezzo di moneta implica una ridefinizione della legge del valore-lavoro e nuove regole di sfruttamento ed è per questo potere che i mercati finanziari sono oggi il centro della valorizzazione.




A fronte di questo contesto, è necessario operare per restringere il campo d'azione dei mercati finanziari: non tramite l'illusione di una loro riforma, ma tramite la costituzione di un contropotere, in grado di erodere la loro efficacia. È necessario rompere il circuito della speculazione finanziaria andando a colpire la fonte del loro guadagno, ovvero favorendo la completa svalutazione dei titoli sovrani che sono di volta in volta al centro dell'attività speculativa. Tale obiettivo può essere ottenuto solo tramite uno strumento: il non pagamento degli interessi (o la loro dilazione temporale) e la dichiarazione di default (bancarotta). In tal modo, lo strumento stesso della speculazione verrebbe meno: i titoli sovrani diventerebbero di conseguenza carta straccia, junk bonds. Gli investitori istituzionali speculano sul rischio di default ma sono i primi a non volerlo. In tal modo, la speculazione non potrà avere come mira il welfare, soprattutto se si perseguisse una strategia di default controllato, ovvero accompagnata, a livello europeo e di concerto con la Federal Reserve, da una politica comune di gestione della crisi, finalizzata non solo a creare un fondo di intervento a sostegno dei paesi in difficoltà, ma soprattutto a emettere eurobonds in grado di sostituire i titoli sovrani entrati in default a tassi d'interessi fissi (in linea con il Libor, ad esempio), garantendo i rendimenti solo ai titoli in possesso delle famiglie e con interventi di controllo della libera circolazione dei capitali.


Il diktat della Bce, accompagnato dall'immissione di liquidità ex-nihilo, ha come scopo quello di favorire la speculazione, non di contrastarla. Solo il diritto alla bancarotta degli stati europei può rappresentare una prima risposta efficace, da coniugare con la ripresa di un movimento transnazionale europeo che ponga al primo punto la costruzione di un budget fiscale europeo unico, una politica fiscale e di spesa pubblica che travalichi i confini nazionali. I principali punti di una simile strategia programmatica possono essere i seguenti: 1. Costituzione di un fondo di garanzia europeo finanziato prevalentemente dalla Bce. 2. Aumento progressivo del contributo di ogni stato europeo (ora all'1% del Pil) per costituire un budget gestito a livello europeo in grado di favorire una politica sociale comune. 3. L'avvio di piano europeo per la definizione di una politica fiscale comune.


Tali punti rappresentano solo un programma minimo per consentire il passaggio della sovranità fiscale dal livello nazionale e quello europeo e consentire, in tal modo, di porre un contropotere al potere monetario e finanziario oggi dominante. Ma per raggiungere tali obiettivi è necessario che si sviluppino movimenti sociali fra loro coordinati in grado di incidere nello spazio pubblico e comune europeo. Dai sommovimenti ancora nazionali finalizzati a estendere il diritto all'insolvenza è ora di passare, tramite le reti studentesche, dei migranti, dei precari, delle donne, degli "indignati", al diritto alla bancarotta su scala europea. Perché tale diritto significa ipotizzare che la moneta è un bene comune.


* Collettivo UniNomade, Univ. di Pavia


(Testo integrale su ilmanifesto.it e su sbilanciamoci.info)

Nota mia: e riscoprire Proudhon?

sabato 3 settembre 2011

"Il senso del convegno sulla teologia della liberazione"


Ci scrive Moisés Sbardelotto dell' Istituto Humanitas Unisinos -IHU: "Dopo la pubblicazione della notizia «Brasile, “duello teologico” tra Gmg, Vaticano II e teologia della liberazione», diffusa questa domenica sulla home page del sito Vatican Insider, ci piacerebbe fare le seguenti precisazioni: 1. Il Congresso Continentale di Teologia non è organizzato dai "gesuiti brasiliani", neanche dall'Unisinos. L'idealizzazione e la promozione del convegno è della Fundación Ameríndia (www.amerindiaenlared.org), che ha invitato diverse altre istituzioni a collaborare nella preparazione e organizzazione dell'evento. Tra queste vi sono: Agência de Informação Frei Tito para a América Latina (Adital, Brasile); Associación de Teólogos de México (ATEM, Mexico); Conferência Latino-Americana de Religiosos (CLAR, Colombia); Instituto Teológico-Pastoral para América Latina (Itepal, Colombia); Pontificia Universidad Javeriana (PUJ, Colombia); Red Teológico-Pastoral (Guatemala); Sociedade de Teologia e Ciências da Religião (Soter, Brasile). 2. Queste varie organizzazioni invitarono l'Unisinos ad ospitare il convegno. Questo, attraverso l'Istituto Humanitas Unisinos (IHU, Brasile), e non di tutti i "gesuiti brasiliani". 3. Il Congresso vuole celebrare i 50 anni della convocazione del Concilio Vaticano II e i 40 anni di pubblicazione del libro di Gustavo Gutiérrez, «Una teologia della liberazione», senza qualcuna relazione con la GMG Rio 2013 o come un "duello teologico" con il Vaticano. Crediamo che queste informazione dovrebbero essere chiare per evitare equivoci e letture errate della proposta del Congresso Continentale di Teologia. Ringraziamo per l'attenzione e inviamo i nostri più cordiali saluti".

di Giacomo Galeazzi (vaticanista de La Stampa)

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=242&ID_articolo=4971&ID_sezione=524

venerdì 2 settembre 2011

MANOVRA: FERMATELI CON UNA FIRMA!

Io l'ho già fatto, e tu?

Giuliano


Le prospettive per la spesa sociale in Italia sono già molto preoccupanti. Ne abbiamo scritto dettagliatamente nel nostro sito HandyLex.org.


La manovra di luglio prevedeva di recuperare 4 miliardi nel 2013 e 20 nel 2014 con la riforma dell’assistenza e del fisco.


La manovra bis ha anticipato le date rispettivamente al 2012 e al 2013 e abbassato a 16 miliardi l’importo per il secondo anno. Altri 20 miliardi sono da recuperare l’anno seguente: totale 40 miliardi in tre anni.


La riforma fiscale imposta da questa Manovra inciderà duramente sui servizi alle persone, sullle indennità di accompagnamento, sulle prestazioni alle famiglie, ai bambini, agli anziani e ai non autosufficienti.






Sentiamo il dovere, quindi, di richiamare tutti all’impegno civico, chiedendo di sostenere l’azione delle Federazioni delle associazioni delle persone con disabilità (FAND e FISH) che stanno promuovendo una pressante manifestazione telematica per condizionare chi sta assumendo queste devastanti decisioni.






All’indirizzo http://www.fishonlus.it/fermiamoli/ è stato predisposto un semplice modulo che consente ad ognuno di aderire all’iniziativa, inviando automaticamente la conseguente protesta alla Presidenza del Consiglio, ai Ministri dell’economia e del Lavoro e ai diversi responsabili delle Commissioni parlamentari coinvolti nella discussione.


Vi invitiamo a firmare il prima possibile (la prossima settimana rischia di essere troppo tardi) e in tanti e a diffondere l’iniziativa.






Un grazie a chiunque darà il suo sostegno nell’interesse di milioni di Cittadini.






Carlo Giacobini


Direttore responsabile di HandyLex.org






giovedì 1 settembre 2011

Riflessioni settembrine

Allora, da che parte cominciamo?

1. oggi comincia la caccia. Si può dire qualcosa senza rischiare la querela? O violare i sacri principi della nonviolenza?

2. tra pochi giorni la Liguria verrà colpita da una nuova calamità: abbiamo appena calcolato i danni perpretati dal turismo consumista (provate ad andare su una spiaggia libera...) che vedreno sfilare il giro della padania (?). Già i ciclisti mi fanno girare le scatole, figuriamoci quelli padani! Ci sarebbe da chiedersi come e cosa facciano i comuni rivieraschi, già tartassati dalla manovra (a proposito qualcuno ci ha capito qualcosa? Personalmente solo una: i ricchi non pagano, i super ricchi men che meno: roba da rievocare Proudhon!), a sostenere le spese di qeusti pirlotti...

3. il primo che mi dice che Anarchia è sinonimo di disordine, lo picchio con la raccolta dei quotidini dell'ultima settimana. Invece lo Stato è sininomi di ordine, basta seguire le acrobazie della Banda B&B (Berlusconi e Bossi) sulla manovra. Forse è tutta una tattica: lo fanno per confoderci le idee...

4. è saltata la prima giornata del campionato di calcio. Nulla poteva toccarmi di meno: se non il fatto che una delle categorie più super pagate non vuol pagare la 'tassa di solidarietà'. In miniera! Alla catena di montaggio!

5. Come già altre volte, una domanda sorge spontanea: fino a quando?