mercoledì 6 ottobre 2010
A proposito del commento di Sandra al precedente post
"Forse non conosci questa "PERLA" della parlamentare modenese (ahimè) Isabella Bertolini. Tratta del recente omicidio a Novi di Modena:
"Il fatto che l’omicida non solo fosse in Italia da piu’ di dieci anni, ma fosse anche il proprietario della locale moschea fa riflettere sui danni del multiculturalismo. Episodi del genere impongono anche una riflessione sulla necessita’ di modificare in senso restrittivo la legge sulla cittadinanza, per garantire questo status solamente a chi dimostra nei fatti di aderire ai valori civili e morali della nostra società".
SIC!
A te le riflessioni.
Io son nauseata."
Cara Sandra,
hai ragione: c'è da essere nauseati. A parte il fatto che anche gli islamici italiani hanno condannato questo delitto -come i precedenti-, c'è da chiedersi se la gente che la pensa così sa che, ad esempio, per un immigrato che commette un crimine ce ne sono 200.000 che non delinquono e che l'83% delle violenze avviene in famiglia (italiana, non immigrata).
Ma al di là del singolo episodio (comunque lo ricordo : fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce) c'è da chiedersi quali siano i "valori civili e morali della nostra società": quelli che permettono che quattro operai muoiano al giorno sul posto di lavoro? Quelli che permettono che l'Italia paghi 5.000.000.000 di euro l'anno a un dittatore (amico di Silvio) che condanna a morte nel deserto migranti che cercano di raggiungere il nostro paese? Quelli che portano a una precarizzazione di tutti i posti di lavoro e rendono i ricchi sempr epiù ricchi e i poveri sempre più poveri? Quali sono poi i valori civili promossi dal governo e da una classe dirigente (cui immagino -e spero- la parlamentare da te citata, aderisca) che ha ridotto la politica a un tragico teatrino, fatto di scandali e escort, di leggi ad personam (le hanno contate: sono ben 37!!! tutte votate anche dal partito più xenofobo...). Lo stesso che se la prende con i 'clandestini' e i giudici, che ha sfasciato la scuola pubblica e la sanità, che ha riportato l'Italia al nucleare e che vuole acquistare gli F-35 aerei da guerra...di motivi per essere schifati, come vedi ce ne sono in abbondanza (e non li ho neanche citati tutti!!!).
E' che non dobbiamo/possiamo mollare: dobbiamo costruire un'altra Italia: che sia davvero interculturale, multireligiosa, aperta e solidale...
a presto
Giuliano
martedì 5 ottobre 2010
A parte le idiozie che ha detto il sindaco di Adro sulla sua scuola (a dire il vero scuola statale) letteralmente farcita di simboli leghisti e intitolata nientepopodimenoche a gianfranco miglio, leggiamo ora che il sindaco di Prato nega il lutto cittadino per tre donne cinesi morte in un sottopasso allagato in seguito al nubifragio che ha colpito la città toscana. Ma come si fa? Ma ce l'ha un cuore? O un po' di buon senso? di umanità?
Comunque, a dire il vero anche ad Albenga non ci facciamo mancare nulla: a sentire la giunta PDL-lega sembra che il maggior problema della cittadina siano i migranti e, soprattutto, gli Islamici. C'è il terrore che le bandiere verdi con la mezzaluna e la stella sventolino un giorno sulle torri di Albenga...neanche Oriana Fallaci era arrivata a tanto: ora, leggiamo che questa giunta (come la precedente di centrosinistra, a essere onesti) è contraria alla cessione di un po' di terreno da adibire a cimitero per i Musulmani (piccolo problema: a una famiglia Musulmana, che so io, magherbina, puoi dire di far seppellire il proprio congiunto nella terra natale. Ma se a morire è un convertito italiano -e ce ne sono anche ad Albenga- che gli si dice? dove lo seppelliscono?).
Lo so: c'è un errore di fondo in questo post: come si fa ad associare ils enso di umanità a partiti che hanno votato novelle leggi razziali come quelle sui respingimenti? Ricordo ai lettori che l'accordo con la Libia ci costa 5.000.000.000 di euro l'anno con il risultato di condannare a morte dei poveracci...complimenti al centrodestra!
10 10 04 Ebrei contro Occupazione
4 ottobre 2010
Si terrà a Roma il 7 ottobre una manifestazione pro-Israele, promossa dalla deputata del PdL, e colona, Fiamma Nirenstein. Vi parteciperanno politici di destra come J.M. Aznar, ex premier spagnolo, il deputato berlusconiano G. Quagliariello, insieme a deputati e dirigenti del PD come W. Veltroni e Furio Colombo, senatori come U. Veronesi, giornalisti di destra come Giuliano Ferrara e Mario Sechi, insieme a quelli di "sinistra" come Barbara Palombelli, il presidente della Comunità Ebraica romana Riccardo Pacifici, universitari "mediatici", artisti del varietà ed altri.
Ci colpisce come particolarmente incongrua la partecipazione bipartisan di politici e parlamentari del governo e dell’opposizione, in nome di una mal intesa solidarietà con lo Stato di Israele che si esprime con l’appoggio incondizionato al governo israeliano, qualsiasi cosa compia, in dispregio dei diritti civili, politici ed umani dei Palestinesi, che siano cittadini israeliani o abitanti dei Territori occupati dal 1967. Giorno dopo giorno viene sottratta loro la terra di sotto i piedi, distrutte le case per costruirvi quelle dei coloni Ebrei, tolta l’acqua per darla ai coloni, tolta la libertà di circolazione nel loro Paese e la libertà personale: circa 6000 persone sono in prigione, quattordicenni compresi, e centinaia di detenuti "amministrativi", senza processo.
Sotto il governo Netanyahu è stata ribadita la validità attuale di una legge ignobile votata anni fa come 'temporanea', che di fatto vieta a coniugi israeliani Arabi, di convivere in Israele o nei Territori occupati con il coniuge non prima residente. La stessa separazione viene imposta ai palestinesi di Gaza rispetto a quelli di Cisgiordania. Un provvedimento, quest’ultimo, che neppure il regime fascista mussoliniano avrebbe osato prendere. L'assedio di Gaza, che impedisce ogni attività produttiva e crea fame, continua. E' di meno di due anni fa l'attacco che ha causato la morte di quasi 1.400 abitanti, la maggior parte dei quali non aveva preso parte alle ostilità. Quando una flottilla di pacifisti ha cercato di rompere l'assedio, prima dell'estate, l'esercito israeliano non ha esitato a compiere assassinii a sangue freddo, per fermarla; così il report recentemente diffuso dall'ONU. La "nave degli Ebrei" che portava generi di conforto e giocattoli per la popolazione civile di Gaza, (a bordo della quale si trovava un sopravvissuto ai lager nazisti e un premio Nobel per la pace) è stata sequestrata in alto mare con tutto il suo carico e il pacifista israeliano Jonathan Shapira, rappresentante delll’organizzazione pacifista israelo-palestinese "Combatants for Peace", è stato sequestrato e torturato.
Ci sembra veramente che questa manifestazione sia una vergogna per chiunque abbia ancora stima per le libertà civili e democratiche, e si voglia opporre alla avanzata del nazionalismo razzista, in Italia come in Israele. Il razzismo oggi si manifesta soprattutto contro il mondo arabo e contro gli immigranti di ogni etnia, Rom, Africani e Slavi. La politica del governo Nethanyahu e l’appoggio che esso pretende di ricevere dagli ebrei della diaspora hanno dato fiato anche all'antisemitismo fascista e di certa pseudosinistra.
Il 2 ottobre – quando era ormai nota a tutti la ripugnante storiella antisemita raccontata dal nostro premier – l'organizzatrice della manifestazione pro-Israele ha scritto: "Berlusconi (…) ha dichiarato il suo consueto e sincero attaccamento al mondo ebraico". Altri, di coloro che hanno dichiarato il sostegno attivo all'evento, tacciono. Noi Ebrei di queste amicizie e di queste colpevoli connivenze facciamo volentieri a meno.
Agli Ebrei italiani che vogliano esser fedeli alla tradizione universalista ed antinazionalista che ha caratterizzato la cultura ebraica da molti secoli, e alla Memoria dei morti, chiediamo di rinunciare al nazionalismo sciovinista per il governo di Israele, prevedibilmente portatore di colpevoli sventure per tutti.
Rete-ECO (Rete degli Ebrei contro l'Occupazione)
lunedì 4 ottobre 2010
Il meticciato e la vita buona: percorsi possibili
(1) Il meticciato come processo
(2) La vita buona personale e sociale
(3) Il buon governo
(1)
Il meticciato come processo
Il meticciato[1], come processo di incontro e fusione di culture, accompagna da sempre la storia umana. In questa storia di mescolanze, vi sono, naturalmente, dei momenti topici: la scoperta del Nuovo Mondo e – più in generale – l’epoca dei domini coloniali, rappresenta senza dubbio un punto di emergenza di questa categoria. È noto, infatti, che la parola "mestizo" si riferisce originariamente all’unione (quasi sempre violenta, almeno all’inizio della Conquista) tra un uomo europeo e una donna indiana. È altrettanto noto che questa unione, se certamente ha cambiato per sempre il volto dell’America latina, ha avuto ripercussioni irreversibili anche sulla cultura europea: insomma, neppure i colonizzatori – come afferma Todorov – potevano uscire indenni da un simile incontro (Todorov 2006).
Non posso analizzare dettagliatamente la storia di questa vicenda; mi interessa però mostrare un aspetto che ritengo importante: a dispetto di ogni sogno paranoico di purezza (un sogno che dai famosi statuti di "limpieza de sangre" conduce, con le dovute distinzioni storiche, all’idea novecentesca di "razza superiore"), il fatto del meticciato dimostra che le persone e le culture sono originariamente e intrinsecamente miste.
Pensiamo ora alla situazione attuale: qual è il modo consueto di interpretare gli scambi e le relazioni tra le culture? Si tratta di un modo che fa i conti con la realtà, anche storica, del meticciato? Ritengo di no: il modello ancora prevalente è quello che fa capo alla cosiddetta ideologia multiculturale, in una delle sue due versioni principali:
(a) la versione assimilazionista, che tende ad eliminare tutte le differenze culturali, riducendole al dominio (coloniale?) della cultura occidentale;
(b) la versione differenzialista, decisamente di moda oggi (vista la crisi d’identità dell’Occidente), secondo la quale le culture sono come "pezzi da museo", "isole cognitive" fisse e immutabili, da lasciare per conto proprio.
Qual è dunque il difetto della prospettiva multiculturale, soprattutto nella versione differenzialista? Esattamente la pretesa ideologica di pensare che le culture sono come le monadi leibniziane, senza porte né finestre. Come fa giustamente notare Donati, «il limite intrinseco del multiculturalismo, sotto ogni punto di vista (epistemologico, morale e politico), è la mancanza di relazionalità fra le culture che esso istituzionalizza» (Donati 2008, 30).
Come si fa a pensare altrimenti? Un aiuto può venire dall’antropologia culturale: malgrado un passato di connivenza con i regimi coloniali, spetta alle scienze etno-antropologiche la "scoperta" che le culture non sono blocchi monolitici, bensì processi mai conclusi di autocomprensione e di interscambio con altre culture. Insomma, le culture – come dice ad esempio Clifford – sono "viaggi" (travelling cultures) (Clifford 1997, 16). E si sa che, viaggiando, le persone e le culture si incontrano e possono, per l’appunto, meticciarsi.
Naturalmente anche la metafora del viaggio può diventare ideologica: contro la fissazione (reificazione) delle culture, l’invito sarebbe quello di vagabondare nel mondo, prendendo un po’ di questo e un po’ di quello. In fondo, come spesso si dice, le identità non contano nulla, conta solo il fatto di potersi trasformare, adattandosi alle nuove situazioni (o alle nuove mode).
Credo però che sia legittimo dubitare di questo "ibridismo turistico": è proprio vero che tutto si mescola gioiosamente con tutto? Come si può pretendere che le ibridazioni siano sempre e comunque liberatorie per le persone e per le culture? Il passato coloniale e l’interminabile tragedia della violenza etnica ci suggeriscono quantomeno un po’ di prudenza. Oltre tutto, nemmeno l’ideologia dell’ibridismo riesce veramente a pensare il fatto del meticciato: questo fatto implica la genesi di un’identità culturale a partire dall’incontro e dalla relazione tra due identità culturali; l’ibridismo, al contrario, non pensa in termini di identità, bensì – potremmo dire – in termini di flusso.
Bisogna allora evitare gli estremi ideologici:
(a) né differenzialismo (identità senza flussi, cioè identità chiuse, fisse);
(b) né ibridismo indiscriminato (flussi senza identità).
Per far ciò, occorre capire innanzitutto se è vero che l’identità umana è relazionale: detto all’inverso, è vero che non si può essere umani da soli? Una volta stabilito questo, è necessario poi chiedersi qual è la natura di questa relazionalità: in altri termini, quando si dice che l’identità umana esiste solo in relazione ad altre identità umane, di quale relazione stiamo parlando? Di che tipo di relazione ha veramente bisogno un’identità per essere umana? A quel punto potremo porre due ulteriori questioni. La prima (di natura etica): che cosa ci permette di dire che una relazione intersoggettiva (o interculturale) è degna dell’umano, rappresenta – cioè – un’esperienza di bene umanamente indispensabile? La seconda: il fatto del meticciato sovverte questa esperienza di bene, questa "vita buona", oppure è un modo (eventuale) di tradurla? Ovviamente, la risposta a quest’ultima questione non intende dedurre il fatto del meticciato da principi astratti (sarebbe assurdo, oltre che gravemente ingenuo). Si tratta, casomai, di vedere se i processi concreti di meticciato contengono degli indizi della vita buona personale e sociale.
(2)
La vita buona personale e sociale
La qualità della relazione è dunque il punto da pensare, per delineare i contorni della vita buona. La questione umanamente decisiva è se siamo in grado di costruire legami sociali, senza dimenticare che abbiamo a che fare con persone e non con semplici cose. In altri termini: è degno dell’umano riconoscere se stessi e gli altri come soggetti. Trattare se stessi e gli altri come cose è, invece, l’anticamera della violenza. Questa logica riconoscitiva (che ha un impianto hegeliano) è allora anche un’etica: implica poter stabilire che la vita buona per l’uomo è quella dove accade il libero e reciproco riconoscersi delle soggettività in gioco.
Ora, quali sono concretamente i luoghi dove questa vita buona diventa esperienza? Ne indicherò due:
(a) la famiglia, che – come dice lo stesso Hegel – è il primo luogo dove la logica del riconoscimento si incarna;
(b) la società civile, intesa come spazio pubblico (non statale), dove le persone e le culture si incontrano e cooperano in vista di quella che Alexander definisce una "comprensione sociale condivisa" (shared social understanding) (Alexander 1997, 119).
La nostra domanda allora diventa: questi luoghi sono in grado di ospitare fenomeni di meticciato, senza tuttavia venir meno come luoghi di vita buona?
(a) Prendiamo in considerazione il caso emblematico delle cosiddette "famiglie miste". Uno degli esiti più significativi del processo migratorio è infatti l’aumento di "matrimoni interrazziali". Come valutare questo fenomeno di meticciato biologico e culturale? Come il segno di un’integrazione perfettamente riuscita? Le cose non sono così semplici. Le coppie miste non incontrano spesso il favore del contesto sociale. Anzi, vi sono veri e propri fenomeni di discriminazione. A ciò va poi aggiunta la difficoltà intrinseca a trattare la differenza dell’altro: a parte un momento iniziale di fascinazione, il fantasma della diversità irriducibile dell’altro può risvegliarsi in maniera scioccante.
Malgrado queste difficoltà, sarebbe ingiusto trascurare la rilevanza di questo fenomeno. La famiglia mista, tanto per cominciare, non può concedersi il lusso dell’ideologia differenzialista: o le singole appartenenze culturali trovano il modo di raccontarsi insieme, oppure non esiste convivenza possibile. In secondo luogo, questo "raccontarsi insieme" esclude che si tratti di ibridismo indiscriminato. È in gioco qualcosa di diverso, che possiamo definire in termini di cura della cultura dell’altro, o meglio: cura delle radici culturali del legame (Falicov 1995).
In che senso, dunque, la cura può evitare gli estremi ideologici di cui abbiamo detto? Innanzitutto, evita il differenzialismo perché impedisce che le identità culturali si chiudano in se stesse; in secondo luogo, evita l’ibridismo perché non cancella le singole identità, ma promuove, attraverso il reciproco riconoscersi, la costruzione di un’identità meticcia condivisa.
Potremmo allora che questo è un primo modo di orientare il meticciato alla vita buona: la cura immette il processo di mescolanza entro una dinamica concreta di riconoscimenti, attraverso cui la famiglia mista viene pensata e vissuta come dimora ospitale di legami degni dell’umano.
(b) Ciò detto, vale la pena fare una precisazione: le famiglie miste sono solo un esempio e non una teoria sull’integrazione culturale. Così, continuando la nostra ricerca di luoghi (e non di teorie) dove l’esperienza del riconoscimento è possibile, l’attenzione si concentra sulla società civile.
Tralascio la storia delle interpretazioni e cerco di arrivare subito a quel concetto di "comprensione sociale condivisa" espresso da Alexander. Che cosa significa? Si tratta, anche a questo livello, di non venir meno alla struttura relazionale che abbiamo posto a fondamento della vita buona: concretamente, significa pensare che una società non è civile semplicemente perché fa l’elogio delle differenze culturali (cosa che non porterebbe da nessuna parte); una società è civile nella misura in cui favorisce il fatto che le persone sono in grado di costruire quello che Habermas chiama un "mondo di vita (Lebenswelt) sociale" (Habermas 1979, 91). Con ciò non si intende la semplice somma dei mondi di vita particolari, bensì la scoperta che le nostre differenze sono modi diversi di incarnare una comune dignità umana.
Questo significa smettere di pensare in termini di contrapposizioni reattive del tipo "noi"/"loro": significa cominciare a pensare in termini di una we-ness (come dice Alexander) che coinvolge sia "noi" che "loro" nell’impresa di generare legami di solidarietà anche tra persone che non condividono la medesima cultura. Il termine solidarietà non dev’essere però equivocato: non si tratta di una retorica dei "buoni sentimenti"; si tratta di pensare che c’è un modo di essere in relazione con gli altri per cui ne va della nostra umanità. Insomma, certe relazioni sono un bene indispensabile, tanto per i singoli (persone o culture), quanto per l’intera società. Il che spiega come mai Habermas – e non solo lui – ritiene che il nucleo del "civile" sia costituito dalle alleanze e dalle associazioni volontarie, di tipo non statale né economico: sono queste esperienze cosiddette di privato sociale il luogo dove si scopre il valore universale (transculturale) del riconoscimento reciproco.
Ora, è possibile che in questo luogo avvengano meticciati? Risponderei ponendo un’altra questione: qual è la situazione concreta in cui si trova un immigrato? È la situazione, talvolta drammatica, di essere-tra: tra la cultura d’origine e la cultura che lo accoglie. Quali scelte ha? Normalmente si pensa che non ci siano alternative tra irrigidirsi, rivendicando i propri tratti d’origine, oppure alienarsi completamente. Ma forse un’alternativa esiste. Il "civile" mi pare infatti il luogo di una scelta diversa: la scelta di ritrovare se stessi insieme ad altri. È allora inevitabile che questo modo di pensarsi in comune con altri conduca le identità culturali, sia quella d’origine dell’immigrato, sia quella d’accoglienza, a realizzare un prezioso lavoro di mediazione e traduzione, che può anche prendere la forma del meticciato.
Siamo dunque destinati alla fusione anarchica delle differenze, al bricolage infinito delle identità? Anche qui, come nel caso delle famiglie miste, è necessario porre una misura non valicabile, superata la quale non ci troviamo più in uno spazio "civile", ma nel "non-luogo" degli ibridismi caotici: questa misura, che potrebbe valere come un secondo modo per orientare il meticciato alla vita buona, potremmo chiamarla – con un altro termine habermassiano – "co-appartenenza" (Habermas 1997, 97). Habermas usa questo termine per definire la relazionalità specifica del "civile": l’idea, in breve, è che non esiste Stato democratico di diritto senza presupporre un senso di dedizione dei cittadini al bene dell’essere-insieme. Ora, se questo sentirsi-parte viene tenuto fermo, se – cioè – viene garantito, allora i molteplici processi di mediazione interculturale che avvengono nella società civile possono dare luogo a "meticciati" che non solo non mettono a repentaglio la vita civile, ma potrebbero anche arricchire il bene della convivenza democratica. Il che ci porta all’ultimo passaggio: per garantire il bene dell’essere-insieme, assumendolo come bene comune, è necessario un buon governo.
(3)
Il buon governo
È certo che la co-appartenenza, intesa come we-ness, come solidarietà sociale, non è un prodotto istituzionale: non spetta né allo Stato né al mercato inventare qualcosa che, per sua natura, è pre-politico. Del resto, tutto le volte che lo Stato o il mercato "colonizzano" questa sfera relazionale originaria, possono verificarsi derive totalitarie o individualistiche: la logica del riconoscimento verrebbe sostituita dalla logica burocratica o dalla logica del profitto.
Ciò detto, sarebbe altrettanto deleterio credere che il "civile" sia autosufficiente: il pre-politico potrebbe trasformarsi in non-politico, o, addirittura, in anti-politico. Il che, ovviamente, significherebbe l’anarchia. A quel punto, anche gli eventuali meticciati non tarderebbero a diventare caotiche ibridazioni, perché la società civile, senza una politica (e un’economia) che si faccia carico di proteggere e promuovere il senso di coappartenenza, diventerebbe – come dice Totaro – «il ventre molle della convivenza» (Totaro 2002, 46), felice metafora che indica il liquefarsi della vita degna dell’umano. Ragione per cui la società civile ha bisogno di un "buon governo", cioè di una politica che ne assecondi le tendenze più valide e di un’economia che ne arricchisca il potenziale di convivenza.
Non entro qui nel dettaglio di questo ripensamento delle istituzioni. Mi interessa però fare un rilievo finale: mi pare chiaro che senza vita buona, cioè senza logica del riconoscimento, non esisterebbe buon governo, bensì derive totalitarie o individualistiche; viceversa, senza buon governo, cioè senza garanzie istituzionali che sanciscano l’inviolabilità di certi beni fondamentali, non ci sarebbe vita buona, bensì, anarchia. Ora, tutte queste forme patologiche (totalitarismo, anarchia, individualismo) conducono, presto o tardi alla violenza.
Certo, nessuno può scongiurare questa eventualità: la vita buona, infatti, non è per nessuno un possesso definitivamente acquisito. Assomiglia, piuttosto, a quel «tortuoso cammino verso l’umanità condivisa» di cui parla Bauman (Bauman 2002, 37). Nel frattempo, e senza chiederci il permesso, i meticciati continuano ad avvenire, talvolta facendoci deviare da quel cammino, talvolta rendendolo solo più tortuoso. Oppure, perché no, rendendolo più semplice, magari per il fatto di far balenare improvvisamente la comune dignità umana che diversamente incarniamo e verso cui dobbiamo camminare. La sfida allora è aperta, purché naturalmente non smettiamo di muoverci in questa direzione.
Bibliografia
Alexander, J.C., La società civile democratica: istituzioni e valori, in P. Donati (a cura di), L’etica civile alla fine del XX secolo, Mondadori, Milano 1997, pp. 107-153.
Bauman, Z., Il disagio della postmodernità, tr. it. di V. Verdini, Mondadori, Milano 2002.
Clifford, Strade. Viaggio e traduzione alla fine del xx secolo, tr it di M. Sampaolo e G. Lomazzi, Bollati Boringhieri, Torino 1997.
Donati, P., Oltre il multiculturalismo. La ragione relazionale per un mondo comune, Roma-Bari, Laterza, 2008.
Falicov, C.J., Insegnare a pensare secondo cultura. Una convince comparativa multidimensionale, in «Psicobiettivo», 20 (2000), 1, pp. 61-86.
Gomarasca, P., Meticciato: convivenza o confusione?, Marcianum Press, Venezia 2009.
Habermas, J., Per la ricostruzione del materialismo storico, tr. it. di F. Cerutti, Etas Libri, Milano 1979.
Habermas, J., Solidarietà tra estranei. Interventi su "Fatti e norme", tr. it. di L. Ceppa, Guerini e Associati, Milano 1997.
Todorov, T., La conquista dell’America. Il problema dell’altro, tr. it. di A. Serafini, Einaudi, Torino 2006.
Totaro, F., La dimensione storica e teorica: la società civile nella filosofia politica e nella prassi, in R. Gatti – M. Ivaldo (a cura di), Società civile e democrazia, AVE, Roma 2002, pp. 23-48.
[1] Queste riflessioni sono un tentativo di sintesi della ricerca che la Fondazione Oasis di Venezia (www.oasiscenter.eu) mi ha incaricato di condurre sulla categoria di meticciato (cfr.Gomarasca 2009).
http://www.filosofionline.com/?p=197
A scuola imparavamo a sparare, e poi...
di Jasmina Radivojevic
pedagogista di Belgrado, residente a Milano
Con il progetto "Allenati per la vita", i ministri Gelmini e La Russa
introducono nella scuola superiore corsi di pratica militare. Sulla scorta
della mia esperienza di gioventù, indirizzo questa lettera ai ministri
Gelmini e La Russa, perché possano riflettere sul tipo di società e futuro
che vogliono creare al loro popolo.
___________________________________
Gentili Ministri Gelmini e La Russa,
vi scrivo questa lettera aperta in merito al vostro progetto congiunto
chiamato "Allenati per la vita" ed il protocollo che in merito avete
sottoscritto.
Sono stata profondamente scossa da questa vostra decisione di introdurre
contenuti militaristi nella scuola superiore italiana e vi spiegherò anche
perché.
Provengo dalla Jugoslavia, precisamente da Belgrado. Faccio parte della
generazione del 1966 e quindi sono stata una pioniera di Tito.
Il sistema jugoslavo, come anche quello israeliano, avevano adottato una
politica di difesa totale popolare. Essa consisteva, oltre ad una prontezza
a rispondere alla chiamata alle regolari esercitazioni militari della
popolazione e ad un servizio militare di leva obbligatorio, anche ad una
capillare educazione scolastica relativa alla difesa della patria. Fin dall'ultimo
anno delle elementari c'era nei programmi scolastici, a livello nazionale,
in tutte le repubbliche e regioni autonome della Jugoslavia, una materia
denominata "Primo soccorso" per poi passare all'ultimo anno delle medie alla
"Difesa totale popolare e protezione civile". Prima, però, dovevamo superare
gli anni del "Primo soccorso": dalle tecniche per estrarre il veleno di un
morso di serpente, alla famosa fasciatura di Esmark, la respirazione bocca a
bocca, il massaggio cardiaco e così via.
Ci piaceva moltissimo questa materia, lo devo ammettere, ci dava il senso
dell'avventura, ci divertivamo un sacco a fasciarci a vicenda e simulare
storielle, con sghignazzate che accompagnavano il tutto.
Tutti però, aspettavamo il momento più importante, l'uso del fucile.
E ci fu anche questo. Ci esercitavamo con il Mauser M-48, un vecchio fucile,
del peso di 4 kg e lungo circa 1 metro. Era di produzione jugoslava ed era
il più venduto in assoluto nei vari paesi amici che al loro interno si
scannavano. Ma al tempo noi questo non lo sapevamo. Non sapevamo che il
nostro benessere dipendeva anche da quelle armi vendute e con le quali gli
altri si massacravano. Anni dopo lo abbiamo scoperto a nostre spese.gli
altri avrebbero costruito il loro benessere sulla nostra di pelle e la ruota
della fortuna continuava a girare.
Non so se ci sembrava di giocare a partigiani e nazisti, gioco che abbiamo
sempre fatto da bambini, solo che stavolta lo si faceva con fucili veri, ma
mi ricordo che ci piaceva.
Noi ragazze avevamo una paura matta che il fucile, nello sparo ci staccasse
la spalla, dato che ci avvertivano di tenerlo più fermo possibile perché
tendeva fortemente indietro e se non si stava attenti la spalla la si poteva
persino rompere!
Fu un emozione immensa andare con la classe sul poligono fuori città e
tirare al bersaglio. Dovevamo sdraiarci sugli appositi materassini, in fila,
con le orecchie tappate con le cuffie. Avevamo in dotazione un caricatore di
5 pallottole e sparate quelle dovevamo caricarne altre 5.
Feci tutto e rimasi sorpresa quando fui chiamata dal professore e da un
militare. Avevo tirato meglio di tutti gli alunni della scuola. Non ci
potevo credere. Mi invitarono a partecipare alla competizione di tiro della
mia città. Mi dimenticai la data e non ci andai. Il professore si offese a
morte e mi tolse l'ottimo che mi ero guadagnata sparando.
Alle superiori, per quattro anni abbiamo studiato le varie dottrine
militari: da quella antica cinese dello Sun Tzu e la sua "Arte della guerra"a
Carl von Clausewitz e a tutte le strategie della difesa popolare jugoslava,
di chiara ispirazione partigiana, grazie alla quale siamo stati l'unico
paese in Europa ad essersi liberato da solo dal nazifascismo. Questo ci
riempiva d'orgoglio.
Inoltre, si continuava con l'uso del fucile, della pistola e anche della
bomba a mano. Nei primi due mantenni la costante bravura. Con la bomba a
mano non ebbi la stessa fortuna e per poco non feci saltare in aria il
professore! Non ero portata, mi dicevano.
Eravamo ignari che tutto quanto avevamo imparato, ci sarebbe servito negli
anni a venire per meglio scannarci tra di noi in una guerra civile atroce.
Io non vi ho preso parte, per fortuna, ma tanti miei amici, di svariate
etnie, sì. Alcuni non li ho mai più rivisti.
In questo senso, cari ministri, reputo la vostra decisione sbagliata, se
anche mossa in buona fede.
Non serve ai ragazzi saper sparare per meglio comprendere le forze armate o
per avvicinarsi al volontariato o alla Croce Rossa.
La militarizzazione della scuola, prima o poi porta alla militarizzazione
della società. Prendete l'esempio dal modello che vi ho descritto. Oppure da
quello israeliano che è persino più duro di quello che un tempo fu
jugoslavo. E vediamo qual è la realtà israeliana da decenni.
Un mio caro amico, Nebojsa Milosavljevic, attuale sindaco di Blace,
cittadina al sud della Serbia, nel suo libro autobiografico "In una bizzarra
guerra per disperazione", in cui descrive la sua partecipazione alla guerra
in Kosovo dove fu chiamato alle armi, dice:
"Da piccolo sono stato abilitato ad utilizzare il fucile, che oggi, nella
piena maturità, sto usando per davvero, in una guerra reale! Mi chiedo se la
prima non sia la causa della seconda. Se questa guerra banale non sia in
realtà un (di)effetto senza precedenti della prassi real-socialista, dove,
invece di ricevere un'istruzione ai valori democratici, noi abbiamo ricevuto
e praticato i contenuti militaristi. E non è forse la consequzio ovvia
questo conto finale, in una simile concezione militarista che anche io devo
pagare, qui ed ora e in modo così paradossale? (Kosovo, 14 giugno 1999)"
Ci sono molti modi per avvicinare i ragazzi al volontariato ed alla
protezione civile. E soprattutto alla Pace.
Non sono i tempi né di von Clausewitz né dei tiri con la pistola, seppur ad
aria compressa.
È tempo di costruire la pace. Con la solidarietà e il dialogo. Cominciando
dalla propria casa e dalla scuola, alleniamoci per la pace e la
cooperazione.
http://www.retescuole.net/contenuto?id=20100930222857
l'immagine di apertura è tratta da http://albertocane.blogspot.com
sabato 2 ottobre 2010
BASTA! PARTO VOLONTARIO!
ho deciso: in questo grave momento storico, sento la pressione dell'urgenza. L'amor patrio si è impossessato del mio cuore, del mio spirito e del mio cervello. Bisogna fare qualcosa. Qualunque cosa, basta agire!
Non si possono più ascoltare certe notizie e rimanere insensibili o, peggio, inchiodati davanti alla tv o al pc.
Bisogna aiutare chi è meno fortunato di noi e non riesce a risolvere i suoi problemi. Prendete il Sindaco di Adro (Brescia). Sì, quello che ha letteralmente farcito di simboli leghisti un edificio della scuola pubblica statale (già il fatto che l'abbia intitolato a Gianfranco Miglio, la dice lunga. Anche perchè, se non ricordo male, verso gli ultimi tempi, lo stesso Miglio, già uno dei padri fondatori della lega, ne aveva detto peste e corna, come sidice in Liguria...): ben 700! L'ha messi anche nel cesso?
Comunque, dicevo, non sipuò stare a sentire queste notizie senza voler far qualcosa: partirò volontario per quel di Adro: il Sindaco ha detto che non ha i soldi per rimuovere i simboli leghisti. Mi offro volontario? Devo portare il tronchesimo, la calce, la mazza, il martello? Cosa devo mettere in macchina? Vengo a mani nude?
PS: un solo dubbio: quanto a speso questo simpatico sindaco leghista per mettere tutti quei simboli? Non poteva spendere i soldi dei contribuenti in altro modo?
PSS: come al solito, quando si ascoltano queste notizie, c'è sempre qualcuno che afferma
Care tutti e tutti dell'associazione per la pace,
vi scrivo, prima di partire per l' Indonesia e poi per la Palestina e Israele, anche se nel mondo globale puoi essere in posti diversi e continuare a comunicare (il mio computer mi segue), per essere in maggior relazione, e per chiedervi almeno ogni tanto di rispondere agli input che vi invio (forse troppi, ma almemo ditemelo.. non rompere, ect. ect...) . E' davvero frustrante non avere risposte.
Siamo riusciti finalmente a tenere il nostro congresso, sicuramente un momento di slancio e di senso di appartenenza pur nel nostro essere cittadini e cittadine del mondo.
L'evento di apertura del nostro Congresso, con la partecipazione di molte realtà che praticano sul territorio la nonviolenza per un mondo di giustizia e libertà è stato molto coinvolgente. Molte le presenze, in modo particolare delle persone che hanno partecipato ai viaggi in Palestina e Israele.
E' stato davvero ricco di spunti e sopratutto ha rilanciato il bisogno di uscire dai frammenti per costruire un mosaico in cui ciascuno porta il suo pezzo prezioso. Libera, Terra del Fuoco, Città dell'altraEconomia, Sbilianciamoci, Comitati Popolari per la resistenza non violenta palestinesi e israeliani, operazione Colomba, Gruppo Donne No dal Molin, tutti hanno posto l'esigenza di fare rete e di costruire relazioni, e sopratutto è risultato chiaro che pace e nonviolenza si costruiscono non solo per porre fine alla violenza e alle guerra ma per affermare un mondo libero (almeno cerchiamo) da razzismi, mafia,corruzione, guerre e armi e tanto altro.
Purtroppo siamo stati pervasi anche da tristezza e dolore; la mancata presenza di Farshid Nourai che è in questi anni è stato punto di riferimento per l'associazione per la pace nazionale, la moglie di Farshid è stata ricoverata per un emorragia celebrale, è per fortuna fuori pericolo, e poi la malattia e la morte quale giorno dopo il nostro congresso di Matteo Matarese di Spinea, a sua moglie, Maria Vittoria anche lei dell'associazione per la pace il nostro affetto.
Mi dispiace che molti di voi non abbiano potuto essere presenti.
Adesso dobbiamo non perdere lo slancio.
Una delle campagne nazionali decise dal Congresso è quella del sostegno ai Comitati Popolari per la resistenza nonviolenta in Palestina e Israele e di fare parte della rete Internazionale che si è formata in appoggio ai Comitati popolari.
Come sapete con due organizzazioni israeliane e palestinesi - I Combattenti per la Pace e I Comitati Popolari stiamo lavorando ed organizzando tour in Italia, insieme ad altre associazioni e soggetti impegnati sulla questione Palestina-Israele. A Luglio sono stati qui i Combattenti per la Pace, a Settembre i Comitati Popolari. Volevo comunicarvi che in ottobre saranno ancora in Italia i Combattenti per la pace, a precisamente a Napoli per seminario sulla nonviolenza organizzato dalla Anna Lindht Foundation dal 14 al 18 e poi saranno il 19 a Bellusco (Milano), 21- 22 - 23 Mantova, Guastalla, Parma, 25 Bologna, 26 Firenze, 27 Roma. Vi invierò successivamente il programma e i riferimenti per le singole città, in modo che ci vive anche nei dintorni possa partecipare o ocntribuire all'evento. Per il mese di Dicembre - prime due settimane - abbiamo invitato invece le Donne Coalizione per la Pace (israeliane) e una donna dei comitati popolari - ho già inviato alle Donne In nero la proposta, chiedo anche ai nostri associati e ai nostri gruppi territoriali di dare la propria disponibilità ad organizzare questo nuovo tour che appunto dovrebbe tenersi la prima o la seconda settimana di Dicembre.
Vi ho inviato nei giorni precedenti l'appello dei Comitati Popolari per una assemblea che si terrà a Ramallah il giorno 19 ottobre e che continuerà con visite ed in contri nei vilalggi fino al 22 ottobre. Vi è qualcuno dell' Assopace che intende o possa partecipare? Vi preghere di farmelo sapere subito in modo da coordinarci. Io sarò già sul luogo a partire dal 12 ottobre.
Dal 28 Dicembre al 4 Gennaio ci sarà il nuovo viaggio in Palestina e Israele, sarebbe davvero importante che ogni gruppo territoriale facesse propria l'iniziativa e trovasse nuovi viaggiatori.
Vi comunico anche e spero vi farà piacere, che con il gruppo dei viaggiatori in Palestina e Israele si è costituito il gruppo territoriale dell'Associazione per la Pace a Bologna, e come avrete potuto vedere dalle iniziative un altro gruppo territoriale si è formato a Supino, in Ciociaria.
Un abbraccio.
Luisa Morgantini
Associazione per la Pacew
ww.luisamorgantini.net
skype lulupaco1 tel. 348 3921465
assopace.nazionale@assopace.org
http://www.assopace.org
venerdì 1 ottobre 2010
L'INGANNO PADANO

fare un dispiacere ai leghisti è un vero piacere... (Il Duca di Albenga)
Arriva in libreria: "Inganno Padano. La vera storia della Lega Nord" di Fabio Bonasera e Davide Romano,
Prefazione di Furio Colombo, Edizioni La Zisa, pagg. 176, euro 14,90
Da oltre vent’anni la Lega Nord fa parte stabilmente del panorama politico italiano. Tutti ne conoscono i principali leader, i programmi, le parole d’ordine, la balzana simbologia. Sono pressoché ignoti, invece, taluni aspetti poco virtuosi che la pongono sullo stesso piano delle peggiori consorterie politiche della cosiddetta Prima Repubblica. Questo libro racconta alcuni retroscena volutamente sottaciuti attraverso le testimonianze di coloro che hanno creduto, all’inizio, alle idee moralizzatrici di Umberto Bossi, per staccarsene successivamente quando dalla propaganda si è passati alla gestione del potere. Diventano altresì chiare le ragioni di fondo che stanno alla base del patto d’acciaio che unisce la Lega al partito-azienda di Silvio Berlusconi.
Fabio Bonasera (Messina, 1971), giornalista professionista. Gli esordi professionali nella sua città natale, al Corriere del Mezzogiorno, dopo qualche breve esperienza in alcuni periodici locali. Successivamente, il trasferimento in Veneto, al Corriere di Rovigo, prima di approdare alla corte de Il Gazzettino, dove rimane per diverso tempo, occupandosi prevalentemente di cronaca bianca e politica. Attualmente, è direttore responsabile del mensile di Patti (Me) In Cammino.
Davide Romano (Palermo, 1971), giornalista pubblicista. Ha lavorato per molti anni nell’ambito della comunicazione politica. Ha scritto e scrive per numerose testate ed è stato anche fondatore e direttore responsabile del bimestrale di economia, politica e cultura Nuovo Mezzogiorno e del mensile della Funzione Pubblica Cgil Sicilia Forum 98. Ha pubblicato, tra l’altro: Nella città opulenta. Microstorie di vita quotidiana (2003, 2004), Piccola guida ai monasteri e ai conventi di Sicilia (2005), Il santo mendicante. Vita di Giuseppe Benedetto Labre (2005), Dicono di noi. Il Belpaese nella stampa estera (2005); La pagliuzza e la trave. Indagine sul cattolicesimo contemporaneo (2007). Ha curato il saggio inedito del dirigente comunista Girolamo Li Causi, Terra di frontiera. Una stagione politica in Sicilia 1944-60 (2009).
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Davide Romano - Resp. Ufficio stampa "Edizioni La Zisa"
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