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giovedì 16 settembre 2010

Nona Giornata Ecumenica del dialogo cristiano-islamico

E' disponibile sul nostro sito all'indirizzo:
http://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/cristianoislamico/Dowload_1284633528.htm

un volantone in formato PDF che si puo' scaricare sul proprio PC. Il volantone contiene il testo dell'appello per la Nona Giornata Ecumenica del dialogo cristiano-islamico in italiano, inglese e francese, l'elenco dei promotori e delle adesioni aggiornate al 12/09/2010. Il volantone e' utile per preparare iniziative comuni di dialogo fra le comunita' cristiane e musulmane.

Al momento sono circa 80, oltre i promotori, le associazioni che hanno aderito alla giornata che come negli scorsi anni si celebrera' il prossimo 27 ottobre 2010.

Invitiamo tutti i sostenitori dell'appello a comunicarci in tempo utile le date ed i programmi delle iniziative che vogliono realizzare.

Con un cordiale saluto di pace, Il Comitato Organizzatore
Roma 16.09.2010

Per informazioni aggiornate sull'appello visita il sito:
www.ildialogo.org/islam/cristianoislamico.htm

Info:
il dialogo - Periodico di Monteforte Irpino
Via Nazionale, 51 - 83024 Monteforte Irpino (AV) - Tel: 339-4325220
Email redazione:
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Email direttore: direttore@ildialogo.org
Sito:
http://www.ildialogo.org



mercoledì 15 settembre 2010

Italia: quinto esportatore di armi, contratti record col Sud del mondo

 

Giorgio Beretta

Mercoledì, 15 Settembre 2010

 

L'elicottero multiruolo Mangusta

L’Italia si è attestata anche nel 2009 tra i cinque maggiori fornitori internazionali di armamenti convenzionali e le sue esportazioni sono state dirette principalmente ai Paesi in via di sviluppo.

Lo si apprende dal rapporto "Conventional Arms Transfers to Developing Nations 2002-2009" (in .pdf) redatto da Richard F. Grimmett che è stato consegnato venerdì scorso al Congresso degli Stati Uniti d'America . I contratti siglati dalle ditte italiane ammontano infatti nel 2009 – secondo il rapporto – a 2,7 miliardi di dollari (Tabelle 1 e 34), dei quali ben 2,4 miliardi (cioè quasi il 90%) sono stati stipulatii con nazioni in via di sviluppo: una cifra, quest’ultima, mai raggiunta negli ultimi otto anni che il rapporto prende in esame (Tabella 4) a dimostrazione del fatto che le esportazioni italiane di armamenti sono sempre più rivolte verso i paesi del Sud del mondo.

IL RAPPORTO

Il rapporto predisposto annualmente dal Congressional Research Service (CRS), l'ufficio studi della Library of Congress, la Biblioteca del Congresso, fornisce ai parlamentari degli Stati Uniti i "dati ufficiali e non secretati" sul commercio internazionale di armamenti convenzionali dedicando una specifica attenzione proprio ai trasferimenti ai Paesi in via di sviluppo (Developing Nations): sotto questa denominazione vengono compresi tutti i paesi del mondo tranne gli Stati Uniti, il Canada, tutte le nazioni europee (incluse Russia e Turchia), l’Australia, il Giappone e la Nuova Zelanda.

Il rapporto prende in considerazione tutte le categorie di armamenti convenzionali e tutti i trasferimenti di sistemi militari tra gli stati presentando in una quarantina di tabelle le cifre – riportate principalmente in dollari statunitensi costanti calcolati sull’ultimo anno, ma talvolta anche in valori correnti – sia dei "contratti" (agreements) sia delle "consegne" (deliveries) relativi alle esportazioni di armi. Proprio per queste caratteristiche i dati che vengono presentati nel rapporto si differenziano da quelli forniti da altri istituti di ricerca – come ad esempio il SIPRI di Stoccolma le cui informazioni si concentrano soprattutto sui trasferimenti dei "maggiori sistemi di armamento convenzionali" ("major conventional weapons").

I MAGGIORI ACQUIRENTI DEL SUD DEL MONDO

Nonostante un certo decremento di ordinativi dovuto alla recessione internazionale "i Paesi in via di sviluppo continuano ad essere il principale destinatario delle esportazioni di armamenti da parte dei paesi produttori" – si legge nel sommario del rapporto. I contratti (agreements) stipulati nel 2009 dalle nazioni in via di sviluppo hanno superato i 45,1 miliardi di dollari (avevano raggiunto i 48,8 miliardi di dollari nel 2008; Tabella 4) e rappresentano il 78,4% del commercio internazionale di armamenti che – sempre nel 2009 – si è posizionato sui 57,5 miliardi di dollari, in calo del 8,5% rispetto al 2008 quando aveva superato i 62,8 miliardi di dollari (Tabelle 1 e 31).

Più regolari invece le consegne (deliveries) mondiali di armamenti che nel 2009 si sono stazionate sui 35,1 miliardi di dollari: erano state di 36,7 miliardi nel 2008 (Tabelle 2 e 36). Nel 2009 oltre 17 miliardi dollari (cioè il 48,5% del totale) di consegne di materiali militari sono state effettuate verso i Paesi in via di sviluppo: si tratta del valore più basso degli ultimi otto anni (Tabella 15) che è spiegabile – come afferma il rapporto (pg. 4) – anche con la decisione di diverse nazioni di rimandare l’acquisto di armamenti a seguito delle restrizioni di budget messe in atto in considerazione della recessione economica internazionale.

Tra i maggiori acquirenti figurano per quanto riguarda i contratti stipulati nel 2009 (Tabella 13) innanzitutto il Brasile (7,2 miliardi di dollari), il Venezuela (6,4 miliardi), l'Arabia Saudita (4,3 miliardi), Taiwan (3,8 miliardi), Emirati Arabi Uniti (3,6 miliardi), Iraq (3,3 miliardi) e Egitto (3 miliardi), Vietnam (2,4 miliardi), India (2,4 miliardi) e Kuwait (1,6 miliardi di dollari). Nell'intero periodo 2002-2009 (Tabella 12), l'Arabia Saudita risulta al primo posto con 39,9 miliardi di dollari di contratti, seguita da India (32,4 miliardi), Emirati Arabi Uniti (17,3 miliardi), Egitto (13,9 miliardi ), Venezuela (12,7 miliardi), Pakistan (12,5 miliardi) e Cina (11,7 miliardi).

Per quanto riguarda onvece le consegne effettive di armamenti nel 2009 (Tabella 24) i principali destinatari risultano l'Arabia Saudita (2,7 miliardi), la Cina (1,5 miliardi), Corea del Sud (1,4 miliardi), Egitto (1,3 miliardi), India (1,2 miliardi), Israele (1,2 miliardi) e Pakistan (1 miliardo). L'Arabia Saudita con 31,5 miliardi di dollari in importazioni di armamenti si conferma anche nel periodo 2002-2009 (Tabella 23) come il maggiore acquirente mondiale di sistemi militari seguita da Cina e India (entrambi con circa 14,3 miliardi di dollari), l'Egitto (12,2 miliardi), Israele (10,1 miliardi) seguiti da Emirati Arabi Uniti, Taiwan, Corea del Sud e il Pakistan.

I PRINCIPALI ESPORTATORI

Gli Stati Uniti mantengono il primato delle esportazioni mondiali di armamenti: nonostante la consistente riduzione di contratti rispetto al 2008 – anno in cui Washington aveva raggiunto la cifra record dell’ultimo decennio (38,1 miliardi di dollari) – con 22,6 miliardi di dollari gli Usa conservano anche nel 2009 la leadership mondiale in questo particolare settore ma vedono una forte contrazione della propria quota di mercato che si riduce al 39% rispetto al 60,5% del 2008 (Tabelle 31 e 32). Un primato dal quale nei prossimi anni gli Stati Uniti difficilmente verranno scalzati se – come riporta il Wall Street Journal – l’amministrazione Obama intende far approvare dal Congresso l’accordo per forniture militari all'Arabia Saudita del valore di 60 miliardi di dollari che rappresenta il più consistente contratto di armamenti mai presentato

La Russia permane al secondo posto nella graduatoria dei maggiori esportatori: i 10,4 miliardi di dollari di contratti effettuati nel 2009 rappresentano poco più del 18% dello share mondiale. Pur quasi raddoppiando rispetto al 2008 (5,5 miliardi di dollari) segnano però una contrazione sia rispetto al 2007 (quasi 11,2 miliardi) sia, soprattutto rispetto al 2006 quando erano giunti a sfiorare i 16 miliardi di dollari (Tabella 31) a seguito di accordi per forniture militari soprattutto a India e Cina.

La Cina, inoltre, con 1,7 miliardi di dollari di contratti e 1,8 miliardi di consegne dirette quasi esclusivamente ai Paesi in via di sviluppo mantiene - nonostante un'evidente diminuzione in entrambi i settori - la propria posizione tra i primi sette principali esportatori internazionali di armamenti (Tabelle 31 e 36).

I MAGGIORI FORNITORI EUROPEI

Tra i paesi che resistono al calo internazionale del commercio di armamenti e che anzi riescono ad incrementare le esportazioni nonostante la crisi economica mondiale vanno annoverati soprattutto i quattro principali produttori europei di sistemi militari: Francia, Germania, Italia e Regno Unito (Tabelle 31 e 32).

La Francia, con 7,4 miliardi di dollari di contratti nel 2009 raddoppia il proprio portafoglio d’ordini rispetto all’anno precedente (3,2 miliardi) e, segnando la seconda miglior performance degli ultimi otto anni, giunge a ricoprire quasi il 13% dell’esportazione mondiale di armamenti: il 96% dei contratti francesi del 2009, cioè 7,1 miliardi di dollari, sono stati siglati con i Paesi in via di sviluppo (Tabella 1) tra cui spiccano soprattutto quelli con nazioni dell’America latina.

Incrementa i propri contratti di sistemi di oltre il 16% tra il 2008 e il 2009 anche la Germania portandoli nell’ultimo anno a 3,7 miliardi di dollari che rappresentano la cifra record di Bonn dell’ultimo quinquennio e ricoprono il 6,4% dello share internazionale. Ciò che differenzia la Germania rispetto agli altri tre paesi europei – e più generale agli altri maggiori produttori di armamenti – è la destinazione dei sistemi militari che nel 2009 solo per il 2,7% sono diretti ai Paesi in via di sviluppo; ma i 2,8 miliardi di dollari di consegne dell’ultimo anno vedono questi paesi destinatari per oltre il 37,5% degli armamenti tedeschi (Tabella 2).

Risultano in crescita anche i contratti del Regno Unito che – dopo aver toccato nel 2008 la cifra più bassa mai registrata – nel 2009 si attestano sui 1,5 miliardi di dollari. Le commesse stipulate dalle industrie britanniche risultano fortemente altalenanti: si passa infatti dai 988 milioni di dollari del 2002 agli oltre 10,3 miliardi di dollari del 2007 ai 205 milioni di dollari del 2008. Nel quadriennio 2006-9, con contratti per quasi 16,6 miliardi di dollari il Regno Unito si conferma comunque il quarto esportatore mondiale di armamenti convenzionali.

L'ITALIA

In calo – ma il dato va valutato con attenzione – risultano invece le esportazioni di armamenti dell’Italia: i contratti rilasciati dal nostro paese ammontano nel 2009 a 2,7 miliardi di dollari in netta flessione rispetto alla cifra record di quasi 3,8 miliardi di dollari del 2008. Ciononostante rappresentano la seconda miglior performance degli ultimi otto anni esaminati dal rapporti statunitense e, soprattutto, confermano un tendenziale trend di crescita rispetto ai 494 milioni di dollari del 2002. Si tratta di contratti che – come già detto – posizionano l’Italia al quinto posto (Tabella 34) tra i principali esportatori mondiali di armamenti davanti a Israele (2,1 miliardi di dollari), Cina (1,7 miliardi) e allo stesso Regno Unito (1,5 miliardi) portando l’Italia a rilevare una quota del 4,7% del commercio internazionale di sistemi militari (Tabella 32).

Destinatari di questi contratti sono per quasi l’89% le nazioni in via di sviluppo: nel 2009 l’Italia ha infatti raggiunto con 2,4 miliardi di dollari la cifra record di contratti con questi paesi quasi quadruplicando (erano di 651 milioni di dollari nel 2006) negli ultimi quattro anni l’entità delle proprie commesse verso il Sud del mondo tanto da posizionare il nostro paese – dopo Stati Uniti, Russia e Francia – come il quarto fornitore mondiale dei Paesi in via di sviluppo (Tabella 4) con uno share del 5,3% sul totale di forniture a questi paesi (Tabella 5).

Tra le zone del Sud del mondo, la quota maggiore di esportazioni di armi italiane nel quadriennio 2006-9 è ricoperta da una delle aree di maggior tensione del pianeta, il Medio Oriente: nel quadriennio con i paesi di questa zona l’Italia ha stipulato contratti per 3,7 miliardi di dollari cioè quasi i tre quarti (il 71%) di tutti i propri contratti internazionali (Tabella 6).

Va infine segnalato che i dati del Rapporto al Congresso USA risultano comunque inferiori rispetto a quelli ufficiali presentati lo scorso marzo dalla Presidenza del Consiglio italiana: come abbiamo riportato su Unimondo, secondo la Relazione della Presidenza del Consiglio le autorizzazioni all'esportazione di armamenti rilasciate dal Governo nel 2009 alle aziende del settore ammontano a 4,9 miliardi di euro e nello stesso anno le effettive consegne di soli materiali di armamento hanno superato i 2,2 miliardi di euro. Sebbene tale disparità possa essere spiegata col fatto che le "autorizzazioni" governative italiane ricoprono un ambito più ampio dei "contratti" (agreements) presi in esame dal rapporto statunitense, anche le effettive consegne di materiali militari risultano alquanto sottodimensionate nel rapporto USA che segnala consegne italiane nel 2009 per soli 600 milioni di dollari (Tabella 39) a fronte dei 2,2 miliardi di euro riportati dalla Relazione governativa italiana.

CONCLUSIONE

Se i quattro principali produttori europei di armamenti nel loro insieme mantengono pressoché invariata al 23% la propria percentuale sulle esportazioni militari mondiali nei due quadrienni esaminati dal rapporto (Figura 2), ciò che incrementa considerevolmente nell’ultimo biennio è invece l’ammontare di esportazioni verso i Paesi in via di sviluppo: si passa, infatti, dai meno di 7 miliardi di dollari del 2008 che ricoprivano il 14% del totale mondiale verso questi paesi agli oltre 10,6 miliardi di dollari del 2009 che rappresentano il 24% dello share internazionale (Figura 3 e Tabelle 4 e 5). Un chiaro segnale che - come evidenzia il rapporto - "i quattro maggiori fornitori europei di armamenti hanno rafforzato la propria posizione competitiva nell’esportazione di sistemi militari attraverso un forte sostegno governativo (government marketing support) alle vendite di armamenti" (p. 11). Un sostegno che - come si evince dal rapporto - ha contribuito a far sì che "i quattro maggiori fornitori europei di armamenti hanno stipulato contratti con vari Paesi in via di sviluppo sottraendoli agli Stati Uniti". (p. 11).

Giorgio Beretta


giorgio.beretta@unimondo.org
Maroni, la lega i libici e le italiche mitragliate

che schifo! che vergogna! la libia afferma di aver sparato convinta di colpire i clandestini...
come se fosse normale sparare loro, come se fosse giusto.
e neanche i giornalisti provano imbarazzo a dire una cosa del genere...
ma come siamo finiti in questa palude etica e morale?
e, soprattutto, come uscirne? sarà meglio pensarci (e darci da fare) prima che sia troppo tardi...
buona giornata!
Giuliano

martedì 14 settembre 2010


Italia, nuovi italiani, nuova sinistra

Un paese alla deriva, un governo inesistente, un’opposizione smarrita. Ci sono tutti gli ingredienti per una storia dalla fine tragica.


L’assenza di una qualsiasi politica di sviluppo industriale e di difesa del lavoro, un’ illegalità che sembra inarrestabile, il dilagare delle mafie, l’evasione galoppante, il disprezzo dell’ambiente, la crisi costante e progressiva della scuola e della ricerca, un razzismo ed un’intolleranza dilagante sono solo alcuni dei problemi che risultano anche ad un’analisi superficiale.


Purtroppo, il governo non sa governare. Quando non è occupato a promuovere leggi a favore del capo e delle sue aziende, non fa niente. Semplicemente perché non lo sa fare. Incompetenza, inettitudine ed assenza totale di idee caratterizzano una politica fatta di annunci e sparate che nascondono il vuoto.


L’avanzata leghista, è, viste le tendenze demografiche, un fenomeno a breve termine, presto finirà ed i leghisti devono approfittare del momento. Anche loro sanno che un giorno, dovranno recitare il mea culpa ed andare in pellegrinaggio a Rabat, Bucarest o a Pechino, sull’esempio di Fini a Gerusalemme.


Chi spererebbe che queste condizioni costituiscano le basi per un’imminente ripresa della sinistra, ha buone probabilità di essere deluso.


Una sinistra frammentata e confusa, rintronata dai colpi mediatici del berlusconismo e dai ripetuti suicidi dei leader del PD, non trova la strada del dialogo interno ne la capacità di interpretare i tempi. C’è chi, individuando come priorità strategica lo "sfondamento al nord", pensa che interpretare i bisogni dei cittadini, significhi inseguire la Lega sul terreno della repressione, del razzismo e del cinismo, con risultati ormai ben noti.


La speranza di riscatto è affidata ai nuovi e futuri italiani, sembrerebbe banale dirlo, quei giovani, indicati come futuro da sempre ed ignorati nella continuità del presente. Si, perché l’Italia invecchia, lo dicono i dati, ma non solo anagraficamente, invecchiano anche i giovani, invecchiano restando bambini, stretti tra la difficoltà oggettive di un paese che non cresce e la loro paura, la loro disarmante arrendevolezza. Troppo poveri per uscire di casa e troppo ricchi per doversene andare. Chi è vecchio non cambia niente, ed è giusto così.


Ma. Abbiamo la fortuna di vivere un periodo di trasformazione interessante, senza dubbio il fenomeno che segnerà piu a fondo questi anni ed il futuro del paese è quello dell’immigrazione. L’Italia che monoetnica e monoculturale non lo è mai stata, vive un processo di trasformazione che approfondisce ed arricchisce la sua "biodiversità".


Questa trasfusione che ci fa il mondo, è necessaria ed urgente, è una bombola d’ossigeno.


Le braccia arrivate si incorporano subito, il loro lavoro, qualche volta anche i cervelli, ma i cuori no, non per ora. Invece ne abbiamo tanto bisogno.


Si, perché l’atmosfera che si respira è pesantemente intrisa di pessimismo e rassegnazione, la parola d’ordine sia per quanto riguarda il lavoro che per la politica è, nel migliore di casi, resistenza. Una resistenza passiva, cui manca lo slancio in avanti. Traumatizzati dall’impotenza di fronte ad ogni sorta di abuso, molti si abbandonano al qualunquismo.


La sinistra deve decidere se pensare al prossimo anno, rincorrendo derive xenofobe e securitarie o pensare ai prossimi decenni includendo come priorità i nuovi italiani ed i loro diritti nella sua agenda politica.


Un’illusione ingenua e frequente vuole gli stranieri geneticamente schierati a sinistra, mentre, i pochi studi disponibili ci dicono che tra gli immigrati c’è una preferenza per la sinistra maggiore rispetto a quella dell’elettorato italiano. Senza un lavoro politico, si rischia di perderla. In Francia gli eredi della destra razzista raccolgono non pochi consensi tra i cittadini di origine straniera e un giorno non lontano potremmo vedere le camicie verdi a caccia di voti fuori dalle moschee.


Le primarie del centro-sinistra, con l’apertura alla partecipazione degli stranieri residenti sono un bel passo avanti, adesso, si deve procedere verso l’inclusione reale di questi cittadini nelle dinamiche dei partiti e nell’amministrazione della cosa pubblica.


La speranza dei nuovi italiani, la loro voglia di emergere, il coraggio di rischiare, il bisogno di farlo potrebbero essere contagiosi, a patto che incontrino la parte migliore di questo paese.


Davide Piccardo


http://www.islam-online.it/2010/09/italia-nuovi-italiani-nuova-sinistra/

Centro di ricerca per la pace nbawac@tin.it
14 settembre 2010 11:43

Invitiamo Comuni e scuole a celebrare la Giornata internazionale della nonviolenza istituita dall'Onu
nonviolenza@liste.retelilliput.org

INVITIAMO COMUNI E SCUOLE A CELEBRARE LA GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA NONVIOLENZA ISTITUITA DALL'ONU

Il 2 ottobre, anniversario della nascita di Gandhi, l'Onu ha istituito la Giornata internazionale della nonviolenza, proponendo che si svolgano ovunque iniziative di commemorazione e di impegno.

Chiediamo che in tutti gli enti locali ed in tutte le scuole d'Italia si svolgano iniziative.

A tal fine presentiamo di seguito due modelli di lettere ai Sindaci ed ai Dirigenti scolastici, pregando i lettori di utilizzarli sottoscrivendoli ed inviandoli all'amministrazione comunale ed alle scuole del proprio territorio.

Il "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo

Viterbo, 14 settembre 2010

Mittente: Centro di ricerca per la pace

strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo

tel. 0761353532

e-mail:

nbawac@tin.it

web:

http://lists.peacelink.it/nonviolenza/

* * *

Al Sindaco del Comune di ...

Oggetto: Proposta di iniziative per la "Giornata internazionale della nonviolenza" del 2 ottobre, istituita dall'Onu nell'anniversario della nascita di Gandhi

Egregio sindaco,

l'Onu ha dichiarato il 2 ottobre, anniversario della nascita di Gandhi, "Giornata internazionale della nonviolenza".

Sarebbe opportuno che in ogni realta' locale in quel giorno venissero promosse iniziative di commemorazione e di sensibilizzazione.

Con la presente formuliamo anche a lei tale proposta.

Firma

luogo e data

Mittente

* * *

Al dirigente scolastico del ...

Oggetto: Proposta di iniziative per la "Giornata internazionale della nonviolenza" del 2 ottobre, istituita dall'Onu nell'anniversario della nascita di Gandhi

Egregio dirigente scolastico,

l'Onu ha dichiarato il 2 ottobre, anniversario della nascita di Gandhi, "Giornata internazionale della nonviolenza".

Sarebbe opportuno che in ogni istituto scolastico in quel giorno venissero promosse iniziative di commemorazione e di sensibilizzazione.

Con la presente formuliamo anche a lei tale proposta.

Firma

luogo e data

Mittente

 

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se volete saperne di più sul MIR, cliccate sui seguente siti e buona lettura...

http://wardiary.wikileaks.org/
:::
http://www.Ifor.org
http://www.Riconciliazione.wordpress.com
http://riconciliazione.vodpod.com/
http://riconciliazione.slide.com/
http://riconciliazione-news.blogspot.com/

lunedì 13 settembre 2010

Carissime, carissimi,
spesso viene ripetuto che Il Manifesto è "stampa comunista" intendendo che non si può prestare fede a quanto scrive; però le sue inchieste non vengono mai sbugiardate. Molti, in questi anni, sono stati convinti a ritenere gli islamici tutti terroristi, quindi se gli "effetti collaterali" uccidono donne, vecchi, bambini, uccidono, in realtà, possibili terroristi.
In questa denuncia, invece, si cerca di far vedere che "effetti collaterali" ci sono anche tra gli americani, tra quei soldati che sono stati inviati a "difendere la democrazia".
Sarebbe il caso di chiedersi perché la nostra "libera stampa": Corriere, Repubblica, per citare quotidiani non proprio filo govrernativi, non ne parlino.
Viva l' autocensura, viva il servilismo
Paolo Bertagnolli


da Il manifesto
di Antonello Catacchio

SPETTRI DI GUERRA

I veterani non riescono a riadattarsi. Tra loro, 950 tentativi di suicidio
ogni mese. Un documentario racconta la quotidianità di questi uomini segnati per sempre da un conflitto di cui non hanno capito il senso
Il 26 aprile di quest'anno Army Times, periodico dell'Esercito americano ha fornito questi dati: tra i soldati in cura nelle strutture del ministero per i veterani ci sono 950 tentativi di suicidio ogni mese e nel 2009 il numero dei militari suicidi ha superato quello dei soldati morti in guerra.
La struttura che dovrebbe farsi carico dei problemi psicologici dei soldati
che tornano dalla guerra in Afghanistan o in Iraq è il Ward54, il braccio
psichiatrico del Walter Reed, l'ospedale che si fa carico dei veterani a
Washington. Negli altri reparti i feriti, i mutilati, qui invece quasi un
braccio fantasma, perché lì non si entra. L'esercito non ama far vedere che molti, troppi, non hanno retto psicologicamente. Anche perché dovrebbe risarcirli. Ecco allora che il Ptsd, il termine che definisce un «Disturbo post-traumatico da stress» viene praticamente bandito. Utilizzando cavilli burocratici, anche se hanno terminato la ferma, alcuni vengono rimandati nelle zone operative, chi ha tentato il suicidio viene cacciato dall'esercito con disonore (e senza soldi). E dietro questi suicidi, tentati o riusciti, ci sono storie di persone che Monica Maggioni, giornalista del Tg1, ha voluto raccontare nel documentario Ward54, presentato a Venezia nell'ambito del Controcampo italiano, seppure in modo semiclandestino (una sola proiezione pubblica in una saletta da 150 posti).
La storia segue le vicende di alcuni veterani che hanno tentato il suicidio.
In particolare quella di Kristofer Goldsmith. Kris è andato in Iraq, il suo
compito era quello di fotografare e classificare i cadaveri iracheni. Un
giorno però l'orrore di una fossa comune fa scattare qualcosa da cui non
riesce a liberarsi. Ritorna in patria e la prima cosa che fa è entrare in un
negozio di liquori e prendersi litri di whisky. Per un paio di mesi beve a
dismisura «prima di allora avevo bevuto cinque o sei volte», afferma. È
chiaramente malato, ma l'esercito non ci sta, lo vuole rimandare in Iraq.
Lui allora il Memorial Day tenta di suicidarsi. E l'esercito lo congeda. Con
disonore.
Kris è a Venezia per accompagnare il film, a sua volta accompagnato dalla sua ragazza «non mi sentirei a mio agio senza di lei, questa è la prima volta che vengo in Italia, gli unici miei contatti con l'Europa sinora erano stati un aeroporto in Germania e uno a Dublino». Ma questa è l'unica nota leggera in un contesto durissimo dove appaiono immagini crude. Alcune, quelle delle fosse comuni, sono state riprese proprio da Kris, altre dalla troupe di Monica Maggioni che ha inquadrato prigionieri iracheni devastati dopo tre giorni abbandonati nel deserto, oppure nel Mash, l'ospedale da campo dove si vede un intervento a cuore aperto, o sulla tristissima processione di militari feriti che salgono sul 130 che li riporta in patria.
Immagini che Bush non voleva far vedere ai suoi cittadini. I soldati da inviare nella guerra bugiarda erano pescati tra le fasce più deboli della popolazione. «I giovani erano reclutati tra coloro che non avevano alternative - racconta Maggioni - ragazzini che arruolandosi speravano di raggranellare il denaro necessario per andare all'università, immigrati di seconda generazione che arruolandosi ottenevano la cittadinanza, addirittura persone condannate per reati minori che così avevano qualche sconto di pena». Poi però dovevano confrontarsi con una
guerra odiosa. Così viene spontaneo chiedere a Kris perché lui, di Long
Island, quindi vicino a New York, si sia arruolato, soprattutto in un
periodo di guerra. «Fin da bambino sognavo di entrare nell'esercito. Mi
piacevano le mimetiche, collezionavo mostrine militari, ero affascinato
dalle divise. Sognavo di fare la carriera militare sino in fondo, diventando alla fine ufficiale. Mentre ero al liceo ci fu l'11 settembre. A quel punto al sogno di una vita si abbinava un nemico concreto. Alla fine del 2003 mi sono arruolato. All'epoca la guerra era quella in Afghanistan. L'Iraq doveva essere una guerra lampo. Poi l'Afghanistan è stato dimenticato e l'Iraq è stato quel che è stato».
E allora viene da chiedergli quale sia oggi la sua percezione del nemico che aveva visto concretamente. «Questo argomento di chi sia il nemico è un pensiero costante per me. Più imparo, conosco, cerco di comprendere e analizzare, più cambia il mio punto di vista. Da ragazzo, il primo anno in cui mi sono arruolato, mi avevano insegnato che iracheni e afghani erano tutti jihadisti, erano nostri nemici perché avevano come unico obiettivo uccidere americani . Avevamo allora un presidente che ci diceva queste cose, affermando che loro odiavano la nostra libertà. Ora mi sembra sciocco. La guerra fu fatta col pretesto di cercare armi di distruzione di massa che avrebbero potuto distruggere le città americane, anche se la scusa era Libertà in Iraq. Poi vidi Bush che scherzava su queste cose, fingendo di cercare le armi di distruzione di massa sotto la sedia, nello studio ovale.
Lì ho cominciato a aprire gli occhi. Mentre tanti al fronte soffrivano,
cominciavo a trovare spaventoso quel che diceva».
Kris ha dovuto abbandonare il suo sogno infantile di diventare ufficiale,
poi anche quello più modesto di andare all'università con i soldi
dell'esercito che non gli riconosce alcuna malattia. Lui non rinnega la sua storia militare, anzi vuole che gli venga riconosciuta. «In prima istanza, ho ricevuto un rifiuto alla mia richiesta; voglio riaprire il caso,
l'esercito non può ignorare queste cose, alcuni miei amici sono finiti in
galera per avere tentato il suicidio».
La Ptsd è una sorta di insormontabile senso di colpa per quel che si è visto e fatto in guerra e uno dei momenti emotivamente più forti del documentario è la visita di Kris ai genitori di Jeffrey Lucey. Giovanissimo, Jeffrey aveva firmato per arruolarsi contro il parere di mamma. Poi era stato addestrato per partire prima ancora dell'invasione. L'impatto con l'Iraq, a Nassiriya è devastante. Quando si trova di fronte due giovani della sua stessa età, disarmati, Jeffrey esita. Qualcuno invece lo spinge a tirare il grilletto. Spara. Davanti a lui due cadaveri. Jeffrey prende le loro piastrine e non le mollerà più. Quando rientra a casa è devastato, la sua idea fissa è il suicidio, addirittura gli capita di chiedere al padre di tenerlo sulle ginocchia. Una sera il babbo vede la luce accesa in veranda, apre la porta, lungo le scale vede delle fotografie, disposte con attenzione, scende gli scalini, cammina ancora, vede suo figlio, sembra in piedi, invece ha qualcosa intorno al collo. Si è impiccato. Il padre lo solleva e lo tiene in braccio. Per l'ultima volta.
Il prezzo pagato dagli iracheni per la guerra criminale voluta da Bush e co. è spaventoso, ma c'è anche un conto da saldare nei confronti di chi, per ingenuità o ignoranza, ha creduto in buona fede di combattere per la libertà e la giustizia e si è ritrovato privato proprio di libertà e giustizia.

da una mail dell'amico Paolo Bertagnolli

nota mia: sarò il solito cattivo, ma questa gente lo sapeva di andare in guerra, sì o no? E cosa pensava fosse la guerra, un video gioco? sperava, come dice l'articolo di raggranellare i soldi per l'università? Preferirei andare a coltivare patate piuttosto che arruiolarmi? In guerra capita di vedere cose brutte; di uccidere o essere uccisi. Lo scoprono dopo? E finora dove avevavo vissuto, a Disneyland?

Associazione per la Pace

IL CORAGGIO DELLA NONVIOLENZA: RIFLESSIONI ED ESPERIENZE
Città dell'Altra Economia
Roma Testaccio, Largo Dino Frisullo, all'interno del Campo Boario
dell'ex mattatoio

Programma:

Sabato 25/09/2010
Ore 10:00: Apertura e introduzione
Sirio Conte, Associazione per la Pace
www.assopace.org
Interverranno:
Lisa Clark, Associazione Beati costruttori di Pace
www.beati.org
Oliviero Alotto, Associazione Terra del Fuoco
www.terradelfuoco.org
Giulio Marcon, Campagna Sbilanciamoci
www.sbilanciamoci.org
Riccardo Troisi, Città dell'Altra Economia
www.cittadellaltraeconomia.org

Luisa Morgantini, Associazione per la Pace
Gabriella Stramaccioni, Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie
www.libera.it
Lubna Masarwa, Comitati per la resistenza nonviolenta, Free Gaza
www.freegaza.org
Ronnie Barkan, Comitati per la resistenza nonviolenta, Anarchici Contro Muro
www.awalls.org
Gruppo Donne Dal Molin
www.nodalmolin.it
Operazione Colomba
www.operazionecolomba.com
Ore 14:00 Break

Ore 15:30 In Italia e all estero Campagne e Progetti
Farshid Nourai " Associazione per la Pace
Intervengono i rappresentanti dei gruppi locali dell'Associazione per la Pace.
Dibattito: Pacifismo, nonviolenza neI nostro futuro
Moderatore: Gianni Rocco, Associazione per la Pace
Ore: 18:30 Chiusura della prima giornata

Domenica 26/09/2010
Ore 10:00 Dibattito: documento finale del Congresso
Modera: Laura Cappelli e Giannina Del Bosco, Associazione per la Pace
Bilancio Nazionale
Marco Dell'Armi, Associazione per la Pace
Approvazione del documento finale
Rinnovo degli incarichi sociali.
Ore 14:00 Chiusura dei lavori.
Rinnovo degli incarichi sociali.
Ore 14:00 Chiusura dei lavori. Come arrivare alla Città dell'Altra Economia
Dalla Stazione Termini: Metro, linea B, scendere a Piramide
Con autobus: linea 75, scendere alla fermata Marmorata â€" Galvani

Per pernottamento i soci possono utilizzare la Città dell'Utopia in Via Valeriano 3F, IT 00145 Roma previa di prenotazione. Occorre munirsi di saccopelo e asciugamani. Il costo, per la notte del 25/08, è di 8,00. Le prenotazioni devono essere inviati esclusivamente via e.mail al
assopace.nazionale@assopace.org.

Associazione per la Pace
Italian Peace Association
Via India 1 - 00196 Roma
Tel. +39 0695558458
Fax:+39 0623327800
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assopace.nazionale@assopace.org
Nome skype: assopace.nazionale

sabato 11 settembre 2010

Un esercito di baby immigrati bussa alle porte delle elementari
Lo studio: 100mila "nuovi italiani" sui banchi. "Ma la politica è rifiutarli".
Il grande salto si farà nel 2015-2016. Tra quattro anni il loro numero raddoppierà

di MARIA NOVELLA DE LUCA

Nell'anno scolastico che sta per cominciare saranno circa l'11% di tutti gli iscritti alla prima elementare. Ma già nel 2015, secondo una stima della Fondazione Giovanni Agnelli, il loro numero salirà al 17%. Ossia centomila bambini, immigrati di seconda generazione, che approderanno tutti insieme sui banchi della scuola primaria.

Romeni, albanesi, cinesi, maghrebini, filippini, indiani, nati qui, nel nostro paese, nuovi italiani tra gli italiani, spesso ben integrati e bilingui, eppure ancora stranieri, perché senza cittadinanza e dunque con i
diritti a metà. Bimbi e ragazzi made in Italy, con la pelle nera, gli occhi a mandorla, europei, asiatici, africani, simili e diversi insieme, figli di quel mini baby-boom dovuto all'immigrazione "residente" che negli ultimi anni ha fatto risalire il nostro avaro tasso demografico. C'è un nuovo mondo che bussa alle porte della scuola italiana, la fotografia del Paese che
verrà, multietnico sì ma non ancora multiculturale, come sottolineano da tempo storici, demografi, insegnanti. Per i bambini immigrati infatti il
percorso di studi sembra già "segnato" e accidentato sul nascere. Racconta Paolo Mazzoli, dirigente scolastico romano: "Le iscrizioni di quest'anno
confermano che il numero degli alunni immigrati è in continua crescita, ma in modo disomogeneo tra i quartieri delle città, creando un impatto che la
scuola spesso non riesce a gestire, sia per mancanza di risorse, ma anche per la mancanza di preparazione dei docenti, oggi a mio parere in profonda crisi di fronte a questa nuova sfida".

Eppure un cambiamento radicale è alle porte, come dimostra la ricerca della Fondazione Agnelli curata da Stefano Molina dal titolo "I figli dell'immigrazione nella scuola italiana". Dove a fronte di flussi migratori
in calo, si dimostra che la quota di alunni stranieri è invece "ancora destinata a crescere almeno per un decennio". E se quest'anno su 590mila bambini italiani iscritti alla prima elementare 65mila saranno stranieri (di cui 45.700 nati nel nostro paese) il grande salto si avrà nel 2015/2016. Tra quattro anni infatti mentre il numero di baby studenti italiani resterà quasi identico, gli stranieri per cui si apriranno le porte della scuola
primaria saranno 100.500. Un numero raddoppiato in pochissimi anni.

"Questi dati ci dimostrano che la gran parte dei bambini stranieri che si iscrive nelle nostre scuole - dice Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli - è in realtà nata in Italia. Si tende invece a parlare in modo indifferenziato di immigrati, soffermandosi soltanto sul problema
linguistico, quando la gran parte di questi bambini l'italiano lo parla benissimo e magari con l'accento della città in cui vive. Il vero problema è la loro integrazione scolastica. In un certo senso è come essere tornati alla scuola degli anni Cinquanta, dove la differenza la facevano la classe e il ceto sociale. Questi ragazzi - aggiunge Gavosto - sono e si sentono
italiani. E hanno diritto alla cittadinanza. A Torino il 30% dei bambini sotto i 5 anni ormai è costituito da stranieri nati qui: come possiamo non ritenerli italiani?". In un libro uscito di recente e dal titolo "La qualità della scuola interculturale" (Erickson) Milena Santerini, ordinario di Pedagogia Generale all'università Cattolica di Milano, racconta l'esperienza (virtuosa) di un gruppo di nove scuole ad alta percentuale di immigrati nel capoluogo lombardo. Spiega Santerini: "Nel mio viaggio all'interno di queste
scuole primarie ho visto che davvero l'integrazione è possibile, ma servono fondi, strutture, e soprattutto un'idea di inclusione forte. In Italia sono stati fatti grandi sforzi, ma oggi è come se si stesse tornando indietro: basta vedere il tentativo di creare scuole soltanto di stranieri, una vera e propria strategia di segregazione. Il futuro passa attraverso la concessione
della cittadinanza ai bimbi nati qui, e al coinvolgimento delle famiglie immigrate nel percorso di studio dei figli".

In realtà, come sottolinea Anna Granata, psicologa e ricercatrice di Pedagogia, "noi spesso immaginiamo i bambini e gli adolescenti immigrati divisi tra due mondi, in realtà si muovono benissimo tra due culture".
"Molti di loro raccontano di aver scoperto di essere "stranieri" crescendo, perché mentre la scuola elementare include, le superiori separano. Così come
la cittadinanza. È quando realizza di non avere i documenti in regola o di non poter partecipare alla gita di classe all'estero che un giovane, fino a ieri identico ai suoi coetanei italiani, capisce di essere un po' meno
italiano, e magari un cittadino di serie B".

Di minori e di minori immigrati, lo scrittore Fabio Geda nella sua attività di educatore si è occupato a lungo. Fino a raccontare nel libro "Nel mare ci sono i coccodrilli", la storia vera, anzi l'odissea di un adolescente, Enaiatollah Akbari, fuggito bambino dall'Afghanistan dei talebani e approdato in Italia su un canotto di disperati. "Oggi Enaiatollah ha 21
anni, e ha deciso che vuole fare l'avvocato. E se la sua è una storia simbolo, di giovani immigrati con questa determinazione ne ho incontrati a decine. E spesso gli insegnanti raccontano - dice Geda - che sono proprio i
bambini stranieri i più attenti e disciplinati in classe, pur arrivando da famiglie dove non si parla l'italiano, ma dove l'istruzione è considerata il salto verso un futuro migliore. Oggi però ci troviamo di fronte ad una
scuola che non riesce a contenere nessun tipo di diversità, né la sfida multietnica, ma nemmeno l'handicap o il disagio sociale...".

(11 settembre 2010)

http://www.repubblica.it/cronaca/2010/09/11/news/banchi_elementari-6958948/?ref=HREC1-2


da una mail di Luisa Rizzo